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13. Stiamo preparando il Natale.

 Beato te! Se dico di sentire lo spirito del Natale tutto intorno – come nelle giornate di cattivo tempo e bassa pressione sento il profumo dei dolci che sforna Monsieur Albert nella sua panetteria – mi sento dire Beato te!
Ma lo spirito natalizio è una faccenda molto più seria di quanto si creda. Lo si può acquisire ad ogni età ma va coltivato negli anni perché non si sciupi. Il cinismo è affare molto più semplice: non occorre talento per offendere la fatica altrui.
Sta di fatto che percepire nell’aria il ribollimento dei preparativi è autenticamente elettrizzante. Certo è necessario fare lo sforzo di fiutare l’aria, guardare le vetrine principalmente quando sono illuminate, cogliere nelle chiacchiere altrui qualsiasi tipo di riferimento al Natale e soprattutto osservare cosa si trascina dietro la gente.
Vedere che la persona che ci cammina davanti ha le mani occupate da pacchi regalo ha certamente il suo fascino, ma personalmente trovo più eccitante immaginare il contenuto di una borsa della spesa in un supermercato e decidere che servirà alla preparazione di una cena eccezionalmente sontuosa. Le borse sotto le feste sono più voluminose e poi c’è la scatola della Bûche De Noël. Quella da sola mi mette di buon umore; a tavola ne farei anche a meno, ma adoro vederla penzolare al dito a un invitato che affretta il passo, sotto braccio a un uomo che rincasa infreddolito, nel carrello di una donna che carica in macchina gli acquisti e urla al figlio di smetterla di sbriciolare la merendina sul sedile posteriore.
Non è indispensabile ma certo rappresenta un contributo prezioso alla scenografia natalizia l’ascolto della musica d’occasione. Ho iniziato da una settimana ad ascoltare le tradizionali Christmas songs dei cantanti crooners cui devo il mio umore giulivo; al primo ascolto ho mandato un messaggio alla mia amica Irènée che non ha bisogno di molte parole per capirmi. Io ascolto i miei CD in macchina e lei mi scrive di cucinare biscotti sulle note delle stesse canzoni, pensando ai newyorkesi che si riversano in strada per gli acquisti.
Una volta entrati nello spirito natalizio è piuttosto difficile uscirne prima di Santo Stefano. Io rimango imperturbabile sino a fine anno, benché la maggior carica emotiva vada esaurendosi con il pranzo del 25. Ho già detto che tengo alla cena della Vigilia, il giorno dell’anno che sta in vetta alla mia top five. Calpestato definitivamente lo scetticismo di Victor per l’intero baraccone natalizio, mi aspetto che lui cucini il piatto che prepara ogni 24 dicembre, consegno il mio regalo e sciolgo il nastro al mio pacchetto. Confortante come crogiolarsi nel pigiama felpato dopo essere stati al freddo perché il cane non poteva più trattenersi.

Ho compreso che era il momento di considerare avviato il periodo natalizio passando davanti al negozio di Monsieur Petit, maitre fleuriste nel cuore della vecchia Parigi. Le sue vetrine erano oscurate con carta da pacco rossa e sulla porta un foglio bianco annunciava: “il negozio è aperto. Stiamo preparando il Natale”.
Annuncio goloso come un ricciolo di panna montata. Non è la sorpresa che sospira la sua clientela che attende invece di rivedere in vetrina mamma orsa e i suoi cuccioli, a grandezza naturale e in lento movimento. Ogni anno compaiono su un manto di neve di polistirolo e salutano con garbo i bambini che si appoggiano al vetro e pensano a quanto sarebbe bello toccarli.
Abbarbicato sulla scala un commesso finisce di sistemare il filo di luci bianche sui rami di pino che ornano la porta. Sono soddisfatto e sorrido. Vado oltre.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

