38. Venezia. La città sull’acqua.

Non credo che un individuo dovrebbe mai lasciarsi andare completamente davanti a un’altra persona, tanto meno con la persona amata. E per abbandono intendo la sciatteria, la trasandatezza cui aspiriamo tutti in verità nei momenti di riposo: è notorio che ci si rilassa meglio con una vecchia maglietta chiazzata di caffè, i capelli spettinati e i calzini dimenticati ai piedi del letto.
Ma nella vita di coppia è fondamentale conservare un margine di attrattiva agli occhi dell’altro. Naturalmente Victor non se ne preoccupa affatto ma mi infastidisce constatare che ho contravvenuto alla regola.
Con la gola in fiamme mi sono coricato con il maglione a collo alto. Da quanto giungeva indistinta la sua voce, Victor doveva essersi calato nel cesto della biancheria da lavare; di là chiedeva aiuto:
– dove diavolo sono finite tutte le mie magliette?
– non c’era il carico sufficiente e non ho fatto partire la lavatrice.
Poi ho aggiunto, giustificando il mio abbigliamento:
– tengo la maglia perché sto male.
Lui entrando in camera ha risposto: tengo la canottiera perché non ho altro.
Come posso essere finito con un uomo simile? Come è successo?
Domenica abbiamo discusso al mercatino di quartiere perché Victor ha mandato in frantumi una trattativa che stavo conducendo brillantemente. Mi avevano chiesto 7 euro per un libro. Erano scesi a 6 mentre io ne offrivo 5. Avevano accettato ma Victor ha aggiunto:
– 1 euro lo metto io così siete contenti entrambi.
No. Non si può interrompere il mercanteggiare altrui. Mercanteggiare fa parte della partecipazione al mercatino delle cianfrusaglie. È mio dovere, in quanto cliente, tirare al ribasso.
Intanto un bassotto alle calcagna del padrone, assorbito da un catalogo di francobolli, stava per inumidire l’immagine di Venezia, una locandina pubblicitaria anni Ottanta appoggiata a terra contro uno scatolone di fumetti. Victor ha guardato la gondola e poi si è fatto serio:
– ci pensi che a Venezia non c’è rete fognaria e scaricano tutto nei canali?
– credo sia la cosa più romantica che potessi dire su Venezia.
Ma Victor stava già al banco successivo con il modellino di una Mustang in mano: è quella di Un uomo una donna. Mi dice mostrandomela e io mi calmo perché non si può rimanere in collera pensando alla spiaggia e al mare di Deauville.
In fondo l’incursione al mercatino è stata divertente e ci ha reso una piccola fortuna: 3 dvd, qualche libro e un porta cerini da parete. La vista di un servizio da pinzimonio – vassoio e piattini a forma di ortaggi sbiaditi – ha ispirato a Victor la pietanza per la cena: gli asparagi. Non ho colto il nesso ma Victor sembrava chiaramente lieto di aver scelto. Jerome è tornato a casa e andiamo da lui con la cena pronta.

Ci vuole la maionese. No, ci vuole l’aceto. Impossibile, va aggiunta la maionese.
Ne è nata una scommessa. Abbiamo telefonato a Rose, la mamma di Daniel, per sapere come prepara l’intingolo che serve con gli asparagi lessati. Lei sminuzza il tuorlo d’uovo con la forchetta e aggiunge sale, aceto o limone. Ho perso.
Non sentivo da mesi Rose e quando le ho chiesto come stava mi ha risposto che non è riuscita a cogliere i suoi tulipani viola per metterli in vaso: la pioggia ha disfatto tutti i petali prima che li tagliassi per portarli in casa.

