Paris s’éveille et recommence.

Alcuni anni fa, visitando o, per meglio dire, esplorando Notre-Dame, l’autore di questo libro scoprì, in un recesso buio di una delle torri, questa parola incisa a mano sul muro: fatalità.
Poi il muro fu intonacato o raschiato e l’iscrizione scomparve. Così, infatti, ci si comporta da duecento anni a questa parte con le meravigliose chiese del Medio Evo. Le mutilazioni gli vengono da ogni parte, dall’interno come dall’esterno. Il prete le intonaca, l’architetto le raschia, poi sopravviene il popolo che le demolisce.

Febbraio, 1831
Victor Hugo, Notre-Dame de Paris

 

Mardi matin. Paris s’éveille et recommence.

XXVIII. Amor cortese.

– Voi dite andiamo su a Parigi o giù a Parigi? L’altra sera c’è stata una discussione tra i miei.
– Beh… se immagino la carta stradale distesa davanti a me dico su a Parigi perché Parigi sta più in alto, a nord.
Maurice sta in ginocchio sul pavimento davanti al vetro rotto della porta finestra e tende il metro per misurare l’altezza del telaio. È muratore, divorziato e ipocondriaco; vive a Parigi da molti anni ma non ha mai smesso di sentirsi un abitante di Chaumont, in Alta Marna:
– è quello che dico anch’io – dice voltandosi e lasciando la presa sul metro che quindi si riavvolge e scompare nel suo guscio – mio fratello invece dice che Parigi sta più in basso, per l’altitudine.
Si può ricorrere alla pazienza di Maurice per un’infinità di lavori che altri rifiuterebbero: lui non si tira mai indietro. Ha tempi biblici e non serve a nulla fargli premura, ma quando finalmente si dedica al vostro piccolo incubo domestico lo fa senza risparmiarsi e ad ogni passaggio dimentica qualcosa: cacciaviti, cazzuola, secchio, la prolunga della scala allungabile.
Ce ne parlò Daniel alcuni secoli fa e lui si presentò con i ferri e la tuta da lavoro. Si è sempre spogliato a vista sino al giorno in cui Victor si felicitò per il suo bicipite femorale praticamente perfetto; allora prese a cambiarsi al riparo dello schienale della poltrona.
Proprio sulle riparazioni di poco conto Maurice si distingue per inventiva, praticità ed esperienza. La maggior parte di ciò che gli occorre viaggia con lui nella sua Renault Mégane station wagon grigia, stipato nel bagagliaio e sui sedili posteriori abbattuti il giorno successivo all’acquisto nel marzo del 2001 e mai più rialzati. Sul sedile davanti siede Molly, il boxer che da otto anni ansima a fianco del posto di guida e garantisce a Maurice un parcheggio custodito ovunque posteggi.
Oggi Maurice si è detto subito disponibile; gli abbiamo telefonato appena svegli spiegandogli la situazione e lui è stato conciso: vengo.

Al nostro rientro ieri sera abbiamo trovato la casa rivoltata dalla barbara intrusione dei ladri. È la seconda volta in meno di dieci anni. Non è molto in verità ma è pur sempre un’esperienza svilente: indumenti a terra, calpestati, cassetti frugati, armadi sventrati, ricordi violati.
I cani erano con noi e al nostro rientro non sembravano disturbati dal disordine; hanno fiutato qualcosa sul pavimento ma poi hanno ripreso le loro abitudini. Ernest ha cercato la ciotola per bere e non è parso infastidito dal fatto che nell’acqua fosse finita la cornice con il numero di Natale del 1954 della Revue de Cuisine traditionelle de Bourgogne.
– La mia copertina! Guarda qua com’è ridotta la cornice – ha detto Victor tirandola su.
– Tutti i quadri sono stati scostati: sono tutti storti.
– Vado a vedere i miei ascot.

Il distacco con cui ho reagito questa volta ha stupito persino me: alla fine non si sono appropriati di nulla di importante.
Poi mi sono accorto che dal ripiano del vecchio secrétaire mancavano le due statuine: dama e cavaliere. Due brutte statuine di porcellana appartenenti alla mia famiglia – non so se a mia madre o se provenissero dalla famiglia di mio padre – che ricordo di aver sempre visto su quel ripiano dopo ogni trasloco. Di nessun valore. Quando le sollevavo per togliere la polvere poi mi assicuravo di disporre il cavaliere di fronte alla sua signora, un poco arretrato perché la riverenza che era in atto di compiere rispettasse le buone maniere.
Ebbene, per quanto strano possa sembrare, questa è stata l’unica mancanza che ho patito. Perché non sono stato in grado di impedire che una mano estranea si chiudesse attorno alla loro vita per trascinarle via.
– Non ho mai saputo di dove venissero e adesso chissà dove sono finite – la tenerezza mi ha preso alla gola.
Victor è affondato sul divano accanto a me e ha messo la sua mano grande sulla mia:
– ci tenevi davvero?
– No, non ci tenevo. Ma li immagino in un posto orrendo e io non posso fare nulla per loro. Gli hanno fatto del male capisci? Lo so: è stupido.
Victor si è alzato per prendere il fazzoletto dalla tasca della giacca. Offrendomelo ha aggiunto con voce ferma, certo che non potesse essere altrimenti:
– non può essere accaduto nulla di male: il cavaliere è con lei e lo ha certamente impedito.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXVII. Le badanti sul ramo di magnolia.