12. Fiocchi di neve di lana cotta.

Monsieur Ronsard era un habitué di questo chiosco di giornali da prima che io ne rilevassi la gestione. Responsabile di un’agenzia assicurativa nel 5°, la prima cosa che faceva uscito di casa era dirigersi all’edicola per l’acquisto del giornale. Uomo di aspetto e portamento distinti, misurato nei modi e nei commenti, ha sempre indossato capi di buona sartoria, classici nel taglio ma dai colori vivaci, specie in estate quando osa il fucsia o l’aragosta.
Dovrebbe avere oggi più di ottantacinque anni e malgrado il suo incedere risenta di un intorpidimento generale e il suo udito vada peggiorando, continua a essere un signore che è piacevole osservare e con cui è piacevolissimo conversare. Porta gli occhiali dalla montatura quasi invisibile sugli occhi piccoli e chiari che gli illuminano il volto pulito e ha capelli bianchissimi, una frangia che non ho mai visto scomposta.
Quando ci presentammo la prima volta, fu Algernon ad ottenere il suo consenso. Monsieur Ronsard acquista il giornale e saluta Algernon; lo accarezza lentamente e si congeda il più delle volte con un biscotto che acquista espressamente per lui. Lo so perché me lo ha detto Gilbert, il commesso del negozio amicodeglianimali dove Monsieur Ronsard fa provvista tessendo gli elogi di Algernon.
Ci voleva proprio un cagnone in questa edicola. Gli prende il muso tra le mani e i due si guardano negli occhi: Ma quanto sei bravo tu eh? Sei vecchio come me.
Adesso vado a fare la spesa, mi dice mostrandomi un foglietto. Apprezzo la precisione nell’organizzazione degli acquisti ma lui mi corregge: non è precisione. È una questione di calcolo. Vede, io la mattina mi preparo per uscire e poi mi siedo al tavolo di cucina, carta e penna, e prendo nota della lista che mia moglie mi detta. Non lo dimentico mai il mio foglietto. Lo conservo in tasca per poter dimostrare a mia moglie che, se dimentico qualcosa è perché lei non ne aveva parlato e infatti non compare nell’elenco. È una strategia, gioco in difesa. 


Di prima mattina è solito passare anche il Signor Contì, un coetaneo di altro stampo e altro udito. In verità il cognome è Conte e la provenienza è italiana ma mi ha spiegato di aver rinunciato a correggere chi sbagliava la pronuncia dopo aver tentato di farlo per i primi vent’anni trascorsi a Parigi. Probabilmente Contì suonava più parigino e del resto lui si ritiene francese: in Francia ho imparato un mestiere e ho avuto il primo amore. Allora sono francese.
Il Signor Contì ci sente benissimo, da sempre. Non occorre un fine spirito di osservazione per coglierne la natura pettegola e nemmeno per comprendere che non vi è in lui alcuna maligna intenzione. Nutre la sua curiosità e poi condivide le informazioni che è riuscito a raccogliere.
Di statura e gusti modesti, passerebbe inosservato se non fosse per il suo talento ciarliero. E naturalmente negli anni si è fatto una reputazione di quacchero moralista: a forza di giudicare gli altri, da lui ci si aspetta un comportamento irreprensibile e quindi… noioso.
Ma l’altro giorno mi ha raccontato qualcosa che era difficile credere e tuttavia i suoi occhi sognanti non potevamo mentire: da due giorni vedeva posteggiata all’angolo una BMW del 1978, bicilindrica motore boxer. Luccicava come nuova: impossibile non fermarsi a guardarla. Ma, mi deve credere, non sono ancora riuscito a capire di chi è. E si aspetta che io condivida il suo stupore. Io ce l’avevo la moto da giovane. Ne ho avute due. Una era italiana e l’altra tedesca. Era pesante ma era uno spettacolo da guidare.
E mentre mima la posa del motociclista io rimedio un’espressione interrogativa perché lui sia incoraggiato ad andare avanti: io e un mio amico facevamo parte di una banda e io ci legavo dietro la grancassa e andavo a suonare e mi mostra dove fissava lo strumento per il trasporto.
Insospettabile Signor Contì, un passato da centauro e il cuore che batte a ritmo di metronomo (e forse addirittura di rockandroll)! E dire che adesso potrebbe scortare a suon di grancassa tutti noi nel quartiere, narrando le nostre miserie che conosce meglio di chiunque altro.

Se ne va anche il Signor Contì e io finisco di addobbare il mio chiosco di giornali con i fiocchi di neve di lana cotta.

Supplemento.

Cette semaine on se revoit Vendredi.

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11. Il pullover nuovo di Algernon.

