14. La consistenza della vanità.

Felix: Io odio la sporcizia, odio il disordine. Sono andato da uno che fa l'ipnosi per curarmi.
Oscar: Non ha funzionato?
Felix: No, è arrivato in ritardo, gli ho riordinato lo studio e me ne sono andato.
La strana coppia, II

Ieri sera il dentista ha confermato che Victor dovrà far a meno di uno dei suoi denti. Victor me lo ha comunicato per telefono dichiarandosi dispiaciuto ma proprio non ho capito cosa intendesse dire con dispiaciuto.
In verità Victor non tollera l’idea. Ho compreso quanto gli desse fastidio il pensiero di iniziare a servirsi di pezzi sostitutivi quando ha ripetuto per la decima volta che la notizia lo aveva immalinconito.
Io non ricordo con quanti impianti condivida la mia vita, non ci penso mai. I miei denti e quelli che fingono di essere miei compiono un ottimo lavoro con spirito di collaborazione: i primi non fanno pesare ai secondi di non appartenermi biologicamente e i secondi non vantano una prestanza che gli altri non posseggono più. Insomma ne ho lasciati alcuni per strada ma perdo quotidianamente anche un buon numero di capelli: è naturale e non vale rimuginare.
Victor invece ha speso la serata a celebrare il commiato. Lo stesso fa con la calvizie: si specchia ovunque possibile per misurare il perimetro dell’area colpita dal processo di desertificazione.
Comunque la mattina si è alzato di buon umore: senza un molare peserò di meno.
Per questo lo amo. Non per il suo ottimismo, apparente. Piuttosto per il fatto che mi fa ridere.

La mattina un cruccio di diversa natura occupava i suoi pensieri. I calzini non sono un accessorio trascurabile ma Victor ne fa addirittura una questione fondamentale. Lui non procede all’acquisto di un paio di calzini se prima non ha valutato il suo guardaroba e il cambio di stagione costituisce la circostanza più adatta per ricordare su quali abbinamenti può contare.
Vanità. Io almeno ammetto la mia vanità. Lui sostiene di farlo unicamente per una questione di stile e di rispetto del prossimo. Una volta ho avuto il tempo di consumare un croissant e di fare qualche acquisto mentre lui stava incollato alla vetrina in cui erano esposti i gemelli di stoffa, i suoi preferiti. Se si fosse staccato dalla vetrina qualche minuto prima non credo avrebbe mancato di rispetto a nessuno.
Vorrei che con la stessa dedizione si curasse del suo abbigliamento quando è tempo di ferro da stiro, cosa che invece fa di rado. Si serve della lusinga dicendo che io sono in grado di ottenere risultati di gran lunga migliori e io ancora ci casco.
In effetti io stiro piuttosto bene e poi non mi dispiace farlo. Ricordo bene la sera in cui mia madre si allontanò dall’asse da stiro per andare a rispondere al telefono in un’altra stanza. Io ero un ragazzino seduto al tavolo a fare i compiti e cedetti subito alla tentazione di prendere il suo posto per cimentarmi con i pantaloni di mio padre. Faticai non poco a togliere la piega che segnava la gamba per la sua intera lunghezza. Non fu una sorpresa gradita a mia madre che dovette spiegarmi la necessità di quella riga e poi ricominciare a tracciarla.
In seguito serbava qualche fazzoletto e mi proponeva di stirare quelli. Ma non era la stessa cosa: non c’era difficoltà, nessuna finezza da usare. Più tardi non mi permise più di avvicinarmi: non è roba da maschi.
E invece a me piace ancora prendere una camicia e renderla portabile, stenderne le pieghe, fissarne i contorni. Mettere ordine insomma. Stiro guardando vecchi film e Algernon siede al mio fianco, sulla sua poltrona, e ho idea che nelle giornate fredde gli piaccia sentire lo sbuffo del vapore caldo del ferro.
Giorni fa ho trascurato di riporre l’asse da stiro alla fine del lavoro. È rimasto davanti al mobile su cui appoggiamo le chiavi e i nostri telefoni. Siamo usciti e durante il viaggio in macchina Victor si è reso conto di aver dimenticato in casa un paio di chiavi e l’auricolare:
La colpa è tua. Lasciando lì davanti l’asse da stiro mi hai disorientato e non ho più potuto riordinare le idee su cosa dovevo  prendere e cosa lasciare.
Io non credo sia necessario un commento e quindi tralascio di esprimerne uno.

