17. Vacanze estive.

Croissant a colazione. Dopo tanto tempo il gusto di un dolce fatto di burro, il sapore consolante del burro. Quando nulla sapeva più di burro nella nostra casa da mesi.
Me lo ha comprato Victor. Lui rinuncia con maggior fatica ad altro – le salse per esempio e le fritture. Non gli interessa fare colazione con il croissant.
Io scendo dal letto prima del solito per una colazione con il croissant. Aspetto di versare il caffè nella tazza prima di dare il primo morso. Inalo il vapore del caffè e mastico lentamente per far durare più a lungo il boccone: burro e marmellata di albicocche.
Il burro consola e la marmellata sveglia. La marmellata completa il quadro dei sapori: è la nota più dolce, più acuta, quella con cui si progetta la giornata e con cui si chiude la colazione. Sta di solito al centro del croissant e quando si arriva a sentirne il sapore si è già oltre la metà della consumazione.
Di norma a colazione scorro la programmazione degli spettacoli al cinema e a teatro. Anche se so che non potrò andarci.

In estate progetto viaggi che non farò. Studio itinerari sulla cartina della Francia che si è aperta lungo le linee di piegatura. Il nome dei villaggi che si annidano tra quelle pieghe non si legge più e dunque per me è come se non esistessero più.
Il paese è diviso sul fronte retro di una cartina piuttosto grande e di conseguenza sono sparite città, tratti di fiumi e intere porzioni di campagna su entrambe i lati ma è soprattutto la Francia del centro-nord che consulto più di frequente stendendola tra il bricco del latte e la tovaglietta di Victor.
Quest’anno ho ripreso in considerazione un viaggio lungo i canali della Borgogna con una barca in affitto. A Victor piacerebbe molto. Ci abbiamo pensato tante volte. Chissà come vivrebbero l’esperienza due cani da caccia prestati alla navigazione sul fiume.
L’ho detto a Nora che ha risposto che lei ha iniziato a ricevere le fotografie scattate dalle amiche in vacanza. Come ogni anno.
È davvero orrendo che qualcuno ci mandi le immagini delle sue vacanze quando noi non possiamo fare altrettanto.
– Che se la goda senza assillare me con le sue pose.
Nora ha ragione.

Devo portare in cantina la cornice rossa che a Victor non piace. Ho tolto una cineseria di stoffa che stava nel salotto di mia nonna a Châtenay-Malabry per liberare quella cornice ma lui non vuole usarla per inquadrare la locandina che avevamo scelto di appendere perché significherebbe rifilare un poco il foglio per farcelo stare.
Non è il risultato che lo disturba ma il fatto di dover tagliare la locandina. Di sprecare parte di qualcosa che è compiuto, perfetto così com’è. Non insisto e porto la cornice in cantina.
Invece quando si è trattato di seguire i suoi consigli sul modo di tinteggiare le pareti di casa ho finto di seguirli ma ho continuato a lavorare con il mio metodo: prima il rullo e poi i contorni con il pennello.
La longevità della vita di coppia sta tutta in ciò che si sceglie di ascoltare. Quando Victor si dilunga sto ad ascoltarlo solo per i primi minuti e poi penso ad altro anche se continuo a fissarlo. Probabilmente lui fa lo stesso con me.
La longevità della vita di coppia sta anche nel fingere che non ci siamo accorti che l’altro non ci sta più ascoltando da un pezzo.

 