Ernest ha un nemico immaginario: un pacifico golden retriever che per lo più lo ignora. Forse ha risposto con un abbaio ai primi incontri, ma poi ha scelto l’indifferenza. Abita in zona ed esce a orari precisi: lo si può evitare.
Algernon lo incrociava e ricambiava l’indifferenza. Ernest all’uscita di casa fiuta nell’aria il suo passaggio e ne segue le tracce irrigidendosi in un atteggiamento rissoso. Come un duellante di Conrad ha un conto in sospeso e crede di ricordarne la ragione.
Ernest è un giovane che gioca alla guerra e quando si annoia torna a farsi massaggiare la groppa.
Adesso i cani ci seguono in camera da letto appena spegniamo le luci. Credo che per loro sia naturale condividere il sonno come condividiamo il resto della giornata. Ci addormentiamo con un cane racimolato contro la gamba o dimenticando una mano intorpidita sulla sua schiena: è qualcosa di fisicamente rassicurante. La fiducia che il cane ripone nel padrone regola il suo respiro nel sonno.
La mattina è più difficile scendere dal letto, smettere di guardare Gwendolen che si distende sul dorso e chiude gli occhi, per farsi accarezzare piano la pancia, ancora calda per essere stata rannicchiata. Ernest sbadiglia e poi le lecca il muso e mira alle nostre orecchie. Mordicchia l’elice – lo pizzica come fanno i cuccioli nel gioco – e con la zampa attira il nostro braccio a sé.
Mi seguono in cucina e prendono il loro biscotto. Lo tengono fra i denti e vanno a mangiarlo sul letto.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

37. Il quarto d’ora di Agnés.

È ridicolo, ma ci sono cose per cui rimango invischiato in un passato casalingo piuttosto arcaico, escludendo un processo evolutivo che nel frattempo ha portato grandi cambiamenti nel nome della praticità.
Ciò che intendo dire è che la mia reazione davanti a una cerniera rotta è la stessa di quando avevo 14 anni; con la differenza fondamentale che adesso la constatazione di non poter ricorrere alle mani di nonna Agnés mi precipita nello sconforto più nero.
La pazienza di nonna, madre di mia madre nata tra i quarti di bue trasportati a spalla dai macellai di Les Halles, era proverbiale in famiglia. Io spero che le faccia piacere essere ricordata per i suoi rammendi e per i panini che preparava per la merenda.
Li farciva con la generosità di chi è goloso ma poco pratico: un morso poteva spingere fuori all’altro capo del pane uno schizzo di maionese o una manciata di piselli, quelli che Agnés infilava nella tasca di vitello seguendo la ricetta genovese di Madame Dagna, la vicina. Una sorta di merenda hippie per cui mi prendevano in giro anche i bidelli.
Il rammendo la occupava nel dopo pranzo. Nonna Agnés dormiva per un quarto d’ora. Terminava il pasto con un frutto e poi regolava la sveglia: un quarto d’ora di sonno ti fa fare in un giorno quello che faresti in due.
Aveva le sue convinzioni – la certezza di portare il nome di Agnés Varda perché era una donna indipendente come lei, per esempio – e a me piaceva così. In nome della parsimonia rammendava calzini, cambiava l’elastico alle mutande, riparava le canottiere di papà. Grazie a lei ogni componente della famiglia aveva un rattoppo su qualche indumento: ci avrebbero facilmente identificati come membri dello stesso nucleo famigliare.

Per me è naturale, istintivo, pensare che la soluzione a una cerniera rotta stia nella sostituzione con una cerniera nuova.
ma cosa si è rotto? Mi ha candidamente domandato il Signor Contì, apparso al chiosco mentre facevo l’ennesimo tentativo di nascondere la lampo dei pantaloni sotto la camicia – se è solo la linguetta con un paio di euro i cinesi la cambiano. E tutto.
Il candore di chi ha la soluzione e lavora di logica. Per me è stata un’illuminazione, una profezia, un colpo di genio.
io ci porto i jeans per fare l’orlo. E tutto. E con la stoffa che tagliano sotto mi faccio fare queste taschine laterali, vede?
– per metterci il telefono. Mi pare perfetto.
– sì per tenerci il telefono…e tutto.
Con e tutto il Signor Contì riesce a dire un sacco di cose. Comunque oggi ha detto quanto era necessario sentire.
lo fanno quelli del mercato a 5 o 6 euro. Ma dai cinesi spende meno.
Mentre parlava Ernest è uscito dall’edicola ed è andato a fiutare le scarpe del Signor Contì. Gwendolen ha spiato i suoi movimenti ed è andata a sedersi al sole, vigile custode del pigro ciondolare dell’altro.
guardi qui. Il Signor Contì ha pagato e poi mi ha mostrato una fotografia: dei passeri a colazione sul davanzale della sua finestra. In città sono molti gli amanti degli animali che accudiscono piccoli uccelli, piccioni e scoiattoli al parco. Capita nel giardino sotto casa che mi fermi per assecondare il cane intento a fiutare; basta aspettare e poi una finestra del piano terra si apre e una signora lancia qualcosa a uno scoiattolo che aspetta. Scende da un ramo e consuma la sua merenda nell’aiuola.

