16. Ha chiamato lei.

– Non chiami mai ssccc – mi rinfaccia Rose prima di salutarmi.
Mi chiama presto, la mattina della domenica. Come ha fatto sempre. Lei ha sempre dormito poco e dice di aver sempre lavorato molto per mantenere Daniel agli studi, a Parigi.
Sssccc: il rumore dell’acqua – il rubinetto aperto – lo sento più distintamente della sua voce. Pacpapactac sccc pactintin le stoviglie che si toccano; piatti con piatti e con bicchieri e il cicalio delle posate. Evidentemente Rose tiene le braccia nell’acquaio della sua cucina con le piastrelle piccole, verdi rettangolari. In quella cucina dove non vuole si entri se lei non è presente e di norma nemmeno allora.
– Come stai? sccc pac Come sta Victor? Sccc Victor dorme ancora, dormivate ancora? – le dico di no ma non sente la risposta – non mi fate più sapere sfrrsfrrsfrr niente.
Adesso pare strofini qualcosa con il canovaccio. Lo sento contro il telefono che immagino regga con la spalla contro la guancia.
Le dico qualcosa su di noi e le chiedo di lei, che ultimamente significa sentirla parlare della sua salute. Rose ha superato gli 80 anni ma la sua salute non è mai stata il suo argomento preferito. Piuttosto minimizzava il male degli altri dicendo che il lavoro a lei aveva distrutto mani e gambe eppure non ne faceva un dramma.
– Non mi sono più …presa dall’ulti… volta che sono venuta a Par…i, lo sai: questo inver… sfrrsfrrgnn.
– Rose, non sento nulla.
Silenzio.
– …ah sì, scusa – la voce diventa forte e netta – adesso mi senti? – so che sta sorridendo come quando si scusa e vuole che il suo interlocutore comprenda le sue ragioni e le dica che non è il caso.
– Benissimo ora.
– Stavo mettendo via i piatti e ho appoggiato un attimo il telefono. Ieri sera sono venuti Cléo e suo nipote. Lei non cucina niente a sto’ ragazzo e allora ho cucinato io. Sono andati via tardi e non avevo voglia di pulire: lo sai che la sera non faccio mai i piatti.
Aggiungo che so anche che non lascia mai che i suoi ospiti l’aiutino.
– Ma figurati sfrrsfrr sccc – ho la sensazione che abbia di nuovo posato il telefono per continuare a riordinare la cucina. Sento la sua voce lontana. Mi domando perché non si fermi in poltrona il tempo di una telefonata visto che dice di tenere tanto a una chiacchierata con me: ha chiamato lei.
Scctactoc ho preso tropp… antibio… non ho più forz pacpacpac uff.
Non so cosa dire.
– E in giardino c’è tanto lavoro. I rami pieni di prugne piegati sulle ortensie. Sono da tagliare ma dovrebbe farlo Jeremie e non viene.
– Non devi affaticarti troppo – ma intanto penso come ho sempre pensato che stiamo parlando di un giardino di proporzioni minute. Il fatto è che Rose ha cura dei dettagli: che gli accostamenti nelle aiuole appaiano spontanei anche se non lo sono e le erbacce vengano subito estirpate.
Si compiace invece dei risultati:
– vedessi la speronella: bianca, blu e viola – e io intanto rivedo l’attaccatura viola dei capelli di Madame Maes che ieri è venuta al chiosco con i capelli tirati in una coda. Erano viola. Melanzana.
Non so bene che aspetto abbia la speronella ma da quanto racconta Rose non credo  mi piacerebbe molto:
– quest’anno è alta un metro e mezzo! È quasi alta come me! E l’elleboro è una gioia per gli occhi.
Mi piace l’elleboro. Mi pare che la telefonata stia per concludersi ma Rose non è ancora arrivata alla questione che le sta a cuore:
– Sébastien, dovete parlare con Daniel. Ma a voi risponde?
– Sì, certo, risponde. In effetti è un po’ che non ci sentiamo.
– Dovete persuaderlo. Oh, aspetta. Suonano alla porta. Oh, buongiorno Aline. No, solo una telefonata con Parigi. Vieni: sono subito da te.
Sento la porta che appoggia sul battente e ricordo che Rose ci tiene appesa una striscia di stoffa con le renne a punto croce.
– Sébastien ci sei? – ma io sono sempre rimasto lì – stavo dicendo: dovete persuaderlo a non abbandonare il suo lavoro. È difficile di questi tempi.
Tento di dirle che pensiamo che Daniel debba prendersi il tempo necessario per riflettere. Trascuro di ricordarle che suo figlio è un uomo adulto.
Rose non ascolta una sola parola:
– Rose ci sei?
– Un attimo – la sento urlare lontano. Quando riprende il telefono mi congeda brevemente:
– scusa ma la signora è venuta ad aiutarmi per la pulizia e dobbiamo arrotolare i tappeti. A presto. Baci a Victor. Baci baci.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 14 juillet.

