XII. Sottrazione.

L’attesa si prolunga ma sembra ne valga la pena. Il bistrot ha una sola, stretta vetrina e una porta che rimane aperta perché chi entra non ha la cura di assicurarsi che si sia chiusa: è vecchia e l’intelaiatura in ferro da cui sbava un mastice nero la appesantisce.
I tavoli sono sulla sinistra di un lungo corridoio, stretto quanto la vetrina. Sul muro di destra corre una mensola punteggiata di sgabelli alti, per le consumazioni veloci.
Dietro un vecchio bancone frigo un ragazzo con la barba rossa interroga il nostro sguardo disorientato e quindi indica le lavagne alle sue spalle:
– …se però preferite potete comporre voi il vostro panino – e sfiora con la mano il piano del banco su cui stanno parecchie cose appetitose. Ci decidiamo e lui ci congeda:
– vi chiamiamo noi quando sono pronti.
Rimane sorridente finché ci voltiamo: professionale. È il tipico ragazzo-ikea, non nel senso che è assemblabile, ma perché ha il pallidume scandinavo in volto, sopracciglia chiare e timide efelidi rugginose sulle mani. Indossa un maglione di lana sulla t-shirt di cotone, braghe di velluto e confortevoli Birkenstock, in perfetto stile etico e in linea con una sobrietà dimessa, inattuabile senza una magnanima carta di credito.
Individuiamo un tavolo che stanno liberando; un uomo e una donna si stanno rimettendo il cappotto e lei raccoglie da terra la borsa sfuggita allo schienale della sedia.
– è accogliente qui – dico io guardandomi intorno.
– sì; è piacevole – Victor sta cercando di leggere le biografie in pennarello nero sui sacchetti del pane fissati al muro accanto alle fotografie dei fornitori: di carne di maiale, dei formaggi, delle verdure di stagione.
Il mio orizzonte intanto si restringe alla cornice vuota appesa sopra la mia spalla. Me ne accorgo poggiando a margine del tavolo i guanti per far posto ai bicchieri di vino che ci stanno servendo.
– Si sono dimenticati un dettaglio – banalizzo, convogliando l’attenzione di Victor da quella parte.
– così ognuno può vederci ciò che meglio desidera – dice lui piuttosto seriamente.
– hai detto una cosa molto bella. E tu cosa ci vedi? – chiedo confidando in una conversazione lirica.
– Il muro- risponde lui.

Ho letto sul giornale del concerto nella chiesa di Sant’Anna, Butte-aux-Cailles: Messa in do maggiore Op. 86 di Beethoven. Era in programma sabato sera, l’Immacolata, e l’ho proposto a Victor. Mi pareva un bel modo di inaugurare il periodo natalizio e inoltre Victor adora Beethoven.
Più le grandi sinfonie in verità; la Quinta, la Pastorale e naturalmente la Nona, il cui genio lo commuove alle lacrime.
La chiesa era già piena quando noi siamo arrivati ma due sedie nella navata laterale erano ancora vuote. Il parroco percorreva a grandi passi i corridoi, con la premura del padrone di casa. Sembrava soddisfatto.
In effetti il direttore del coro ci ha tenuto a ringraziarlo per aver accettato subito di ospitare la loro esibizione. Lui ha fatto cenno di passare oltre ma ha apprezzato la citazione.
Lo schieramento dei cantanti è sempre spettacolare e lo è stato anche questa volta. La proposta dello spettacolo era partita da me ed io avevo letto la storia del coro per cui ho creduto di dare qualche informazione a Victor prima che il concerto avesse inizio e anche se lui aveva scorso il programma.
Ho bisbigliato al suo orecchio:
– sono 90 elementi.
Poi la mia attenzione, come quella di tutti, è stata distratta da quanto accadeva nella seconda fila. Evidentemente una corista si era sentita male e l’uomo che le stava accanto stava chiudendo rapidamente la cartellina con lo spartito per darle il braccio e condurla dietro le quinte. Si sono eclissati discretamente e la fila di figurine nere si è richiusa.
Io ho sentito la voce sussurrata di Victor, piegato su di me:
– di 88 elementi.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XI. Qualcosa è cambiato.