Nel pomeriggio un temporale in stile regimental – righe di pioggia scagliate in diagonale – ha radunato i cani contro i miei polpacci. Ho lavorato in questo stato per oltre un’ora, anche quando il peggio era passato; premevano l’uno contro il corpo dell’altro e entrambi sulla mia gamba. Eravamo un solo blocco di carne, tre hamburger nello stesso panino senza foglie di lattuga a intercalare. Per quanto scomoda fosse la situazione, mi sono sentito un cavaliere senza macchia che non avrebbe permesso al male di nuocere ai deboli. Loro mi guardano come se lo fossi.
E stanno insieme, sempre. Alternano: uno è il parassita dell’altro.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

36. Spalancate le finestre.

Non si può dimenticare la sensazione che si prova ascoltando musica jazz dal vivo. Può passare anche molto tempo prima di tornare a uno spettacolo in un sottoscala di Saint Germain de Prés, in un club del 6° o nell’angolo di una piazzetta nel Marais.
Ma il jazz è uno stile di vita, è un linguaggio con cui parlare ed è un modo di ascoltare. Quando le luci sul palco scaldano il legno del contrabbasso che pare melata di abete, le dita pizzicano le corde vocali dello strumento traendone una voce bassa e scandita. E nell’ombra gli altri strumenti declinano la stessa frase e ne pronunciano altre. Inizia così e satura l’ambiente, filtra nei corpi.
Si muovono le mani, si muovono i piedi, dondolano le teste in un abbandono fiacco. I nervi come i fili che animano la marionetta.
Io mi sento nudo davanti ai miei pensieri e mi sento pienamente me stesso. La musica jazz mi dà tempo di riflettere, di riepilogare più che di progettare.
Ero un ragazzo quando mia madre mi regalò il biglietto per il primo concerto jazz, a teatro. Ci andai con un compagno di scuola. Non ho nessuna competenza, non ho mai provato interesse a costruirla, e non sento molta musica, non quanta ne ascolta Victor. Però il jazz mi fa star bene.