16. Ha chiamato lei.

– Non chiami mai ssccc – mi rinfaccia Rose prima di salutarmi.
Mi chiama presto, la mattina della domenica. Come ha fatto sempre. Lei ha sempre dormito poco e dice di aver sempre lavorato molto per mantenere Daniel agli studi, a Parigi.
Sssccc: il rumore dell’acqua – il rubinetto aperto – lo sento più distintamente della sua voce. Pacpapactac sccc pactintin le stoviglie che si toccano; piatti con piatti e con bicchieri e il cicalio delle posate. Evidentemente Rose tiene le braccia nell’acquaio della sua cucina con le piastrelle piccole, verdi rettangolari. In quella cucina dove non vuole si entri se lei non è presente e di norma nemmeno allora.
– Come stai? sccc pac Come sta Victor? Sccc Victor dorme ancora, dormivate ancora? – le dico di no ma non sente la risposta – non mi fate più sapere sfrrsfrrsfrr niente.
Adesso pare strofini qualcosa con il canovaccio. Lo sento contro il telefono che immagino regga con la spalla contro la guancia.
Le dico qualcosa su di noi e le chiedo di lei, che ultimamente significa sentirla parlare della sua salute. Rose ha superato gli 80 anni ma la sua salute non è mai stata il suo argomento preferito. Piuttosto minimizzava il male degli altri dicendo che il lavoro a lei aveva distrutto mani e gambe eppure non ne faceva un dramma.
– Non mi sono più …presa dall’ulti… volta che sono venuta a Par…i, lo sai: questo inver… sfrrsfrrgnn.
– Rose, non sento nulla.
Silenzio.
– …ah sì, scusa – la voce diventa forte e netta – adesso mi senti? – so che sta sorridendo come quando si scusa e vuole che il suo interlocutore comprenda le sue ragioni e le dica che non è il caso.
– Benissimo ora.
– Stavo mettendo via i piatti e ho appoggiato un attimo il telefono. Ieri sera sono venuti Cléo e suo nipote. Lei non cucina niente a sto’ ragazzo e allora ho cucinato io. Sono andati via tardi e non avevo voglia di pulire: lo sai che la sera non faccio mai i piatti.
Aggiungo che so anche che non lascia mai che i suoi ospiti l’aiutino.
– Ma figurati sfrrsfrr sccc – ho la sensazione che abbia di nuovo posato il telefono per continuare a riordinare la cucina. Sento la sua voce lontana. Mi domando perché non si fermi in poltrona il tempo di una telefonata visto che dice di tenere tanto a una chiacchierata con me: ha chiamato lei.
Scctactoc ho preso tropp… antibio… non ho più forz pacpacpac uff.
Non so cosa dire.
– E in giardino c’è tanto lavoro. I rami pieni di prugne piegati sulle ortensie. Sono da tagliare ma dovrebbe farlo Jeremie e non viene.
– Non devi affaticarti troppo – ma intanto penso come ho sempre pensato che stiamo parlando di un giardino di proporzioni minute. Il fatto è che Rose ha cura dei dettagli: che gli accostamenti nelle aiuole appaiano spontanei anche se non lo sono e le erbacce vengano subito estirpate.
Si compiace invece dei risultati:
– vedessi la speronella: bianca, blu e viola – e io intanto rivedo l’attaccatura viola dei capelli di Madame Maes che ieri è venuta al chiosco con i capelli tirati in una coda. Erano viola. Melanzana.
Non so bene che aspetto abbia la speronella ma da quanto racconta Rose non credo  mi piacerebbe molto:
– quest’anno è alta un metro e mezzo! È quasi alta come me! E l’elleboro è una gioia per gli occhi.
Mi piace l’elleboro. Mi pare che la telefonata stia per concludersi ma Rose non è ancora arrivata alla questione che le sta a cuore:
– Sébastien, dovete parlare con Daniel. Ma a voi risponde?
– Sì, certo, risponde. In effetti è un po’ che non ci sentiamo.
– Dovete persuaderlo. Oh, aspetta. Suonano alla porta. Oh, buongiorno Aline. No, solo una telefonata con Parigi. Vieni: sono subito da te.
Sento la porta che appoggia sul battente e ricordo che Rose ci tiene appesa una striscia di stoffa con le renne a punto croce.
– Sébastien ci sei? – ma io sono sempre rimasto lì – stavo dicendo: dovete persuaderlo a non abbandonare il suo lavoro. È difficile di questi tempi.
Tento di dirle che pensiamo che Daniel debba prendersi il tempo necessario per riflettere. Trascuro di ricordarle che suo figlio è un uomo adulto.
Rose non ascolta una sola parola:
– Rose ci sei?
– Un attimo – la sento urlare lontano. Quando riprende il telefono mi congeda brevemente:
– scusa ma la signora è venuta ad aiutarmi per la pulizia e dobbiamo arrotolare i tappeti. A presto. Baci a Victor. Baci baci.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 14 juillet.