Sabato 1 dicembre, h. 04.00.

Alla fine ho aperto gli occhi. Tanto tenerli chiusi non serviva a precipitare ancora nel sonno. Erano trascorsi una decina di minuti, forse di più: emerso dai miei sogni non riuscivo a trovare interessante riafferrare le briglie di un discorso esaurito nelle prime ore di sonno.
Doveva trattarsi di insonnia. Io non so gestire l’insonnia, non so riconoscerla: non rimango mai sveglio durante la notte. Tuttavia credo si possa ragionevolmente parlare di agripnìa trascorsi trenta minuti a osservare il dorso dei volumi nella libreria al fondo del letto, senza provare alcun cedimento.
L’unico pensiero che ho maturato è stato quello di andare in cucina. Ho riempito una tazza di caffè caldo con latte e ci ho immerso i crackers salati. E ho acceso la tivù.
Intanto ho indossato sul pigiama il pile col cappuccio che uso per uscire coi cani: non ho mai modo di constatare l’abbassamento di temperatura in casa in piena notte.
Bello: un’intervista a Woody Allen per celebrare il suo compleanno. La sua New York preferita? Quella delle case a tre piani, strette, di mattoni rossi. E le fanno vedere.
Sorbito il caffè ed esaurite le proposte televisive torno a letto e mi corico nello spazio rimasto. Da quando Ernest e Gwendolen vivono con noi non si può mai contare su uno spazio certo nella grande cuccia che condividiamo. Appena uno di noi si alza gli altri ridefiniscono le proprie posizioni estendendo i confini.
Il maschio è addormentato nell’incavo delle gambe piegate di Victor, con il muso appoggiato ai suoi talloni. Gli tremano un poco le labbra molli e regolarmente interrompe con un sospiro profondo. Gwendolen è racimolata contro la schiena tiepida di Victor.
La camera non è immersa nel buio e nemmeno nel silenzio. Sento sfilare in strada i banchi del mercato trainati a motore, il formaggiaio, il pescivendolo, l’odioso macellaio che teneva il vecchio Algernon a distanza, la panettiera Carole.
– Quasi quasi vado al mercato: per fare due parole – Victor si gira e leggo negli occhi vigili lo stesso risultato di un’irritante insonnia improduttiva.
– Ma come ti sei conciato? – mi vede con il pile abbottonato fino al mento mentre avvolgo la sciarpa in testa. Mi fa ridere: rido di me stesso e di come mi vede lui:
– ho freddo e non ho coperta.
Lui prova a tirare la trapunta verso di me ma il peso del cane che ci sta sopra esclude qualsiasi risultato.
Accendo la luce sul comodino e impugno il libro. Allora Victor inizia a raccontare ciò che ha letto ieri sera prima di addormentarsi:
Non ci lascia nemmeno il tempo di litigare. La moglie di Emilio era perseguitata dall’invadenza di Stanley Kubrick.
Invece di prendere anche lui il suo libro, io poso il mio e parliamo. Di cose diverse, in ordine sparso e ritornando a caso su un argomento:
– è stupido pensare sempre allo stesso posto per un viaggiooo? – articolo in uno sbadiglio dal bozzolo in cui mi sono rinchiuso.
– Perché? Se ti piace.
– Ma piace anche a te?
– Ma certo che si. Andremo dove vuoi tu e dove voglio io.
Ho paura che lui stia invecchiando perché una volta non accadeva mai che rimanesse sveglio durante la notte, ma Victor rende tutto quietamente normale:
– mi riaddormento, stai tranquillo.
Confido di crollare sotto il peso del latte e dei crackers e in effetti, girandomi a pancia sotto,  avverto che il sonno sta tornando:
– ci siamo!!- e riattacco a ridere.
Sento che siamo una famiglia.

Lunedì 3 dicembre, h. 02.45.