Sempre l’ascensorista.
All’uscita del negozio leggero di Madame Álvarez, dove l’ascensorista fa la spesa alla spina solo per risparmiare sull’imballaggio, impermeabile agli ideali di sostenibilità che animano la proprietaria, incontro Monsieur Macé, intabarrato in un voluminoso piumino rosso e con un colbacco calato sugli occhi. Mi sorride e mi mostra i numerosi depliants che Madame Álvarez gli ha messo in mano alla cassa strappandogli la promessa di approfondire il tema che tanto le sta a cuore.
Come faccio a dirle di no. Con quei capelli neri…secondo lei si tinge?
Credo che Monsieur Macé si perda piuttosto nel decolleté di Madame, sempre scollata anche in inverno. Può essere che Madame si tinga la chioma ma certamente la sua allegria è autentica e conturbante. Così lei strappa lo scontrino e Monsieur Macé pende dalle sue labbra e assicura di diventare un consumatore consapevole entro la fine dell’anno.
Mi dice di essere stato dal cardiologo per una visita di controllo.
Lei ha bisogno di una visita specialistica. Si sente dire e lui: pensavo che lo specialista fosse lei. Ma allora a cosa serve un cardiologo? È come se ci fosse bisogno di un ascensorista e arriva un falegname.
Come riesca a ricondurre tutto al suo lavoro rimane un incantevole mistero che non ho intenzione di indagare. Le considerazioni di Monsieur Macé sono squisitamente disarmanti. Io mi arrendo e mi congedo.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

13. Stiamo preparando il Natale.

 Beato te! Se dico di sentire lo spirito del Natale tutto intorno – come nelle giornate di cattivo tempo e bassa pressione sento il profumo dei dolci che sforna Monsieur Albert nella sua panetteria – mi sento dire Beato te!
Ma lo spirito natalizio è una faccenda molto più seria di quanto si creda. Lo si può acquisire ad ogni età ma va coltivato negli anni perché non si sciupi. Il cinismo è affare molto più semplice: non occorre talento per offendere la fatica altrui.
Sta di fatto che percepire nell’aria il ribollimento dei preparativi è autenticamente elettrizzante. Certo è necessario fare lo sforzo di fiutare l’aria, guardare le vetrine principalmente quando sono illuminate, cogliere nelle chiacchiere altrui qualsiasi tipo di riferimento al Natale e soprattutto osservare cosa si trascina dietro la gente.
Vedere che la persona che ci cammina davanti ha le mani occupate da pacchi regalo ha certamente il suo fascino, ma personalmente trovo più eccitante immaginare il contenuto di una borsa della spesa in un supermercato e decidere che servirà alla preparazione di una cena eccezionalmente sontuosa. Le borse sotto le feste sono più voluminose e poi c’è la scatola della Bûche De Noël. Quella da sola mi mette di buon umore; a tavola ne farei anche a meno, ma adoro vederla penzolare al dito a un invitato che affretta il passo, sotto braccio a un uomo che rincasa infreddolito, nel carrello di una donna che carica in macchina gli acquisti e urla al figlio di smetterla di sbriciolare la merendina sul sedile posteriore.
Non è indispensabile ma certo rappresenta un contributo prezioso alla scenografia natalizia l’ascolto della musica d’occasione. Ho iniziato da una settimana ad ascoltare le tradizionali Christmas songs dei cantanti crooners cui devo il mio umore giulivo; al primo ascolto ho mandato un messaggio alla mia amica Irènée che non ha bisogno di molte parole per capirmi. Io ascolto i miei CD in macchina e lei mi scrive di cucinare biscotti sulle note delle stesse canzoni, pensando ai newyorkesi che si riversano in strada per gli acquisti.
Una volta entrati nello spirito natalizio è piuttosto difficile uscirne prima di Santo Stefano. Io rimango imperturbabile sino a fine anno, benché la maggior carica emotiva vada esaurendosi con il pranzo del 25. Ho già detto che tengo alla cena della Vigilia, il giorno dell’anno che sta in vetta alla mia top five. Calpestato definitivamente lo scetticismo di Victor per l’intero baraccone natalizio, mi aspetto che lui cucini il piatto che prepara ogni 24 dicembre, consegno il mio regalo e sciolgo il nastro al mio pacchetto. Confortante come crogiolarsi nel pigiama felpato dopo essere stati al freddo perché il cane non poteva più trattenersi.

