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11. Il pullover nuovo di Algernon.

Stamane alla fermata del bus ho visto piovere le foglie. Le larghe foglie dei platani seguivano il loro destino e finivano a terra. Ma non una alla volta, volteggiando piano. No, il vento le alzava in volo, le radunava in stormo e le trascinava oltre. Presagio di un cambiamento. Io e Algernon fiutiamo nell’aria il momento in cui il vento e la pioggia porgono il cappotto a Parigi e l’aiutano a indossarlo; un confortevole paltò di panno, bianco come bianco diventa il cielo sopra Parigi. Oggi ho sentito il freddo scendere in città: preceduto dalla sua corte, il padrone è finalmente arrivato.
La città cambia d’abito, pensa al prossimo Natale, la gente va di fretta sui marciapiedi, attraversa i ponti, si incontra nelle piazze, entra nei negozi, si rinchiude negli uffici, si iscrive in palestra e frequenta i corsi di cucina, prenota i ristoranti e va a teatro. Parigi rimarrà uguale nei prossimi mesi ed è in questa veste che l’amo più follemente. Non ci sono odori nell’aria invernale di Parigi che io non conosca, filtrati dalla sciarpa fatta a maglia in cui affondo il mento e alito caldo, inumidendo la lana.

Io e il cane abbiamo percorso il consueto tratto, dalla fermata del 90 al chiosco di giornali. Algernon era un po’ rallentato ma procedeva disinvolto. L’aria di intesa che sta negli occhi umidi di un vecchio cane che ti cammina al fianco senza perderti di vista mai – anche quando sembra preferirti una macchia scura alla base di un’inferriata arrugginita – è una quotidiana iniezione di benessere, la percezione chiara di un equilibrio perfetto. È terapeutico, una sorta di profilassi contro l’imbruttimento e l’invecchiamento precoci.
Ho notato un uomo in abito scuro e impermeabile Burberry che correva in direzione di un parcheggio privato, nel sotterraneo di un piccolo giardino in cui Algernon solitamente si ferma a fiutare il cestino dell’immondizia. Correva impugnando la sua valigetta di cuoio nera, chiaramente in ritardo e chiaramente in confusione.
Vicino la tettoia del mercato degli ortaggi, ho visto arrivare il giovane di pelle nera che da più di un anno vedo seduto sul muretto che divide l’area coperta del mercato dal cancello del cortile in cui sta un ambulatorio medico. Raccoglie l’elemosina di quanti vanno e vengono dall’ambulatorio, scambia qualche frase con i malati, i loro parenti, i dottori e gli infermieri: a ciascuno una frase di convenienza. Si adegua.
In una mano teneva un sacchetto di carta bianca di panetteria e nell’altra il giornalino del supermercato di fronte con le offerte del giorno. A tracolla un borsello bianco Adidas, sgualcito agli angoli. Arrivato a destinazione ha steso il giornaletto sul muretto e ci si è accomodato sopra. Poi ha iniziato la colazione con il croissant.
Ho constatato: due persone che raggiungono il loro posto di lavoro.

PIù tardi, per il pranzo io e il cane siamo stati da Marius, il caffè all’angolo, e ci ha serviti, al solito, Sophie, la studentessa in medicina. Avvicinatasi al nostro tavolo si è chinata sul cane per vezzeggiarlo. Io ho ordinato e sono stato a guardarla mentre prendeva nota: la frangia morbida e lucida sbrigativamente fermata dietro all’orecchio e due seni perfetti sotto una maglietta con il profilo di Audrey Hepburn.
Sono quasi certo che Sophie ignori la sua bellezza e forse proprio per questo esercita un fascino palpabile. Si tratta di un tipo di seduzione che va ben oltre il sesso; non attrae a sé un uomo o una donna, non solo. Attrae per il senso del bello, il senso dell’armonia che il suo fisico dalle linee morbide trasmette.
Poi capita che il mio sguardo incroci un terrazzo all’ultimo piano del palazzo di fronte e cozzi contro un pergolato di legno sorretto da quattro colonne corinzie, tentativo disarmonico di fingere buon gusto.
Con il caffè mi concedo la lettura di qualche pagina. Il libro in una mano e l’altra dietro la lunga orecchia vellutata di Algernon, seduto contro di me. Sta immobile, teso al godimento del massaggio: inequivocabile il suo apprezzamento. Con la coda dell’occhio riconosco la curiosità di un vicino di tavolo che cerca di capire in quale libro io sia immerso. Capita anche in autobus. Talvolta faccio di tutto per nascondere il titolo, talaltra – è questo il caso – giro la copertina in modo tale che la curiosità venga appagata.

Torno al lavoro e con me Algernon torna alla sua cuccia nel chiosco. Non gli tolgo subito il pullover di lana, potrebbe avere freddo.
Ha il pullover nuovo. Nora  ha lavorato per confezionarne uno a tinte allegre, mescolando un filo viola con uno azzurro e quello grigio perla del pullover dell’anno scorso:
Adesso che è vecchio non deve essere troppo serioso. Ci vuole qualcosa di divertente. E si è messa a sferruzzare per due settimane.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