Passando e vedendoli seduti al fondo dell’officina – su due sedie diverse ma vicine, silenziosi – sarebbe potuto sembrare che si rivolgesse a loro. Tuttavia era impossibile che loro potessero udire i suoi commenti.


Monsieur …? non mi ricordo il suo nome che non compare nemmeno nell’insegna del suo garage. Del resto sappiamo ben poco l’uno dell’altro se non che lui ripara le macchine e gonfia pneumatici a poche centinaia di passi dal mio chiosco di giornali. Ci salutiamo ma nessuno dei due è cliente dell’altro.
Passando l’ho trovato davanti alla saracinesca di destra, ancora abbassata. Stava a gambe larghe con i pugni piantati sui fianchi e uno straccio che pendeva da una delle tasche laterali della tuta da lavoro.
Fissava la saracinesca e scuoteva la testa: qualcuno durante la notte ne aveva fatto la tela per i suoi pruriti artistici. Era comparsa la parola NOIA, a caratteri alti e smilzi, rossi ripassati da uno spesso bordo nero.
Lui fissava lo sproposito e lanciava le sue invettive in alto. Molto in alto: al governo e al sistema che non educano al rispetto della proprietà privata. E stando sul marciapiede raccoglieva il conforto di chi percorreva quel tratto di strada; di chi aveva tempo di confortarlo: pensionati, ovviamente, e gente del quartiere che non poteva farne a meno.
Fortunatamente mentre passavo io c’era già Monsieur Pier del negozio di formaggi all’angolo che coglie volentieri questo genere di opportunità per ribadire il suo disappunto su come stanno andando le cose.
Ricordo di averlo trovato un giorno piegato sul suo registratore di cassa mentre cercava di dare un senso a una raccomandata che aveva appena ricevuto:
– perché si aspettano che sia io a dichiarare quanto devo di tasse e mi multano se non lo faccio? Se vogliono tassarmi facciano loro il prezzo.
Il suo negozio di formaggi è tra i meglio forniti del Marais. Riserva ai suoi clienti un ascolto garbato e i suoi consigli di acquisto superano di gran lunga l’aspettativa. E tuttavia lui pensa alla pensione e dice che ne saprà fare buon uso: trascorrerà il suo tempo ad avvelenare i piccioni:
– non ha idea di quanto sporchino. Anche dietro l’insegna, sul frontone, guardi qui… Ci ho messo i dissuasori ma loro se ne fregano, quei porci.

Mi dispiace per la serranda del garage però non si tratta delle solite frasi disordinate, volgari. Mi accorgo che ha suscitato un certo effetto su di me quel grido uscito da una bomboletta a spray. La consapevolezza della noia è affare preoccupante: deriva da una percezione del nulla e non può che approdare a qualcosa di vano. Sennò sarebbe ozio e non noia. È significativo che l’autore – presumibilmente un giovane – abbia avuto paura della noia. Se fosse già assuefatto non avrebbe scritto nulla. Spero non si rassegni.
Penso al tale che guidava con una mano il suo scooter di fianco alla mia auto, lungo il quai Henri IV. Ce l’ho avuto a fianco per un bel po’ e ho potuto osservarlo: con l’altra mano reggeva la sigaretta; non fumava ma gesticolava con la sigaretta tra le dita per dare un tono alla telefonata che si allungava tra un semaforo e l’altro. Se ne avesse avuto la possibilità si sarebbe tostato una fetta di pane sul cruscotto aspettando il verde.
Anche Ernest, seduto sul sedile posteriore con il muso al finestrino, deve averlo notato e deve averne tratto le sue conclusioni.
Poi ci sono le signore che al pomeriggio si fanno la foto appollaiate sul ramo della magnolia del giardinetto di rue L. Sono badanti dell’est Europa, piuttosto in carne, che si danno appuntamento alla panchina. Appoggiano le borse e le nonnine che gli hanno affidato e poi si mettono in posa a turno per la fotografia. Le vedo da qualche giorno – raggianti davanti alla bellezza di quei petali bianchi – e penso a quanto potrà reggere il ramo.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

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