Ho compreso che era il momento di considerare avviato il periodo natalizio passando davanti al negozio di Monsieur Petit, maitre fleuriste nel cuore della vecchia Parigi. Le sue vetrine erano oscurate con carta da pacco rossa e sulla porta un foglio bianco annunciava: “il negozio è aperto. Stiamo preparando il Natale”.
Annuncio goloso come un ricciolo di panna montata. Non è la sorpresa che sospira la sua clientela che attende invece di rivedere in vetrina mamma orsa e i suoi cuccioli, a grandezza naturale e in lento movimento. Ogni anno compaiono su un manto di neve di polistirolo e salutano con garbo i bambini che si appoggiano al vetro e pensano a quanto sarebbe bello toccarli.
Abbarbicato sulla scala un commesso finisce di sistemare il filo di luci bianche sui rami di pino che ornano la porta. Sono soddisfatto e sorrido. Vado oltre.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

12. Fiocchi di neve di lana cotta.

Monsieur Ronsard era un habitué di questo chiosco di giornali da prima che io ne rilevassi la gestione. Responsabile di un’agenzia assicurativa nel 5°, la prima cosa che faceva uscito di casa era dirigersi all’edicola per l’acquisto del giornale. Uomo di aspetto e portamento distinti, misurato nei modi e nei commenti, ha sempre indossato capi di buona sartoria, classici nel taglio ma dai colori vivaci, specie in estate quando osa il fucsia o l’aragosta.
Dovrebbe avere oggi più di ottantacinque anni e malgrado il suo incedere risenta di un intorpidimento generale e il suo udito vada peggiorando, continua a essere un signore che è piacevole osservare e con cui è piacevolissimo conversare. Porta gli occhiali dalla montatura quasi invisibile sugli occhi piccoli e chiari che gli illuminano il volto pulito e ha capelli bianchissimi, una frangia che non ho mai visto scomposta.
Quando ci presentammo la prima volta, fu Algernon ad ottenere il suo consenso. Monsieur Ronsard acquista il giornale e saluta Algernon; lo accarezza lentamente e si congeda il più delle volte con un biscotto che acquista espressamente per lui. Lo so perché me lo ha detto Gilbert, il commesso del negozio amicodeglianimali dove Monsieur Ronsard fa provvista tessendo gli elogi di Algernon.
Ci voleva proprio un cagnone in questa edicola. Gli prende il muso tra le mani e i due si guardano negli occhi: Ma quanto sei bravo tu eh? Sei vecchio come me.
Adesso vado a fare la spesa, mi dice mostrandomi un foglietto. Apprezzo la precisione nell’organizzazione degli acquisti ma lui mi corregge: non è precisione. È una questione di calcolo. Vede, io la mattina mi preparo per uscire e poi mi siedo al tavolo di cucina, carta e penna, e prendo nota della lista che mia moglie mi detta. Non lo dimentico mai il mio foglietto. Lo conservo in tasca per poter dimostrare a mia moglie che, se dimentico qualcosa è perché lei non ne aveva parlato e infatti non compare nell’elenco. È una strategia, gioco in difesa. 


