4. Idraulica.

 

Oggi fa freddo a Parigi. Finalmente.
In Val d’Oise è caduta la neve. Il cielo di Parigi è bianco e nell’aria c’è l’odore del ghiaccio: metallico, rarefatto. L’aria è gelida e mi fa colare il naso.
Tolgo un guanto per infilare la chiave nel portone che con il freddo ricomincia a fermarsi prima di allinearsi al telaio e fare battuta. Appena Monsieur Leval se ne accorgerà compariranno i suoi avvisi: ordinerà a tutti di spingere la porta fino alla chiusura e la maggior parte di noi lo farà, perché ha senso farlo ma soprattutto per scansare le lamentele di Leval che starà di guardia. E mentre lui sorveglierà il comportamento degli abitanti del palazzo, sua moglie continuerà a lasciarsi alle spalle il portone socchiuso come faceva lo scorso inverno.
Sfilo il fazzoletto di tasca e mi soffio il naso salendo le scale.
– Buongiorno Monsieur Chevalier.
– Oh! Buongiorno! – li vedo all’ultimo, rialzando il viso e strofinando ancora il fazzoletto sulle narici.
È ora di pranzo. Il giovane Aumont e la sua ragazza sono sorridenti: scendono le scale ed escono in strada. C’è qualcuno che usa la pausa del pranzo per fare l’amore, penso. Sorrido e salgo a casa.
Sento che Gwendolen è già dietro la porta e quando entro è la prima a seguirmi in cucina per un biscotto. Io prendo un mandarino e preparo la caffettiera per dopo.
Deve arrivare Maurice. Il termosifone della camera da letto non funziona e Victor gli ha telefonato ieri sera: un muratore per un problema di idraulica. Ma Maurice ha esperienza di tutto.
Ora è in pensione ed è più impegnato di prima: fa il volontario due volte la settimana con i ragazzi dell’Istituto Pellier e poi va a imboccare i vecchi della casa di riposo a Montrouge, vicino a casa sua.
– Domenica li ho accompagnati in gita, i ragazzi – mi dice dopo un po’ che sta seduto davanti al suo caffè.
Ha portato con sé Molly – il boxer – che conosce l’appartamento e che non si lascia demoralizzare dal modo in cui la guardano i miei cani. Fa un giro nelle stanze mentre Maurice si scusa per l’invadenza – entra in cucina, nel bagno, in camera – e alla fine va a bere.
– Prendi un cioccolatino – gli dico togliendo il coperchio a una vecchia biscottiera di ceramica blu con i decori bianchi a occhio di pavone.
– Meglio di no, grazie. Questi sarebbe meglio evitarli – risponde, scartando il primo.
Facciamo due chiacchiere e poi lui mi chiede di vedere il lavoro, al solito:
– ebbene… guardiamo il termosifone? – dice alzandosi.
La cagna lo segue e gli sta addosso: via Molly! E via!
Malgrado il suo animale non smetta di leccargli le orecchie mentre lui sta piegato a terra, Maurice riesce a farsi un’idea del problema.Torna alla sua cassetta degli attrezzi, vicino al tavolo, e prende il necessario – una pinza, un cacciavite, uno straccio – e prima di tornare in camera scarta un altro cioccolatino.Sto a guardare mentre lavora e accarezzo il suo cane. Maurice ha bisogno degli occhiali; raccoglie il filo a cui li tiene appesi e li indossa – belli, con la montatura verde – e poi torna a chinarsi lasciando che i jeans allentati rivelino uno slip a righe che scivola sotto il peso dei pantaloni scoprendo abbondantemente la divaricazione delle natiche bianche.
– Così dovrebbe scaldare – dice rimettendosi in piedi dopo qualche minuto – lasciatelo al massimo per qualche ora.
Lo ringrazio. Ha sistemato tutto, come sempre.
Mi spiega di regolarlo come vogliamo e di fargli sapere:
– ci sono fino a dopodomani. Poi vado in Giappone.
Ormai ci abbiamo fatto l’abitudine ai viaggi di Maurice: mai mete troppo vicine. Gli interessa vedere come sta la gente; quando parla dei suoi viaggi racconta se ha visto persone ricche e troppe persone povere, se ha visto pulizia oppure no.
Rimane ancora il tempo di due chiacchiere sulla porta già aperta. Fa un bilancio della sua vita da pensionato e commenta con un sorriso timido:
– sono più occupato di prima.
E aggiunge una novità:
– mi hanno fatto consigliere del patronato – e ride – gli ho detto di fare qualcun altro ma.
Gli dico ciò che penso e cioè che è una persona seria a cui si dà fiducia e lui pare contento.
– A gennaio c’è l’incontro nazionale a Lione. Devo andarci – si fa serio. Rabbuiato da una preoccupazione:
– io non voglio parlare davanti al pubblico. Se devo dire come la penso alla nostra sezione lo faccio, ma davanti a tante persone io non sono capace di parlare. Gliel’ho detto: mandino un altro.
Quando esce sul pianerottolo e arriva l’ascensore Molly rifiuta di salire.
– ebbene…andiamo a piedi – e fa cenno al cane di seguirlo giù per le scale.
Li guardo scendere e vedo Maurice sul pianerottolo di sotto che apre il pugno e scarta l’ultimo cioccolatino che gli ho offerto quando richiudeva la sua valigetta portautensili.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 3 décembre.