15. Delle belle scarpette.

Chiunque varchi la soglia della bottega di Monsieur Marcel per la seconda volta sa che un altro calzolaio lo servirebbe chiedendogli molto meno. Perché la prima volta si sarà certamente accorto che i prezzi che pratica Monsieur Marcel sono cari. Non più cari ma cari oltre ogni paragone.
Alla sua bottega si torna comunque: perché certe riparazioni si possono affidare solo alla sua esperienza, per abitudine e per certa maniera di ghermire il cliente che Monsieur Marcel esercita impunemente. Ecco: si ritorna nel suo negozio per non deluderlo.
Oggi io e una signora eravamo diretti al suo negozio. L’ho vista arrivare dalla direzione opposta alla mia e le ho ceduto il passo; lei ha ringraziato spingendo la porta e trattenendola perché la seguissi.
Monsieur Malcel stava seduto in una poltroncina davanti al bancone a leggere il giornale spiegato sul suo grembiule di cuoio. Ha salutato emergendo appena dal quotidiano ma ha continuato la lettura. Intanto il figlio tralasciava lo stivale che stava mettendo in forma per avvicinarsi e domandare alla cliente in cosa potesse servirla.
Lei è parsa un poco delusa; ha cavato dalla borsa che teneva con entrambe le mani una cintura maschile logora e stinta da cui si era sfilata la fibbia:
– secondo lei ne vale la pena? – ha chiesto al giovane che l’ha presa per osservarla con scarsa attenzione. Come se fingesse di esaminarla avendo già deciso che l’avrebbe riparata per non rinunciare a un incasso:
– ma sì, sì. La può ancora usare.
La signora che aveva sperato in un’analisi più argomentata e uno scambio più loquace è passata al secondo articolo della lista, quello a cui teneva davvero: un paio di scarpe in pelle décolleté, blu e beige, da risuolare.
Il ragazzo non ha alzato la testa. Piuttosto ha allungato il braccio per recuperare la biro con cui ha tracciato una croce sulla suola e sul tacco.
– Se si potesse rimediare qui… c’è un taglio vede? – ha aggiunto lei mostrandogli la punta della scarpa.
– Poi gliela lucido. Com’è il nome?
– Picard.
– Va bene. Sono pronte per la fine della prossima settimana.
La signora è rimasta a fissarlo trattenendo ancora con entrambe le mani la borsa vuota stropicciata. Poi ha sorriso come a dire va bene arrivederci e voltandosi ha infilato il sacchetto nella tasca della giacca.
Solo allora Monsieur Marcel si è alzato dalla poltroncina lasciando che il giornale scivolasse al suo posto:
– fammi un po’ vedere – ha ordinato al figlio che è andato a riprendere le scarpe dallo scaffale in cui le aveva già riposte.
La signora che non ci sperava più era se possibile più soddisfatta che se a servirla fosse stato Monsieur Marcel. Perché a intervenire così, quando l’ordinazione era già stata presa, Monsieur Marcel pareva voler dire che a quella cliente teneva tanto da voler controllare personalmente che le sue scarpe ricevessero la cura necessaria.
E tuttavia ciò che distingue Monsieur Marcel è la finezza con cui lusinga la vanità di ciascuno di noi.
– Proprio delle belle scarpette – gli abbiamo sentito dire mentre alzava controluce il paio di décolleté reggendole appaiate con la mano destra e calzando gli occhiali con la sinistra. Si trattava in effetti di un paio di scarpe da non meno di 100 euro; di pelle morbida.
Allora la signora è uscita contenta: felice di avere un gusto squisito e felice che un estimatore competente come Monsieur Marcel sapesse di quel suo gusto squisito.

Boot Café. 19, rue du Pont aux Choux.

– Prego – la voce del figlio mi ha sorpreso mentre ero intento a fare qualche considerazione sulle maniere di suo padre e sulla scelta conveniente del momento in cui intervenire.
– Ah sì: Chevalier; devo ritirare un paio di mocassini.
– Guardo subito – ed è andato a cercarli. Intanto Monsieur Marcel aveva ripiegato il giornale e passava dietro il bancone per andare a mettere in forma lo stivale. Passando mi diceva qualcosa sul tempo di questi giorni.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 30 juin.

 