Qualche sera fa ho vissuto una fortunata circostanza: mi sono presentato a uno spettacolo a ingresso gratuito pochi minuti prima dell’inizio e mi sono sentito dire che i posti erano esauriti. Cacciato, escluso, serata interdetta. La coda di ritardatari si è disfatta con la lentezza della delusione, del disincanto per un giocattolo promesso ma negato.
Una donna con i capelli corti viola, un abito largo a palloncino e il pass appeso al collo, ha tentato una parola di conforto: le finestre sono tutte aperte. Potete sentire anche dalla piazzetta.
Per piazzetta intendeva il cortile di quella che fino alla fine degli anni Settanta è stata la conceria Colbert e durante l’occupazione ha dato rifugio agli uomini della Resistenza. Piena di tavoli lunghi e di gente che mangiava, che discuteva, che aspettava le pietanze e intanto sbirciava i piatti altrui.
Io ho visto una panchina e una sedia. È la sedia che ha visto per prima me perché io non la stavo cercando. Avevo con me un libro di Roger Grenier, Le veilleur, e ho iniziato a leggere mentre una coppia che in coda era dietro di me è venuta a sedere sulla panchina. Li ha visti un amico e si è avvicinato: mangiamo qui. Cucinano il pesce da Dio.
Le finestre erano spalancate al primo piano ma le note del violino, quelle che tutti eravamo venuti a sentire, arrivavano sfiancate, sciupate. Il vocio dai tavoli le rimbalzava, le sporcava. Comunque io avevo trovato un angolo su misura e quello che stavo facendo avevo voglia di continuare a farlo per un poco.
Victor è arrivato dopo. Aveva un bicchiere di vino rosso in mano e ne ha portato uno anche a me. Poi siamo usciti in strada, di fronte alle finestre aperte su rue Blainville dove il fraseggio del violino arrivava chiarissimo. La gente stava appoggiata al muretto che divide il giardino pubblico, stretto e lungo, dagli stalli del parcheggio; un tale stava rallentando con la bicicletta per trovare un angolo da cui partecipare. Persone che desideravano restare lì finché il violino ce le avesse tenute, inchiodate alle loro scomodissime posizioni di ascolto.
Il vino era buono.
Verso la fine ho visto un palloncino levarsi dal buio. L’ho visto con la coda dell’occhio, alla mia sinistra, consapevole che fosse certamente qualcosa di diverso ma incapace di comprendere cosa. Il palloncino saliva e io gradualmente decifravo a cosa stesse legato: un uomo dal cranio calvo e lucido si levava da dietro una siepe. Aveva ascoltato il concerto seduto sul marciapiede e si rimetteva in piedi.

Devo risolvere il problema. Cercare una soluzione. Ieri Gwendolen si è improvvisamente fermata durante la passeggiata. Ha fiutato l’aria o ha sentito un rumore sgradevole, evocativo di un episodio sgradevole. Non so cosa sia accaduto; so soltanto che si è irrigidita e poi è riuscita a svincolare. Si è come rimpicciolita e, indietreggiando, si è disfatta della pettorina.
Ha attraversato la strada costringendo un camion della nettezza urbana a una brusca frenata. La donna che stava alla guida mi ha insultato. Lunghi musi di diniego mi additavano mentre tentavo di raggiungerla, trascinando Ernest al guinzaglio. Il panico le ha turato le orecchie; non sei più sola ho continuato a sussurrarle mentre me la premevo al petto.
Il suo comportamento è diventato esasperante; vincola Ernest e rende snervante ogni tentativo di uscita. Non posso fare a meno di pensare come sarebbe bello avere solo lui.
Poi penso che vorrei difenderla da tutto.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

35. Conversazione sull’arte contemporanea.

Per i suoi figli è un’esperienza sfibrante. Li ho visti crescere e defilarsi appena un margine di indipendenza gliene dava l’opportunità. Non si può dar loro torto: accompagnare Sara nelle sue uscite per gli acquisti può risultare davvero snervante.
Non sempre. Se dispone di poco tempo e ha con sé la lista della spesa si comporta come la maggior parte dei parigini: va di fretta e dimentica di comprare ciò di cui aveva più bisogno.
Tuttavia nella vita caotica di Sara ci sono delle interruzioni, sorta di bolle di sapone in cui viene risucchiata e sospesa. Dice di sentire quando è il momento giusto; dice che si tratta di un’esigenza fisica: allora si rilassa andando in cerca delle novità.
Non fa propriamente shopping, non si lancia in acquisti compulsivi per colmare l’insoddisfazione o compiacere la vanità. Lei dice che è necessario guardarsi intorno per vedere cosa c’è di nuovo sul mercato.
Spesso cerca di coinvolgermi e passa al chiosco a reclutarmi a fine giornata. Ieri mi ha trovato chino sulla mia vecchia bicicletta mentre ingrassavo il bullone arrugginito a cui era fissato il pedale.
Non è facile andare in bicicletta senza un pedale – parlo per esperienza – e io ne ho perso uno attraversando boulevard de Sébastopol. Ho evitato la caduta ma la bicicletta si è piegata a terra e la leva del freno è finita nei miei pantaloni: squarcio a L sopra il ginocchio.
Ho proseguito a piedi, a fianco la bici riaddomesticata, e ho incrociato i passi pesanti di Madame Pilot, sempre più grassa. Era riuscita a infilare le gambe in un paio di leggings a fiori; sulle cosce i petali si dilatavano e sbiadivano. Il tessuto era talmente teso che pareva trasparente, come la pasta del chewing gum quando ci si soffia dentro quanta più aria è possibile.
Monsieur Sébastien ha forato?
No, ho perso il pedale. E ho finto di riderne. Poi le ho mostrato il mio jeans rovinato e lei mi ha detto: andrà benissimo così. Sono in vetrina jeans stracciati che le costerebbero una fortuna.
Io ho finto conforto e lei si è accertata che non avessi ferite mentre si sfilava il golfino rosso e rimaneva in canotta:
fa troppo caldo e sono allergica al polline.
Anche Victor ha iniziato da qualche giorno a starnutire e imprecare contro la primavera. Starnutisce e impreca. Stamane a colazione – gli occhi lucidi e il naso gonfio – ha avuto una brillante intuizione: perché nessuno ha mai pensato a delle mutande con le tasche per tenerci i fazzoletti?