3. I pinguini ingrassano.

– Buongiorno- Mi arriva alle spalle il vecchio ambulante di cui non conosco il nome perché non ho mai sentito nessuno pronunciarlo. Non mi chiede se voglio comprare qualcosa della mercanzia che espone sulla cassetta della verdura che ha appoggiato a due scatole di cartone: biro, accendini, antistress, custodie-iphone con gli strass, libri usati.
Passa dietro al suo banchetto e sta con le mani nelle tasche della giacca blu trapuntata a rombi, scolorita sui bordi di velluto.
– Buongiorno. Ho visto che ha dei libri – allungo la mano verso la pila di bestsellers in un angolo, sei o sette un po’ sformati, e lui sorride facendo cenno di sì – pensavo di chiederle se posso portarle dei libri che ho a casa.
– Va bene.
Adesso sono io a sorridere e fare cenno di sì. Chino il capo sulla bancarella e poi cerco di nuovo il suo sguardo:
– allora glieli porto e lei vedrà se le possono interessare.
– Va bene. Io sono sempre qui – e apre ancora di più al sorriso le labbra sotto i peli grigi di un baffo ben tagliato.
Pensavo di portarli in biblioteca per lo scambio libero tra lettori ma possono essere più utili a lui. Sono doppioni – miei e di Victor prima di unire le nostre biblioteche – oppure acquisti che ci hanno lasciati indifferenti. Sono in una borsa dall’ultimo riordino della libreria.
– Allora arrivederci – gli dico alzando la mano aperta in cenno di saluto.
– Prendi un accendino – mi risponde lui e mi porge un accendino Bic rosso che tiene all’estremità con indice e pollice mentre io osservo la linea di demarcazione fra il dorso moro della mano e il palmo più chiaro.
– No grazie. Un’altra volta.
La sua sagoma esile scompare presto alla vista nel vano della vetrina del mini-market. Lo vedo nello stesso posto da anni; di lì si allontana per portare la spesa a chi glielo chiede e capita di incontrarlo davanti al portone di un palazzo che si intrattiene con chi si è fatto accompagnare o mentre torna al negozio con il carrello vuoto. Sempre calmo.
Lui sa che io sto al chiosco di giornali dietro l’angolo ma forse ha dimenticato la volta in cui io e il vecchio Algernon interrompemmo il suo pranzo nel giardino degli Archives nationales. Io invece ricordo il suo gesto perché fu generoso e inatteso. Al termine di un corridoio stretto tra due muri alti di bosso il cane curvò a sinistra e fu il primo ad accorgersi della presenza di quell’uomo, seduto sulla panchina meno esposta del parco, con le gambe magre e lunghe accavallate, intento a mangiare un panino.
Algernon cercò di avvicinarsi per annusare il suo pranzo e malgrado io lo trattenessi e stessimo già passando oltre, l’uomo strappò con energia molto più che un angolo del panino e glielo offerse. Poi stette a guardare la soddisfazione con cui il cane inghiottiva e deglutiva compiaciuto e a me che lo ringraziavo ed ero evidentemente dispiaciuto per averlo disturbato rispose ridendo.