Di prima mattina è solito passare anche il Signor Contì, un coetaneo di altro stampo e altro udito. In verità il cognome è Conte e la provenienza è italiana ma mi ha spiegato di aver rinunciato a correggere chi sbagliava la pronuncia dopo aver tentato di farlo per i primi vent’anni trascorsi a Parigi. Probabilmente Contì suonava più parigino e del resto lui si ritiene francese: in Francia ho imparato un mestiere e ho avuto il primo amore. Allora sono francese.
Il Signor Contì ci sente benissimo, da sempre. Non occorre un fine spirito di osservazione per coglierne la natura pettegola e nemmeno per comprendere che non vi è in lui alcuna maligna intenzione. Nutre la sua curiosità e poi condivide le informazioni che è riuscito a raccogliere.
Di statura e gusti modesti, passerebbe inosservato se non fosse per il suo talento ciarliero. E naturalmente negli anni si è fatto una reputazione di quacchero moralista: a forza di giudicare gli altri, da lui ci si aspetta un comportamento irreprensibile e quindi… noioso.
Ma l’altro giorno mi ha raccontato qualcosa che era difficile credere e tuttavia i suoi occhi sognanti non potevamo mentire: da due giorni vedeva posteggiata all’angolo una BMW del 1978, bicilindrica motore boxer. Luccicava come nuova: impossibile non fermarsi a guardarla. Ma, mi deve credere, non sono ancora riuscito a capire di chi è. E si aspetta che io condivida il suo stupore. Io ce l’avevo la moto da giovane. Ne ho avute due. Una era italiana e l’altra tedesca. Era pesante ma era uno spettacolo da guidare.
E mentre mima la posa del motociclista io rimedio un’espressione interrogativa perché lui sia incoraggiato ad andare avanti: io e un mio amico facevamo parte di una banda e io ci legavo dietro la grancassa e andavo a suonare e mi mostra dove fissava lo strumento per il trasporto.
Insospettabile Signor Contì, un passato da centauro e il cuore che batte a ritmo di metronomo (e forse addirittura di rockandroll)! E dire che adesso potrebbe scortare a suon di grancassa tutti noi nel quartiere, narrando le nostre miserie che conosce meglio di chiunque altro.

Se ne va anche il Signor Contì e io finisco di addobbare il mio chiosco di giornali con i fiocchi di neve di lana cotta.

Supplemento.

Cette semaine on se revoit Vendredi.

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11. Il pullover nuovo di Algernon.

Stamane alla fermata del bus ho visto piovere le foglie. Le larghe foglie dei platani seguivano il loro destino e finivano a terra. Ma non una alla volta, volteggiando piano. No, il vento le alzava in volo, le radunava in stormo e le trascinava oltre. Presagio di un cambiamento. Io e Algernon fiutiamo nell’aria il momento in cui il vento e la pioggia porgono il cappotto a Parigi e l’aiutano a indossarlo; un confortevole paltò di panno, bianco come bianco diventa il cielo sopra Parigi. Oggi ho sentito il freddo scendere in città: preceduto dalla sua corte, il padrone è finalmente arrivato.
La città cambia d’abito, pensa al prossimo Natale, la gente va di fretta sui marciapiedi, attraversa i ponti, si incontra nelle piazze, entra nei negozi, si rinchiude negli uffici, si iscrive in palestra e frequenta i corsi di cucina, prenota i ristoranti e va a teatro. Parigi rimarrà uguale nei prossimi mesi ed è in questa veste che l’amo più follemente. Non ci sono odori nell’aria invernale di Parigi che io non conosca, filtrati dalla sciarpa fatta a maglia in cui affondo il mento e alito caldo, inumidendo la lana.