Apro gli occhi sulla sagoma di Gwendolen, seduta in margine al letto. Piagnucola a volume sempre più alto: ho poco tempo per intervenire. Il suo avvertimento non lascia mai spazio a tentativi di persuasione e occorre considerare di avere a disposizione un paio di minuti per indossare qualcosa di vagamente confortevole e provvedere il cane di pettorina e guinzaglio.
Ovvio che Ernest voglia essere della partita. Ovvio che Victor ignori che intorno a lui si stia organizzando una missione.
Infilo i calzini e scivolo nelle scarpe da trekking anche se già so che presto i calzini – quei calzini, corti e con l’elastico allentato – si ammucchieranno sotto il piede, oltrepassando il tallone. Trovo estremamente scomodo camminare in inverno con il piede per metà nudo in una scarpa pesante e  ha pure piovuto.
Ernest ci ripensa a metà scala e devo trascinarlo fino al portone per assecondare la premura di Gwendolen, terrorizzato all’idea che possa liberare la vescica nell’entrata del palazzo.
Così, con un cane trainato – ventre a terra – e il guinzaglio teso a trattenere la corsa dell’altro, arriviamo ai giardini.
Solo lì ricordo di aver accondisceso alla golosità di Gwendolen concedendole il pollo. È colpa mia se adesso stiamo sotto le larghe foglie goccianti dei platani in attesa che la sua pancia sfoghi il dolore dei crampi in liquide evacuazioni itineranti. Il pollo sortisce questo effetto. Girando su sé stessa a gambe larghe riesce anche a lordare il guinzaglio prima che possa porvi rimedio.
Al rientro i cani riprendono il loro posto accanto a Victor che nel sonno mastica qualche domanda sulla nostra assenza. Non sente la risposta che comunque io non gli fornisco e allunga il braccio per accarezzare prima un cane e poi l’altro.
Mettere a mollo il corredo di Gwendolen mi toglie le ultime velleità di sonno. Vado in cucina e preparo caffè, latte e crackers salati che consumo nella solitudine, ignorato dal resto della famiglia.
Sento che siamo una famiglia e mi sento un membro non tenuto in giusta considerazione.

 

Elsa Poudou. Paperart.

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

X. Bioorgoglio e biopregiudizio.

La boutique jaune. Paris. Gastronomie yiddish.