15. Delle belle scarpette.

Chiunque varchi la soglia della bottega di Monsieur Marcel per la seconda volta sa che un altro calzolaio lo servirebbe chiedendogli molto meno. Perché la prima volta si sarà certamente accorto che i prezzi che pratica Monsieur Marcel sono cari. Non più cari ma cari oltre ogni paragone.
Alla sua bottega si torna comunque: perché certe riparazioni si possono affidare solo alla sua esperienza, per abitudine e per certa maniera di ghermire il cliente che Monsieur Marcel esercita impunemente. Ecco: si ritorna nel suo negozio per non deluderlo.
Oggi io e una signora eravamo diretti al suo negozio. L’ho vista arrivare dalla direzione opposta alla mia e le ho ceduto il passo; lei ha ringraziato spingendo la porta e trattenendola perché la seguissi.
Monsieur Malcel stava seduto in una poltroncina davanti al bancone a leggere il giornale spiegato sul suo grembiule di cuoio. Ha salutato emergendo appena dal quotidiano ma ha continuato la lettura. Intanto il figlio tralasciava lo stivale che stava mettendo in forma per avvicinarsi e domandare alla cliente in cosa potesse servirla.
Lei è parsa un poco delusa; ha cavato dalla borsa che teneva con entrambe le mani una cintura maschile logora e stinta da cui si era sfilata la fibbia:
– secondo lei ne vale la pena? – ha chiesto al giovane che l’ha presa per osservarla con scarsa attenzione. Come se fingesse di esaminarla avendo già deciso che l’avrebbe riparata per non rinunciare a un incasso:
– ma sì, sì. La può ancora usare.
La signora che aveva sperato in un’analisi più argomentata e uno scambio più loquace è passata al secondo articolo della lista, quello a cui teneva davvero: un paio di scarpe in pelle décolleté, blu e beige, da risuolare.
Il ragazzo non ha alzato la testa. Piuttosto ha allungato il braccio per recuperare la biro con cui ha tracciato una croce sulla suola e sul tacco.
– Se si potesse rimediare qui… c’è un taglio vede? – ha aggiunto lei mostrandogli la punta della scarpa.
– Poi gliela lucido. Com’è il nome?
– Picard.
– Va bene. Sono pronte per la fine della prossima settimana.
La signora è rimasta a fissarlo trattenendo ancora con entrambe le mani la borsa vuota stropicciata. Poi ha sorriso come a dire va bene arrivederci e voltandosi ha infilato il sacchetto nella tasca della giacca.
Solo allora Monsieur Marcel si è alzato dalla poltroncina lasciando che il giornale scivolasse al suo posto:
– fammi un po’ vedere – ha ordinato al figlio che è andato a riprendere le scarpe dallo scaffale in cui le aveva già riposte.
La signora che non ci sperava più era se possibile più soddisfatta che se a servirla fosse stato Monsieur Marcel. Perché a intervenire così, quando l’ordinazione era già stata presa, Monsieur Marcel pareva voler dire che a quella cliente teneva tanto da voler controllare personalmente che le sue scarpe ricevessero la cura necessaria.
E tuttavia ciò che distingue Monsieur Marcel è la finezza con cui lusinga la vanità di ciascuno di noi.
– Proprio delle belle scarpette – gli abbiamo sentito dire mentre alzava controluce il paio di décolleté reggendole appaiate con la mano destra e calzando gli occhiali con la sinistra. Si trattava in effetti di un paio di scarpe da non meno di 100 euro; di pelle morbida.
Allora la signora è uscita contenta: felice di avere un gusto squisito e felice che un estimatore competente come Monsieur Marcel sapesse di quel suo gusto squisito.

Boot Café. 19, rue du Pont aux Choux.

– Prego – la voce del figlio mi ha sorpreso mentre ero intento a fare qualche considerazione sulle maniere di suo padre e sulla scelta conveniente del momento in cui intervenire.
– Ah sì: Chevalier; devo ritirare un paio di mocassini.
– Guardo subito – ed è andato a cercarli. Intanto Monsieur Marcel aveva ripiegato il giornale e passava dietro il bancone per andare a mettere in forma lo stivale. Passando mi diceva qualcosa sul tempo di questi giorni.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 30 juin.