Stamane alla fermata del bus ho visto piovere le foglie. Le larghe foglie dei platani seguivano il loro destino e finivano a terra. Ma non una alla volta, volteggiando piano. No, il vento le alzava in volo, le radunava in stormo e le trascinava oltre. Presagio di un cambiamento. Io e Algernon fiutiamo nell’aria il momento in cui il vento e la pioggia porgono il cappotto a Parigi e l’aiutano a indossarlo; un confortevole paltò di panno, bianco come bianco diventa il cielo sopra Parigi. Oggi ho sentito il freddo scendere in città: preceduto dalla sua corte, il padrone è finalmente arrivato.
La città cambia d’abito, pensa al prossimo Natale, la gente va di fretta sui marciapiedi, attraversa i ponti, si incontra nelle piazze, entra nei negozi, si rinchiude negli uffici, si iscrive in palestra e frequenta i corsi di cucina, prenota i ristoranti e va a teatro. Parigi rimarrà uguale nei prossimi mesi ed è in questa veste che l’amo più follemente. Non ci sono odori nell’aria invernale di Parigi che io non conosca, filtrati dalla sciarpa fatta a maglia in cui affondo il mento e alito caldo, inumidendo la lana.

Io e il cane abbiamo percorso il consueto tratto, dalla fermata del 90 al chiosco di giornali. Algernon era un po’ rallentato ma procedeva disinvolto. L’aria di intesa che sta negli occhi umidi di un vecchio cane che ti cammina al fianco senza perderti di vista mai – anche quando sembra preferirti una macchia scura alla base di un’inferriata arrugginita – è una quotidiana iniezione di benessere, la percezione chiara di un equilibrio perfetto. È terapeutico, una sorta di profilassi contro l’imbruttimento e l’invecchiamento precoci.
Ho notato un uomo in abito scuro e impermeabile Burberry che correva in direzione di un parcheggio privato, nel sotterraneo di un piccolo giardino in cui Algernon solitamente si ferma a fiutare il cestino dell’immondizia. Correva impugnando la sua valigetta di cuoio nera, chiaramente in ritardo e chiaramente in confusione.
Vicino la tettoia del mercato degli ortaggi, ho visto arrivare il giovane di pelle nera che da più di un anno vedo seduto sul muretto che divide l’area coperta del mercato dal cancello del cortile in cui sta un ambulatorio medico. Raccoglie l’elemosina di quanti vanno e vengono dall’ambulatorio, scambia qualche frase con i malati, i loro parenti, i dottori e gli infermieri: a ciascuno una frase di convenienza. Si adegua.
In una mano teneva un sacchetto di carta bianca di panetteria e nell’altra il giornalino del supermercato di fronte con le offerte del giorno. A tracolla un borsello bianco Adidas, sgualcito agli angoli. Arrivato a destinazione ha steso il giornaletto sul muretto e ci si è accomodato sopra. Poi ha iniziato la colazione con il croissant.
Ho constatato: due persone che raggiungono il loro posto di lavoro.

PIù tardi, per il pranzo io e il cane siamo stati da Marius, il caffè all’angolo, e ci ha serviti, al solito, Sophie, la studentessa in medicina. Avvicinatasi al nostro tavolo si è chinata sul cane per vezzeggiarlo. Io ho ordinato e sono stato a guardarla mentre prendeva nota: la frangia morbida e lucida sbrigativamente fermata dietro all’orecchio e due seni perfetti sotto una maglietta con il profilo di Audrey Hepburn.
Sono quasi certo che Sophie ignori la sua bellezza e forse proprio per questo esercita un fascino palpabile. Si tratta di un tipo di seduzione che va ben oltre il sesso; non attrae a sé un uomo o una donna, non solo. Attrae per il senso del bello, il senso dell’armonia che il suo fisico dalle linee morbide trasmette.
Poi capita che il mio sguardo incroci un terrazzo all’ultimo piano del palazzo di fronte e cozzi contro un pergolato di legno sorretto da quattro colonne corinzie, tentativo disarmonico di fingere buon gusto.
Con il caffè mi concedo la lettura di qualche pagina. Il libro in una mano e l’altra dietro la lunga orecchia vellutata di Algernon, seduto contro di me. Sta immobile, teso al godimento del massaggio: inequivocabile il suo apprezzamento. Con la coda dell’occhio riconosco la curiosità di un vicino di tavolo che cerca di capire in quale libro io sia immerso. Capita anche in autobus. Talvolta faccio di tutto per nascondere il titolo, talaltra – è questo il caso – giro la copertina in modo tale che la curiosità venga appagata.

