13. Tanti auguri.

 

– Ci sono le cose lì…le borse – Leval non si perde in convenevoli e va direttamente alla questione: il cane sta fiutando il contenuto delle borse della sua spesa.
Ha la faccia stanca Leval. Si regge al muro e aspetta che arrivi l’ascensore. Io raggiungo il cane e appuro che l’altro sia già salito a casa.
– Su Gwendolen, su – le dico ponendomi tra lei e la spesa e lei ubbidisce.
– Scusi ho lasciato il latte in mezzo – si scusa Leval che constata di aver occupato per intero i primi scalini. Diventa più gentile:
– come state? Sono andati a passeggio?
– Bene grazie. Il solito giro – rispondo imboccando la scala e aggiungo – oggi si festeggia: sono due anni che siamo insieme, noi e i cani.
– Già due anni – borbotta tra sé Leval – l’anniversario dei cani – con sarcasmo. Poi alza la voce per arrivare fino a noi che stiamo entrando in casa:
– buon compleanno!
E spingendo la porta dietro di me penso a quando lo racconterò a Victor.

Lo scorso anno non ci avevo fatto caso e la data era passata senza che ci ricordassimo di nulla. Ieri ho riflettuto e sono andato a vedere quando erano state scattate le foto al canile. Dunque sono passati due anni esatti.
Quando si tolgono due cani al canile si continua a guardarli sempre come due cani di canile. Non si dimentica mai da dove sono stati portati via e perché erano finiti là, anche se la loro storia non la si conosce davvero. Un cane felice non raggiunge la felicità di un cane di canile che diventa un cane felice. E non so descrivere cosa significhi assistere al cambiamento.
Ho detto dell’anniversario a una donna che aspettava qualcuno davanti a una porta e su cui Ernest ha fiutato l’assenza del suo cane. Lei si è messa a cantare tanti auguri e ha raccontato che quando lo accenna al suo mastino di sessanta chili riesce a distrarlo da qualsiasi agguato:
– una volta ci ho rimesso il braccio, frattura scomposta. Mi ha tirata a terra ed è corso dietro a una cagnetta. Sì, sì… adesso quando lo sento partire gli canto tanti auguri e lui va in palla.

12. Il tappezziere nella lavanderia a gettoni.

Non c’è nulla da fare. Io continuerò a vederci le poltrone rivestite dal tappezziere e il suo mastino inglese sdraiato in vetrina. Le froge bagnate schiacciate contro la gamba in legno della poltrona art deco anni Trenta. Non c’era molto spazio in quella vetrina per stendere il suo corpo ingombrante e tuttavia amava trascorrere la maggior parte del tempo in quella posa.
Non ci sono mai entrato in quel negozio e non mi ricordo che faccia avesse il suo proprietario anche se gli sono passato davanti molte volte quando lui stava sulla porta.
Anche oggi ci sono passato davanti – di ritorno dal negozio dove ho fatto rifornimento di cibo per i cani – e ho incrociato due ragazzi che scaricavano dal furgone le lavatrici. La vetrina è oscurata dalla carta con la grafica in 3d di quello che presto sarà usufruibile da tutti noi che viviamo nel quartiere: una lavanderia a gettoni.
Ne hanno aperta una un poco più grande lo scorso anno in rue Bobillot, vicino alla piscina. Evidentemente ha funzionato perché hanno pensato di allestirne un’altra non troppo lontano.
La prossima volta ci vado in macchina a prendere il sacco per i cani. Mi dolgono le braccia. Se faccio qualche sforzo la notte mi formicola l’avambraccio e si intorpidisce la mano. Mi pare strano prendere la macchina per un centinaio di metri. Aprire il garage e poi richiuderlo e poi farlo di nuovo al ritorno.
È sorprendente come reagisca il nostro cervello ai cambiamenti. Come se consentisse di registrarne solo un numero prestabilito. Poi si rifiuta di prenderne in carico altri e la nostra vita rimane legata ad alcune immagini. Non ad altre. Esiste un prima ed esiste un poi ma quelle restano fisse.

Sulla porta di casa sento un tale che dice a Monsieur Noel che le rivoluzioni iniziano sempre in Francia e spero di cavarmela con un saluto. Faccio anche sembrare il sacco più pesante di quello che è e ansimo per giustificare il bisogno di raggiungere al più presto l’ascensore. Monsieur Noel mi aiuta con la porta e scivolo dentro.
In ascensore c’è il profumo dei signori Simon. È l’ultima volta probabilmente che sento il loro profumo perché hanno traslocato altrove.
Peccato. Erano persone gentili. Più giovani di noi. Non saprei cos’altro dire di loro. Leval dice che hanno trovato casa vicino al loro negozio di abbigliamento; che nell’ultimo anno ci sono stati i ladri due volte.
A me lo ha detto lei che se ne sarebbero andati. Le ho detto che mi dispiaceva e ci siamo dati la mano. Dopo tanti anni nello stesso palazzo ricordo solo che vestivano alla moda e si profumavano molto.
Hanno pensato loro due al trasloco facendo diversi viaggi con la station wagon che lui riusciva a far stare nel piccolo garage di Monsieur Delerm, che adesso dovrà trovarsi un altro affittuario. Oggi hanno svuotato la cantina riempiendo all’orlo i bidoni di carta e vetro. Così, con i bidoni ricolmi di ciò che a loro non serviva più, ci hanno lasciato per sempre.