Forse l’ho appeso storto ma tanto in settimana lo sposto perché sul vetro ci piazzo le renne: la consueta mandria di renne di panno rosso in transumanza tra Natale e Capodanno.
Nora si è raccomandata che lo rendessi visibile alla clientela e comunque è rimasta all’edicola finché non mi ha visto uscire con il nastro adesivo.
– lo metti sull’espositore?
– perché? Non ti va? In alto: si legge bene.
– ma si confonde con le copertine delle riviste.
Allora lo sposto. Ha l’aria di un trafiletto commemorativo: questa volta Nora celebra pubblicamente il lutto per l’ultimo amore finito.
Quando è triste fa la maglia e adesso organizza sei pomeriggi nella sua erboristeria: un salotto di signore sferruzzanti a cui lei dispenserà consigli e decotti. Sul volantino su fondo verdemela un gomitolo rosso è alloggiato nel filtro di una tisaniera. I ferri sono sul piattino:
– bello, lo hai pensato tu?
– davvero ti piace? Ne ho fatto tre versioni. Nelle altre due i ferri erano infilati nella lana ma così sono più composti.
– sembrano posate. Mi piace – e guardo ancora l’insieme prima di fissare un angolo con il nastro adesivo.
Nora sembra soddisfatta; prende gli altri volantini e continua con la distribuzione nei negozi del quartiere. Ringrazia e dice qualcosa a testa bassa abbottonandosi il cappotto, trequarti verde mela come il volantino.
– Non ho capito niente.
– Ho detto che dovresti venirci anche tu. Così te lo faresti da solo il maglione di Charlie Brown.
In effetti è da qualche tempo che penso quanto farebbe piacere a Victor trovare sotto l’albero la maglia del bambino che non riesce a calciare il suo pallone da football. È stato lui a insegnarmi a fare affidamento sulla poesia di Charles Schulz.
– Quel cappotto ti sta benissimo – è vero, le sta molto bene.
– Sei il mio angelo. Ciao chèri.
Forse questa volta le passerà prima. Lei stessa ha ammesso di essersi annoiata con quel tale.
Bene! Finalmente è finita. Avevo esaurito i buoni propositi e faticavo a sopportarne la compagnia. Fisicamente non era il genere di uomo che lei trova attraente e ricordo che quando glielo dissi mi rispose che probabilmente stava traghettando verso una maturità più consapevole.
Inizialmente pareva simpatico e molto ospitale. Victor è riuscito a svicolare in un paio di occasioni in cui io sono stato invitato a casa sua per una cena e per un tè. Sembrava ansioso di conquistarsi gli amici di Nora ma l’impressione che ho avuto più tardi è stata di una persona che voleva ottenere il consenso di lei per diventare il suo interlocutore esclusivo.
Un aspetto del suo comportamento in particolare mi ha permesso di riflettere sulla piega che stanno prendendo i consumi alimentari, giungendo alla necessità di operare una scelta: disorientamento o divertimento.
Ho optato per la seconda soluzione e quindi sto a guardare divertito coloro che fanno la spesabio solo dove sono certi di spendere di più e poi te la offrono non per dovere/piacere di ospitalità ma unicamente per mostrarti la loro abilità di acquisto.
Non credo che Nora se ne rendesse conto, ma io dopo meno di un’ora avevo deciso che non avrei ricambiato l’invito. Tanto non sarei stato all’altezza: motivo per cui mi sentivo autorizzato a non darmi pena per lui.
Ricordo che sedendo al tavolo apparecchiato dalla nonna di Victor provavo a indovinare cosa avrebbero afferrato nel forno le mani che avevo visto impugnare le presine. Non avevo altri pensieri. Pregustavo il piacere di mangiare qualcosa che era stato cucinato per me: io sapevo che lei aveva fatto del suo meglio e dal canto suo lei non aveva conservato la lista della spesa per provarmi quanto le era costato.
Sono felice di non dover più fingere cortesia di fronte alla vanità del bioamante di Nora che prima di servirmi la porzione si compiaceva di illustrare la materia prima e documentarla. Potevo dimostrarmi impreparato ed era gradita la mia ammirazione; ogni opinione contraria invece veniva accolta con ironia.
Mentre il cibo si raffreddava pensavo che se mi avesse dato un questionario da compilare non avrei avuto la penna.

In ogni caso le informazioni sulla qualità del cibo ciascuno le attinge dove crede e si nutre di conseguenza. Proprio l’altro ieri Monsieur Leval mi ha trattenuto davanti all’ascensore per illuminarmi sulle proprietà dei semi di zucca.
– Lei deve far seccare il seme e poi utilizza il contenuto.
Credo avrebbe portato con sé qualche slide se avesse saputo di incontrarmi. Comunque ha ovviato mimando l’operazione:
– lo mette in un cucchiaio e lo prende con l’acqua. Fanno benissimo.
Mi ha dato dosaggio e tempi di somministrazione – anche tre volte il dì – e poi ha rivelato la fonte:
– me lo ha detto il taxista – e ha ammiccato – quelli sanno tutto.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

IX. Dove vanno i 7nani d’inverno?

Chi sa dove vanno le anitre
quando il laghetto del Central Park è tutto gelato.
J.D.Salinger, Il giovane Holden.