Io e il cane abbiamo percorso il consueto tratto, dalla fermata del 90 al chiosco di giornali. Algernon era un po’ rallentato ma procedeva disinvolto. L’aria di intesa che sta negli occhi umidi di un vecchio cane che ti cammina al fianco senza perderti di vista mai – anche quando sembra preferirti una macchia scura alla base di un’inferriata arrugginita – è una quotidiana iniezione di benessere, la percezione chiara di un equilibrio perfetto. È terapeutico, una sorta di profilassi contro l’imbruttimento e l’invecchiamento precoci.
Ho notato un uomo in abito scuro e impermeabile Burberry che correva in direzione di un parcheggio privato, nel sotterraneo di un piccolo giardino in cui Algernon solitamente si ferma a fiutare il cestino dell’immondizia. Correva impugnando la sua valigetta di cuoio nera, chiaramente in ritardo e chiaramente in confusione.
Vicino la tettoia del mercato degli ortaggi, ho visto arrivare il giovane di pelle nera che da più di un anno vedo seduto sul muretto che divide l’area coperta del mercato dal cancello del cortile in cui sta un ambulatorio medico. Raccoglie l’elemosina di quanti vanno e vengono dall’ambulatorio, scambia qualche frase con i malati, i loro parenti, i dottori e gli infermieri: a ciascuno una frase di convenienza. Si adegua.
In una mano teneva un sacchetto di carta bianca di panetteria e nell’altra il giornalino del supermercato di fronte con le offerte del giorno. A tracolla un borsello bianco Adidas, sgualcito agli angoli. Arrivato a destinazione ha steso il giornaletto sul muretto e ci si è accomodato sopra. Poi ha iniziato la colazione con il croissant.
Ho constatato: due persone che raggiungono il loro posto di lavoro.

PIù tardi, per il pranzo io e il cane siamo stati da Marius, il caffè all’angolo, e ci ha serviti, al solito, Sophie, la studentessa in medicina. Avvicinatasi al nostro tavolo si è chinata sul cane per vezzeggiarlo. Io ho ordinato e sono stato a guardarla mentre prendeva nota: la frangia morbida e lucida sbrigativamente fermata dietro all’orecchio e due seni perfetti sotto una maglietta con il profilo di Audrey Hepburn.
Sono quasi certo che Sophie ignori la sua bellezza e forse proprio per questo esercita un fascino palpabile. Si tratta di un tipo di seduzione che va ben oltre il sesso; non attrae a sé un uomo o una donna, non solo. Attrae per il senso del bello, il senso dell’armonia che il suo fisico dalle linee morbide trasmette.
Poi capita che il mio sguardo incroci un terrazzo all’ultimo piano del palazzo di fronte e cozzi contro un pergolato di legno sorretto da quattro colonne corinzie, tentativo disarmonico di fingere buon gusto.
Con il caffè mi concedo la lettura di qualche pagina. Il libro in una mano e l’altra dietro la lunga orecchia vellutata di Algernon, seduto contro di me. Sta immobile, teso al godimento del massaggio: inequivocabile il suo apprezzamento. Con la coda dell’occhio riconosco la curiosità di un vicino di tavolo che cerca di capire in quale libro io sia immerso. Capita anche in autobus. Talvolta faccio di tutto per nascondere il titolo, talaltra – è questo il caso – giro la copertina in modo tale che la curiosità venga appagata.

Torno al lavoro e con me Algernon torna alla sua cuccia nel chiosco. Non gli tolgo subito il pullover di lana, potrebbe avere freddo.
Ha il pullover nuovo. Nora  ha lavorato per confezionarne uno a tinte allegre, mescolando un filo viola con uno azzurro e quello grigio perla del pullover dell’anno scorso:
Adesso che è vecchio non deve essere troppo serioso. Ci vuole qualcosa di divertente. E si è messa a sferruzzare per due settimane.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.