Torno al lavoro e con me Algernon torna alla sua cuccia nel chiosco. Non gli tolgo subito il pullover di lana, potrebbe avere freddo.
Ha il pullover nuovo. Nora  ha lavorato per confezionarne uno a tinte allegre, mescolando un filo viola con uno azzurro e quello grigio perla del pullover dell’anno scorso:
Adesso che è vecchio non deve essere troppo serioso. Ci vuole qualcosa di divertente. E si è messa a sferruzzare per due settimane.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

10. Grandi speranze.

A me piace innamorarmi e mi piace accorgermi che qualcuno si sta innamorando di me. Sembra una cosa scontata, ma non lo è affatto. Per innamoramento intendo la fase in cui una mescola di intesa intellettuale e di benessere fisico comunica una sensazione di conforto simile a quella che deriva dal primo assaggio di un croissant tiepido, dall’ascolto delle prime note di Heartbreake o, se preferite, dal tornare a casa e indossare un paio di calzini di lana dopo aver messo un piede in una pozzanghera.

Io mi innamoro al semaforo, se sono dello spirito giusto s’intende. Ossia consumo l’attesa immaginando di aver attratto l’attenzione del mio vicino di corsia. Il più delle volte vede me e vede anche il cane: è importante l’impressione che si da di sé e il rapporto con un animale svela un animo sensibile, fondamentalmente ottimista. Vorrei si potesse pensare che sono un tipo seducente, disinvolto in un abbigliamento rilassato ma ricercato, e allora controllo che qualcosa di quello che indosso possa comunicare anche solo in parte un’opinione simile: sistemo la sciarpa, mi liscio i capelli, assumo una posa convincente.
Il più delle volte mi giro solo al verde, un istante prima di uscire per sempre dalla vita del mio vicino di corsia, cui dedico uno sguardo che in teoria dovrebbe stare tra quello di una canaglia e  l’espressione di un dandy. Nella maggior parte dei casi a semaforo verde ci si accorge di aver sprecato tempo per una donna annoiata che ha guardato altrove o per un anziano eterosessuale misogino che tollera solo la compagnia dei suoi gatti. Di rado si individua un tipo interessante nell’automobilista che sta al fianco e allora è umiliante accorgersi che ha preferito scorrere le pagine del suo smartphone ignorando i miei sforzi.
Insomma a grandi speranze corrispondono il più delle volte grandi delusioni. Come nella vita. Ma se persevero significa che ho colto istanti di qualche valore. Come nella vita.

Sabato mattina. Fermo allo stop in un viale provo ad avanzare lentamente per svoltare a destra ma colgo l’avvertimento dell’autista di autobus alla mia sinistra: mano al clacson mi intima di non andare oltre perché sta arrivando il tram. Una donna gentile dal sorriso mesto sta di vedetta per me dall’alto del suo posto di guida. Ringrazio il mio angelo custode e guardo sfilare i volti ai finestrini del tram.
Sono vicino al palaghiaccio Brunet e indugio su un gruppo di ragazzi, giocatori di hockey, che si avvicinano all’entrata con le loro sacche portastecche passando oltre un gruppo di bambine che sotto i giacconi pesanti indossano i loro completi di pattinaggio. Più di una volta camminando lungo l’edificio ho rallentato per osservare la pista al piano interrato – agevolmente visibile dalle vetrate del piano terra – e seguire i volteggi delle giovani fate nei loro vestiti color confetto, sgusciate dal bozzolo dei loro cappotti invernali per scivolare sul fondo alabastrino. Ma in pista ci sono anche adulti dilettanti e appassionati esperti che scivolano discreti schivando gli altri.
Durante la settimana invece ci sono gli atleti che tracciano caleidoscopici percorsi provando e riprovando le loro acrobazie, incise sul ghiaccio e misurate nel perimetro della pista.

Sei ancora in macchina? Puoi parlare? Victor mi telefona. Rimane in negozio durante la pausa del pranzo per continuare a lavorare al confezionamento della rillette di pesce. Hai già pranzato?
Prendo qualcosa quando torno al chiosco. Stamattina ho mangiato una fetta di far con Nora. Non ho molto appetito adesso.
Poi Victor mi dice che gli manca qualcosa da leggere, come è solito fare mangiando:
Ho letto il bugiardino dell’antinfiammatorio che mi ha prescritto il dottor Petit. Non avevo nient’altro da leggere. Ma è finito subito.cropped-cropped-logo-url.jpg

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

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