Stavo appunto cercando di sfilare il perno per agganciare il pedale rimediato dall’ex coinquilino di Miguel, che andandosene ha lasciato la bicicletta e un bigliardino in eredità, quando Sara è apparsa al mio fianco.
Questa volta si trattava di fare un sopralluogo nella bottega di prodotti leggeri, sfusi, aperta in rue Beaubourg. Ambiente un po’ asettico per me che avrei preferito l’accoglienza di un negozio di granaglie, ma pregevole la combinazione cromatica degli infiniti cassetti trasparenti in cui Sara ha pescato svariati tipi di pasta e fatto provvista di legumi.
I vasi delle spezie disposti in semicerchio mi hanno fatto pensare al particolare di un quadro sull’arte dei tintori medievali. Mi sarei fermato di più ma Sara ha voluto che la raggiungessi per scegliere insieme una combinazione per una tisana rilassante: ho insistito per il rosmarino anche se lei mi ha detto che con tanti profumi a disposizione mi rivelavo privo di originalità.
Sei prevedibile. Da te mi aspettavo qualcosa di meno banale. Non ti piaceva il sambuco?
Quando Sara dice così è perché da un gay si aspetta sempre eccentricità, arditezza e sensibilità, intesa come sinonimo di empatia sino alle lacrime. Ma io sono un uomo piuttosto convenzionale a cui piacciono gli uomini e il rosmarino nelle tisane.
Mi ha detto che voleva comprare qualcosa per me e mi ha messo in mano qualche sacchetto di carta. Io li ho riempiti con delle farine, di segale, di farro e di mandorle. Mi piaceva il suono delle parole tracciate a mano su un cartoncino; ci penserà Victor a cucinarle.
Nel reparto detersivi per la casa mi stavo annoiando e ho cominciato a chiacchierare mentre Sara studiava i componenti di ciascun prodotto. Sembrava mi ignorasse ma poi mi guardava, spingeva gli occhiali sulla fronte e mi rispondeva:
ma se hai sempre avuto cani.
Si ma all’improvviso ci siamo posti domande inutili. Tipo: una persona quanti cani può condurre al guinzaglio? Compriamo lo sdoppiatore?
Ci stanno da soli in casa?
In casa sono perfetti. E poi sono in due; non sono mai soli..
E allora?
E allora non lo so. Per ora vengono al chiosco con me. Lui è incuriosito dalla gente, lei sta volentieri sul cuscino, dentro. È tutto quasi perfetto capisci?
prendo questo, con cera d’api e birra. Mi passi un contenitore da un litro?

Sulla via di casa ho visto due ragazzi abbarbicati su una scultura, qualcosa simile alla cassa toracica di un cetaceo arenato nei giardini dietro casa. Parlavano e sembrava una di quelle conversazioni confidenziali e profonde fatte in piena adolescenza. Uno stava a penzoloni sulla costola in acciaio e l’altro lo ascoltava a gambe incrociate sullo sterno della carcassa.
Ho pensato che era un modo naturale di appropriarsi dell’arte contemporanea, di farne parte.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

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