14. Natale 1994.

 Domenica. Mattina.
– Spaghetti al pomodoro! Quanti spaghetti posso mangiare?
La voce di Victor arriva attutita dalle pareti dell’armadio in camera. Se sta tra le due ante spalancate la voce giunge in sordina, ma sembra che le cose da dire gli vengano in mente solo quando si spinge all’interno e a me arriva un borbottio remoto.
– 70 grammi – gli dico tornando alla posta elettronica.
– Non sento – ribatte lui che non riemerge di là per udire meglio la risposta. Piuttosto lo sento esultare:
– non pensavo l’avrei mai più messo. Guarda: mi va ancora! – dice comparendo in salotto con indosso il completo scozzese acquistato da Hackett a Natale nel 1994.
È raggiante. Inizia a constatare i vantaggi della perdita di peso: chi lo incontra si accorge del cambiamento e glielo dice e lui elimina ancora qualcosa dalla lista dei piatti preferiti.
Victor ha preso molto seriamente la dieta del dottor Simiot del centro diabetologico di rue Dunois: un uomo imponente che ci ha ricevuti senza indossare il camice in uno stanzino lungo e stretto. Ha giunto le mani sul petto e ha parlato per oltre mezzora a palpebre abbassate: è stato molto chiaro ma non ha consentito nessuna domanda. Victor ha fatto un tentativo all’inizio che si è spento contro il palmo che il medico gli ha levato contro.
Alla fine io ho detto qualcosa a proposito del fatto che sarebbe toccato a me fare in modo che Victor rispettasse le regole – così per congedarmi e perché ero sollevato da quello che avevo sentito – e il dottor Simiot ha mortificato l’idea e chi l’aveva espressa: questo è quello che dicono in genere le donne. L’essere umano non raggiunge l’età adulta con la maturità sessuale ma quando si rende autonomo e fa valere il suo diritto a compiere una scelta.
Nessuno mi aveva mai trattato come una donna come ha fatto lui. In fondo non è stato spiacevole: l’ho desiderato tante volte in passato.

– Vado a cambiarmi – ha detto Victor dirigendosi invece nella direzione opposta. È entrato in cucina e ha preso una cipolla nel cassetto del frigo per metterla sul tagliere; poi ha riempito per due terzi di acqua la pentola più alta.
– Meglio se te lo togli per cucinare – ho fatto notare anche se era ovvio.
– Sì, hai ragione – ha ammesso aprendo ancora il frigorifero per togliere lo scolapasta con l’insalata:
– questa la tagli tu? – mi ha chiesto posandolo sul tavolo accanto ai miei appunti.
– Attento, me li schizzi- ho protestato scansando i fogli.
– Scusa – ha detto lui mettendo la pentola sul fuoco.
Sono uscito dal mio account e stavo per alzarmi quando è arrivata una video chiamata di Jerome, dall’India. Ho passato una mano a lisciare i capelli e mi sono accertato di avere lo scollo a V in ordine; ho fatto bene: era ampiamente a sinistra.
– Eccoti qui!
– Ciao – fa lui agitando la mano davanti alla telecamera.
– Vieni più indietro sennò non riescono a vederti – dice il suo amico.
Strillo qualcosa perché Victor non si perda la chiamata.
– Così mi vedi? Vedi? Guarda – e sposta l’inquadratura – per favore può guardare qui? – e sul video compare il volto quieto di un vecchio con la barba bianca e il turbante rosso, un sikh che non riesce a restare a lungo in posa come vorrebbe Jerome. Il nostro amico si affanna a gestire la telefonata e il vecchio indiano dietro di lui sorride rivelando lunghi denti gialli e una gengiva alta e lucida.
– Super! – urla Victor.
– Non ti vedo.
– Sono qui – gli risponde Victor inginocchiandosi a fianco della sedia su cui sono seduto io. Appoggia i gomiti al tavolo e avvicina il sorriso alla telecamerina – come sta andando il tuo viaggio vecchio mio? – e gli manda un bacio.
Appena il tempo di sentirlo ridere e appare un avviso: Jerome ha disattivato il microfono.
– Non dipende da noi – dice Victor sgranchendo le gambe. Scrive qualcosa su uno dei miei fogli e lo mostra a Jerome che vediamo smarrito: hai disattivato il microfono. Jerome stringe gli occhi vicino allo schermo e prova a leggere.
– Ma guardalo lì.  È uno spettacolo – bisbiglia Victor incantato dall’immagine del nostro amico con la camicia di lino e il gilet di maglia che sta evidentemente spendendo bene il suo tempo.
Poi rivediamo il turbante rosso ma da dietro e rapidamente la telecamera passa a inquadrare l’amico di Jerome che non prova nemmeno a interagire con noi, riattiva il microfono e rimette Jerome in primo piano.
– Avevo tolto il microfono.
È lui che deve parlare e raccontarci come trascorre le sue giornate. Non vi è dubbio che si trovi a suo agio e mostra una bella cera malgrado ci dica che dopo i primi giorni non digerisce più la cucina indiana. Ma pare non importargli poi tanto.
– Domani ci spostiamo a sud, nel Tamil Nadu. A vedere i templi. Monsieur Leblanc ci è già stato.
L’altro fa capolino e ci dice che sta andando tutto bene.
Poi il collegamento si interrompe. Rimane lo stupore sul viso del nostro amico mentre si volta verso il suo compagno di viaggio che è rimasto bloccato in una smorfia: stava richiudendo la bocca e abbassava lo sguardo dopo averci salutato. Victor gli fa il verso.
In cucina l’acqua bolle da qualche minuto. Le gocce di vapore vibrano in fila sul bordo del pensile sopra la cucina a gas.

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 21avril.