Torno al lavoro e ricevo un messaggio di Nora:
PIACIUTI I PINGUINI?
GRADITI. INDOSSATI DIVENTANO PINGUINI OBESI.
PEGGIO DEGLI HOT-DOGS?
Le invio un emoticon con il pollice alzato e un’altra che ride alle lacrime.
I calzini con i bassotti li aveva regalati lei a Victor. Quelli con i pinguini glieli ho presi io ieri sera mentre facevo la spesa con lei. Sul polpaccio di Victor ai bassotti scompaiono testa e coda: rimangono dei würstel smilzi e allungati.
Si deformano anche i pinguini – il ventre si gonfia e divaricano le zampe – ma Victor li trova divertenti e ieri sera li ha messi per uscire.
– Quelli al ginocchio sono quasi normali ma questi sotto sembra che debbano scoppiare – ha detto ancora senza pantaloni. Io stavo finendo il caffè e l’ho osservato sfilare davanti al divano. Sopra il divano Ernest ha continuato a dormire riverso mentre Gwendolen ha cercato di capire cosa facesse Victor avanti e indietro.
È andato a finire di vestirsi e mi ha messo fretta:
– è meglio che ti sbrighi con quel caffè. Non è facile trovare posteggio lì attorno.
Partiamo sempre più in anticipo in qualsiasi occasione e poi aspettiamo.
In effetti non abbiamo trovato un posto dove lasciare la macchina sulla piazza in cui affaccia il cinema. Ma avevamo tempo.
Abbiamo camminato sotto la pioggia fitta lungo i muri dei palazzi, al riparo dei balconi. Victor non ha voluto prendere con sé l’ombrello – poi non sai dove metterlo, gocciola, te lo rubano, te lo dimentichi – ma non è stato così male: erano aghi sottili di umidità come se Parigi fosse stata sotto l’effetto di un gigantesco vaporizzatore. L’ho trascinato nella corsa in un attraversamento col rosso sull’asfalto bagnato e sulle rotaie lucide di pioggia che riflettevano le luci delle insegne.
In biglietteria c’era poca gente e siamo entrati quasi subito in sala. Victor mi ha fatto scegliere i posti a sedere ma poi mi sono spostato dove voleva andare lui: ha ragione, si vede meglio indietreggiando.
Il film era piacevole. Come ce lo aspettavamo – è un sequel – e Victor ha iniziato a fare commenti a bassa voce. Lo fa sempre e mi imbarazza: un commento, una battuta, un’osservazione. Siccome non parla direttamente nel mio orecchio come invece cerco di fare io con lui, penso che la sua voce disturbi i vicini come disturba me che non riesco a rilassarmi perché sto in attesa della prossima interruzione.
Ma questa volta ho pensato che non mi importava. Victor è un’entusiasta e trova piacere nel raccontare. Ho deciso di gustarmi la sua presenza accanto, con il suo caban ripiegato in grembo che sapeva di pioggia. Se avesse esagerato sarebbero stati gli altri ad azzittirlo.
Parlavamo anche all’uscita. Pioveva ancora. Anche più di prima.

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 19 novembre.

XXXIX. Il marito della signora Bonnet.

– L’ha vista la puntata di ieri sera?
Avvolgo la voce che mi ha raggiunto alle spalle, aggomitolandola per capire da dove sia partita e mi viene incontro il sorriso disteso di Madame Mercier che si sporge dalla finestra perché io possa vederla dal cortile. Ha steso un asciugamano minuto, come minuta è Madame, al filo teso ai capi della grata alla finestra; lo scosta un poco con la mano come se così potessimo parlarci più agevolmente.
Dal lato del cortile la sua finestra al pianterreno sta in alto come se fosse al primo piano; di qui mi pare di godere della sua vecchiaia discreta incorniciata alla finestra come in un quadro, il volto struccato, proporzionato ed elegante. Tiene il sorriso senza smorzarne la grazia: è il suo modo di accogliermi e di darmi la parola.
Spero non si accorga del mio sforzo di ricordare di cosa stia parlando; quando mi torna in mente l’interesse con cui mi aveva parlato di un reportage di viaggio visto in tv devo confessare:
– era ieri sera, ha ragione. Mi sono dimenticato, mi spiace.
– Non importa. Sabato pomeriggio c’è la replica. Si imparano tante cose.
Le prometto che lo farò e mi riprometto di farlo sul serio.