– Era surreale capisci? L’ho visto dall’auto mentre trascinava il suo nano da giardino fino alla rimessa.
Jerome s’immagina la scena e ride.
– Una casetta a schiera a Périgny, di quelle con il giardino. Il tale stava sotto la pioggia, con il cappello del giaccone calato fin sul naso; aveva caricato sul carrello, di quelli a due ruote su cui caricano i sacchi – e mimo l’intera faccenda – ci aveva caricato il nano di gesso, sarà stato alto un metro, e questo rimaneva rigido, in posa, continuando a vacillare a ogni buca nel prato.
– Credevo si ritirassero solo le piante in inverno. Io ho un vaso di menta sul balconcino; credi che dovrei metterlo dentro?
– Victor ha messo al sicuro le sue piante grasse Vorrei che morissero tutte: odio le piante grasse.
Ma Jerome pensa ancora al nano rimosso per evitare le infreddature:
– Credi che avesse anche gli altri sei? Altri sei traslochi? – e ride di nuovo.
Jerome è sempre stato pronto a cogliere il lato ridicolo delle situazioni; si divertiva e aveva il talento di far divertire anche chi gli stava accanto. Stiamo camminando lungo il marciapiede di rue de Rennes in direzione del cinema Arlequin per un docufilm su Jerome Robbins, il coreografo degli spettacoli di Broadway in cui il mio amico avrebbe voluto lavorare come costumista.
– Sei gentile a essere venuto – mi dice e tira fuori dal taschino due caramelle mentolo ed eucalipto; ne allunga una a me e sfila l’altra dalla carta.
– Grazie. Io ci vengo perché mi interessa davvero.
Ci esce il fiato dalla bocca e condensa in larghe boccate di fumo. Jerome srotola la sciarpa di lana fatta a mano per stringerla meglio al collo e dopo aver annodato mollemente i due capi sul petto, scioglie le frange ingarbugliate lisciandole piano. Lo fa senza avvedersene ma io lo riconosco in quel gesto: l’abitudine a scorrere la stoffa tra le mani, l’attenzione per il dettaglio.
– Oggi ho sentito Natale nell’aria per la prima volta – dico io fregando le mani inguantate.
– Un po’ presto ti pare?
– Mica puoi decidere quando sentirlo. Arriva e basta: è arrivato il freddo e ho pensato a Natale.
– Fa un freddo becco.
– Sì: bellissimo.
– Lo dici tu, perché il gelo non ti fischia nelle ossa rotte – e ride di sé – ormai quando mi alzo dalla sedia lo faccio in due stadi; a metà mi fermo per stirare la schiena.
– Vuoi qualcosa di caldo?
– No. Semmai dopo il film.
Cammino al suo fianco pensando a quanto mi renda felice farlo. Specie dopo il suo ictus intendo. Victor farebbe di tutto per Jerome e ieri sera mi ha detto di aver davvero creduto di perderlo; lo ha detto a distanza di mesi, dopo aver sempre sdrammatizzato.
Jerome rompe il silenzio per comunicarmi qualcosa con serietà. Pare sia il vero motivo per cui ha voluto vedermi:
– ho pensato di  ritirarmi alla Casa per anziani Saint Jacques. Ho visto le stanze: sono più grandi di casa mia e ci posso mettere i miei mobili – sorride di nuovo ma stavolta non è credibile.
Aveva previsto la mia sorpresa e sa di dover spiegare ancora:
– se mi succede ancora non sarò più solo. Sono diventato un problema; non sono nemmeno più utile a mia sorella: ci va una vicina a farle la spesa. Lo decido io prima che  debbano farlo gli altri per me – Poi dice qualcosa a denti stretti come se non sopportasse tornare sull’argomento: mi spiace solo che Nureyev non possa seguirmi.
Perché non possono accettare un coniglio? Non esce dalla sua stanza e non rappresenta un pericolo per gli altri ricoverati. Forse può diventare un precedente ma Nureyev è la famiglia di Jerome: perché rinunciarci, perché farli soffrire?
Incasso il colpo e reagisco:
– e a noi non ci pensi? Cosa cazzo facciamo senza di te?
– non sparisco mica – questa volta il suo sorriso è bonario.
Spinge la porta del cinema e la tiene per farmi entrare. Dentro vede un collage di fotografie di scena affisse alla parete e si avvicina: Robbins con Robert Wise, insieme a Leonard Bernstein, con Natalie Wood.
Il mio amico sta sotto a quelle fotografie e sogna a occhi aperti: il talento, le tavole del palcoscenico, di quel palcoscenico. Pura energia.
Non credo che ci andrà davvero in quella casa per vecchi. Non ancora.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

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