In serata ritrovo Monsieur Noel in strada e non scappo più. Ha le pantofole ed è sceso per accompagnare la nipote alla macchina di sua figlia:
– domattina è di nuovo qua.
Mi dice di aver rinnovato tutti i serramenti di casa e di ritenersi definitivamente soddisfatto. Mi fa il nome dell’impresa che ha lavorato in casa sua e mi assicura che sanno fare il loro mestiere.
– Lavoravano in casa del mio amico Marcel e sono andato a vedere. Vale la pena.
Mi fornisce indirizzo e qualche indicazione di costo, nel caso ci decidessimo anche noi a ristrutturare casa.
– Mi è costato di più perchè ci ho messo le zanzariere ma in estate spalanco tutto e sto in corrente.
Dice qualcosa sulle zanzare da cui è sempre più difficile difendersi e finisce con una parolaccia.
Conclude garantendomi che l’isolamento è totale. Finalmente non deve più sopportare l’abbaio dei cani in strada e cerca di farmi dire che è un disturbo insopportabile dimenticando che io di cani ne ho due.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 10 mars.

11. La Vache qui rit.

– Voglio provare a fare a meno dello zucchero – Victor dice finalmente qualcosa sedendo a tavola per la colazione e infilando il tovagliolo nel collo sfatto della maglietta con La Vache qui rit.
Mi siedo anch’io anche se ho già finito il mio caffè. Gli metto davanti il pacchetto di fette integrali che si è comprato ieri sera e provo a dire che sta esagerando.
– Ma lo so. Non sono preoccupato – risponde alzando lo sguardo su di me e finendo con le labbra protese in un bacio per chiudere l’argomento. Non ha voglia di parlarne ma poi torna continuamente allo stesso punto. Io faccio la mia parte e talvolta faccio finta di nulla.
Lunedì è stato dal medico con il risultato delle sue ultime analisi e si è sentito dire che deve approfondire con altri esami. Ha qualche chilo in più e lo sappiamo e adesso sappiamo entrambi che gli gioverebbe fare del movimento perché glielo ha ripetuto il dottore. Ci aspettavamo il solito rimprovero del dottor Cluzet; non la necessità di prenotare un’ecografia.
Victor fa una delle sue battute e si alza da tavola. Ma non va a cambiarsi come al solito; si lascia scivolare sulla poltrona accanto a Gwendolen. Le solleva il muso per poggiarlo sulle sue cosce e quindi inizia ad accarezzarla. A lei non pare vero che questa mattina ci sia un supplemento di attenzioni e allora stira il suo corpo tiepido contraendo le zampe posteriori, piegando le falangi all’interno e distendendole piano con evidente soddisfazione.
Gwendolen è gelosa di Victor e al risveglio lui la ritrova sempre vicina. Addormentata – allungata al suo fianco – o seduta composta all’altezza del suo viso per scoraggiare qualsiasi altro avvicinamento, mio o di Ernest. Nel caso frigna a bocca spalancata e preme contro il corpo di Victor piegandosi su di lui per fiutarne l’alito o trattenere tra i denti la punta del suo naso senza fare pressione. Senza che nel frattempo la sua coda cessi di battere energicamente sul letto.

Presto Victor si ferma a pensare. Con una mano tira da sotto le natiche la vestaglia, quella orrenda vestaglia bordeaux che non riesco a convincerlo a mettere via.
Anche questa notte l’ho sorpreso a pensare. Sveglio.
– Dove vai? – mi ha chiesto.
E quando gli ho detto che scendevo a scaldarmi del latte per la tosse si è offerto di farlo per me.

Vederlo in questo stato mi porta a pensare al passato. Io che ho imparato solo da qualche anno quanto sia meno macerante guardare avanti mi commuovo con i ricordi. E me ne vengono in mente tanti: spaventa il tempo che passa quando passa piacevolmente.
Non deve saperlo. Victor è divertente ed è un uomo libero: pretende la sua libertà e a me ne ha data più di quanta avessi bisogno. È Victor e questo è tutto per me.
Ieri sera stava fuori del camerino di prova di un negozio al centro commerciale mentre io misuravo i pantaloni. Sembrava applicarsi seriamente sul giudizio tutte le volte che tiravo la tenda e mi mostravo a lui.
– Prendilo. Ti sta bene – Victor si comporta con i miei acquisti come farebbe con un bambino accordandogli un giocattolo. Per vederlo felice.

Quando era toccato a me finire in ospedale Monsieur Bruel non aveva esitato davanti alla mia richiesta muta di una parola di conforto. O meglio di una promessa che sarebbe andato tutto bene.
Aveva semplicemente detto che chi si prende cura degli animali non può ammalarsi: perché loro hanno bisogno di noi.
Eccentrico Monsieur Bruel che gira nel quartire con il cane e vive con cinque gatti, uno dei quali un giorno lo ha seguito sul bus. È di Brantôme – Périgord – ed è venuto a Parigi da solo quando aveva quindici anni. Ha imparato a fare il sarto e ha lavorato quarant’anni per Dior ma racconta sempre la stessa cosa: trascorse la prima settimana in atelier a cucire a macchina delle linee rette tracciate a ripetizione dal responsabile di sartoria. Linee verticali e linee orizzontali sovrapposte senza scopo:
– dovevo dimostrare di saper cucire diritto.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 25 février.