Lei si ritrae lasciando la finestra spalancata e io vado a gettare la spazzatura e intanto vedo Monsieur Noel del numero civico 29 che affretta il passo nei suoi sandali francescani per assicurare al suo sacco nero un ricovero nel bidone della plastica prima che io occupi lo spazio rimasto.
Accellerando divarica le ginocchia nelle bermuda lunghe e controlla con la mano libera se il suo aspetto è presentabile, lisciando il colletto della camicia con le maniche corte abbottonata fin sotto il collo.
Cambia espressione quando vede che ho con me solo carta e i rifiuti organici. Allora passa ai convenevoli – forgiando un sorriso che dura molto meno di quello di Madame Mercier – e poi mi dice di essere stato in Sologne, al paese della moglie:
– il cugino sta male – e pare sinceramente rattristato ma accompagna le parole con un’espressione più diretta che significa che il cugino della moglie sta per rendere l’anima a Dio. Finisce abbassando lo sguardo – come si fa in queste occasioni – e quando torna a guardarmi mi spiega:
– ho dovuto vendere la casa al mare. La Rochelle, capirà: quasi 500 km e quando arrivi magari ti tocca ripartire perché è morto. Il cognato poi sta anche peggio…
Mi descrive la spiaggia e il mare ed è evidente che gli mancheranno molto. Monsieur Noel è un uomo per bene, prova certamente sentimenti affettuosi per i suoi familiari ed è chiaramente consapevole di non essere più giovane nemmeno lui, ma non può fare a meno di pensare che un parente in fin di vita rovini le vacanze.
E mentre parla mi viene in mente che la scorsa estate lui e la moglie erano stati via per oltre due mesi e al ritorno Monsieur stringeva la mano a chiunque incontrasse nel quartiere e forniva – non richiesto – un breve resoconto del suo soggiorno marino, come si faceva negli anni Settanta dopo una lunga villeggiatura ai bagni di mare.
Monsieur Noel dovrebbe parlarne con la signora delle pulizie. L’impresa è nuova nel palazzo: padre, madre e figlio barbuto e bene in arnese ma noioso. Per ora sono impeccabili e le scale profumano dopo il loro passaggio perché vogliono distinguersi dall’impresa precedente di cui hanno creduto necessario parlare malissimo. La signora disserta di medicina; è ferrata un po’ su tutto – specie la celiachia – e ama approfondire: mio figlio è depresso. Secondo lei gli farebbero bene i fiori di Bach?

Monsieur Noel ha affrettato il congedo quando ha visto uscire dalla porta del mio palazzo Leval. Non è bastato perché ha dovuto subire parte di una requisitoria sul tubo di scarico comune alle nostre case.
– E la moto ce l’hai ancora? – gli ha chiesto infine Monsieur Leval. I due si conoscono da che Noel teneva la sua motocicletta all’entrata del garage e non sotto un lenzuolo di cotone spesso contro la parete in fondo. E poi Monsieur Noel si è sempre prestato con tutti per le piccole riparazioni.
Riconosco il momento propizio alla mia uscita di scena e mi avvio. Ma oggi Monsieur Leval non fa sconti e mi dice:
– ancora una cosa – e riattacca col tubo.
In realtà la questione annoia anche lui ed esce nuovamente di tema:
– io non me la potevo permettere la moto da ragazzo e l’affittavo. Sono sempre stato moderno. Ci andavo a trovare la mia ragazza, Joséphine. I miei non volevano.
Non posso andarmene ora.
– Quando sono tornato a casa dei miei l’ultima volta, mi hanno detto che c’è ancora: è ancora viva.
Non so se cogliere in lui la tenerezza o l’orgoglio di una conquista di gioventù. Tuttavia è lui a offrirmi l’occasione di andare via mostrandomi una bolletta:
– vado a pagarla. È dell’alloggio di mia figlia: io sono solo usufruttuario ma poi chi paga tutto sono io – si compiace: non è il solo genitore a intestare le proprietà ai figli per poterglielo rammentare continuamente e celebrarlo in pubblico.
Ce ne andiamo insieme e al momento di separarci mi fa una confidenza:
– il marito di Madame Bonnet viene da una famiglia di odontoiatri. Sono tutti o-d-o-n-t-o-i-a-t-r-i.
Si fa serio e allora mi faccio serio anch’io. Dunque il compagno di Madame Bonnet passa di ruolo per meriti acquisiti da altri: lo scaldaletto è stato promosso marito.

 

La sera, prima di andare a dormire intravedo dalla finestra della cucina il giovane Aumont nel cortile che butta la sua immondizia: rapido, agile, efficiente. Persino il sacco che gli dondola al dito è agile e snello – poca roba – e agilmente salta nel bidone. Nessuna interruzione.


On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXXVII. Coco e il giardinaggio.

– Potrei provare a chiedere se hanno qualcosa. L’ultimo libro lo ha pubblicato tre anni fa.
Coco scorre lo scaffale della saggistica storica. Non lo ha mai fatto. Non credevo lo avrebbe mai fatto. Parla e guarda in alto tendendo il suo lungo braccio da uomo, pronta a sfilare il libro nel caso scorga il suo nome, e così facendo la manica della camicia in lino scivola indietro e si stropiccia sul gomito.
Lui si chiama Aubert e lo conosce da qualche settimana: 53 anni, un figlio in Inghilterra che si mantiene da solo, il dottorato in storia moderna, dieci anni di ricerca in università, diversi volumi collettanei e qualche monografia firmata in autonomia che gli sono valsi una dignitosa serie di riconoscimenti e l’indifferenza dell’intero dipartimento quando gli hanno preferito un altro ricercatore.
Ora fa il giardiniere. Coco lo ha conosciuto al Luxembourg mentre mangiava un panino con un pensionato che fa il volontario e tiene pulite le aiuole. Avevano trapiantato la cuphea hyssopifolia, un fitto sottobosco ai piedi delle spighe di salvia farinacea.
Coco riconosce a mala pena un tulipano da una gerbera e comunque non è particolarmente sensibile al fascino dell’uno o dell’altro. Hanno scambiato qualche parola e Coco è tornata al Luxembourg sperando di ritrovarlo.
– C’era solo Gregoire, il volontario. Era con un amico. Ci vanno due volte la settimana.
– Si deve un gran lavoro a questi appassionati del senso civico – mi avvicino a Coco dopo aver letto la terza di copertina di un paio di libri. Ne prendo uno per decidere più tardi se acquistarlo o meno. Sto bene in una libreria; mi sento al sicuro. Mi manca un titolo da rimpiangere a fine lettura e spero di trovare qualcosa di interessante.
Di solito preferisco venire in questa libreria con Victor perché con lui riesco a parlare di libri; discutiamo delle novità, ci confrontiamo. Coco si annoia e le sue chiacchiere sono di intralcio, ma stasera è curiosa come un bambino: vorrebbe trovare il giocattolo di cui ha sentito parlare.
– Non troverari quel libro qui.
– Ma potrei richiederlo. Ordinarlo?
– Non credo che qui trattino quel tipo di editoria.
– Oh, capisco – Coco è delusa ma si fida di quanto le dico e non ribatte.
Dirotta sul cassone dei film “a partire da 4,99” e io mi siedo in poltrona per sfogliare i libri che ho scelto. Questa non è una libreria molto fornita ma mi piace tornarci: sono affezionato all’idea che io e Victor abbiamo speso qui molti dei nostri ritagli di tempo prima di cena.
E poi qui vicino c’è un ristorante peruviano dove si mangia un eccellente ceviche pescado e la huancaina come la fa la nostra amica Amparo. L’ultima volta gli abbiamo preferito un pastificio italiano, sempre nel XVIIImo, ma abbiamo sbagliato la scelta del piatto e comunque nulla di ciò che abbiamo visto, tantomeno i prezzi, ci è piaciuto. Però il personale è stato molto gentile, anche quando era chiaro che non avremmo ordinato altro e probabilmente non saremmo tornati.
– Lo hai visto? Lo prendo per Gilbert – Coco ha trovato qualcosa, non per sé ma per il figlio di Daniel e Sara e la cosa la rende ugualmente felice – ma lo sai che Marie si ricorda una cosa che le avevo detto all’uscita dal cinema quando era bambina? Mi ha commossa.
Coco è fatta così: si commuove e noi l’amiamo perché si commuove. Anche noi abbiamo portato Marie molte volte al cinema quando era una bambina, cosa che non abbiamo più fatto con i figli di Daniel e Sara che sono venuti dopo.
Alla fine decido di non comprare nulla. Memorizzo un titolo per cercare più tardi qualche notizia in più e usciamo dal negozio.
– L’hai più sentito Etienne? – chiedo pensando che Coco è stata vaga su questo Aubert.
– Al telefono, dopo un suo concerto. Però ci ho pensato spesso. Ho pensato che forse sono stanca di cambiamenti e potrei fermarmi e costruire qualcosa – e mi fissa per sapere se sta pensando la cosa giusta.
– Anche nella vita di coppia ci sono dei cambiamenti.
Lei mi guarda stupita, come se dal di fuori la vita mia e di Victor desse l’impressione di qualcosa di fermo, stabile. In fondo stantio.
– Anzi, quando vorresti che tutto rimanesse così com’è si alza il vento e rimette tutto in discussione.
– Ed è una cosa buona?
Non rispondo perché non saprei cosa rispondere. Senza il cambiamento non riuscirei a vivere ma soffro di nostalgia.
Invece dico:
– prima di comprare altri libri devo pensare agli occhiali. Ho sempre adorato le montature e adesso devo sceglierne una.
– Devi mettere gli occhiali?
– Il medico mi ha detto che il mio astigmatismo ha rallentato di qualche anno ciò che doveva succedere, ma adesso ci siamo: allontano il libro per mettere a fuoco le parole.
– Quando vai a comprarli vengo con te. 

La sera dopo Coco mi ha telefonato sul tardi:
– ho deciso di chiamare Etienne per dirgli che forse ero pronta a riprovarci.
– E lui?
– Ha detto che per adesso non se ne parla. L’avresti mai detto?

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.