3. Lo sguardo di Laurent.

Ha atteso che il cliente prima di lei comprasse il giornale e ha permesso a una donna che si trascinava dietro un bambino urlante di passarle davanti per ritirare le riviste prenotate e acquistare le figurine.
Rimasti soli mi ha chiesto se potevo esporre la locandina di una collettiva di fotografi dilettanti. Aveva con sé un rotolo di locandine che impugnava con entrambe le mani e su cui poggiava il mento, sorridendo timidamente.
Ne ha srotolata una e me l’ha mostrata: uno scatto in bianco e nero di una donna di colore piuttosto in carne, seduta su una poltroncina di vimini dietro il suo banco di brocante, le braccia conserte appoggiate al ventre. Indossa il pantalone di una tuta, uno scialletto sulle spalle e tiene in testa una specie di kippah di lana; fra le labbra stringe una pipa. Intenta a fissare qualcosa o qualcuno alla sua destra, ignora di essere messa a fuoco dall’obiettivo fotografico di un estraneo.
La collettiva è qui vicino e io accetto volentieri di pubblicizzare l’evento. Dico alla ragazza di attaccare lei stessa il manifesto e le porgo un rotolo di adesivo. Lo prende, mi chiede dove può appenderlo e poi procede, srotolando il nastro e troncandolo con i denti, trattenendo la sua sacca indiana fra le ginocchia.

La fotografia, isolata in campo rosso scuro sotto un titolo in corsivo esercita l’attrattiva di un racconto e rimango a guardarla: indovino il trascorrere del tempo dietro il banco, dietro il passeggio dei curiosi, e aspetto di vedere del fumo uscire dalle narici della donna o filtrare dalle sue labbra.
Penso che potrei andare a vedere la mostra e intanto arriva Miguel che oggi ha un seminario in università. Gli faccio notare la locandina e mentre servo un cliente e rispondo a un altro, Miguel legge ad alta voce gli orari della galleria. Conosce la galleria e mi dice che è una sala di cui dispone una scuola dove ha seguito anni prima un corso di origami.
Origami?
Sì. Ci andavo di sera, con un’amica. Rilassante. Impari l’arte della piegatura della carta, i significati.
E intanto prende un foglio fra quelli riciclati e inizia a piegarlo come se seguisse rette già tracciate che si intersecano a dar vita al becco, al collo e infine alle ali di un cigno. Un cigno verde e blu come il logo del fornitore che in quel foglio mi comunicava che avrebbe chiuso dal 12 agosto alla fine del mese.

Alla fine della giornata lancio un’occhiata alla fotografia aspettando che Algernon finisca di fiutare la base del semaforo. Mi accorgo allora che l’immagine porta una firma e che io conosco quel nome e quel cognome. Può trattarsi certamente di omonimia ma si tratterebbe anche di una passione comune.
Laurent amava scattare fotografie già quando frequentavamo la stessa scuola. A 15 anni aveva una macchina fotografica che non gli consentiva di sperimentare ma ricordo di averlo incontrato in stazione qualche anno dopo e allora mi aveva raccontato di aver imparato come sviluppare le sue fotografie.

Appena arrivo a casa, prima di servire la cena ad Algernon – che disapprova – cerco traccia di Laurent sul web e la trovo: l’autore dell’immagine è il mio amico. Lui non aveva tecnica e non aveva mezzi e probabilmente continua a non avere in abbondanza né l’una né gli altri. Eppure il modo di guardare si è fatto se possibile più delicato, più raffinato anche. Lo ritrovo in tutte le foto che ha postato sul suo profilo: geniale, talvolta irriverente e sempre elegante.
Nulla in Laurent adolescente attraeva l’attenzione: non il suo aspetto, non i suoi risultati scolastici e nemmeno i suoi interessi. Non ne parlava se non con me, che stavo in disparte proprio come lui: lui per timidezza e io perché conoscevo bene i miei interessi ma non ero certo se mi andava di  parlarne o no. Laurent cercava sempre la mia compagnia: lo affascinavano credo i resoconti delle mie letture, che stava ad ascoltare come se gli raccontassi un film.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

2. Un’altra occhiatina soltanto.

Ci risparmieremmo probabilmente la maggior parte dei crucci e degli imbarazzi che ci tormentano se cercassimo di guardare le cose da un’angolazione diversa.

Non è una questione che si possa discutere: è un fatto oggettivo. Victor è seduto in macchina accanto a me e anticipa le manovre che spettano all’autista, cioè a me che sto al volante. Mi infastidisce e mi distrae. Prova a giustificare le mosse di un tale che vorrei sorpassare e che è incapace di tenere la sua corsia calzando il berretto con la tesa calata sull’orecchio sinistro: tenerla sul fianco gli impedisce certamente la visuale. Di fatto invade continuamente l’altro senso di marcia.

Siamo alla ricerca di un regalo per Marie, una parente di Victor che convola a nozze e ci inserisce nella lista degli invitati. Victor nemmeno ricordava chi fosse e abbiamo provato a cercarla fra i profili social: c’era e c’erano anche le sue fotografie che lasciavano pochi dubbi sul piacere che prova a far mostra di sé.
Victor ha detto che Marie non fa che seguire una sorta di protocollo di famiglia. Di quel ramo della famiglia.
Eravamo a letto e mentre richiudevo il portatile e lo riponevo a terra Victor, già vinto dal sonno, ha sentenziato: tutte le donne di quella famiglia Devono essere belle, Devono studiare, Devono affermarsi sul lavoro e individuare un buon partito. Si sposano e poi figliano. Si dedicano a un’attività alla volta e devono farlo rispettando l’ ordine..
Ho chiesto: e poi?
E poi aspettano la morte.
Ho attaccato a ridere così tanto da svegliare il cane. Intanto Victor e il suo cinismo respiravano all’unisono, il respiro regolare di chi sta cedendo definitivamente al sonno.

Il tipo con il cappello di traverso mi fa pensare a quanto ho visto l’altro giorno dall’autobus. Un uomo attraversava a piedi la strada a tre corsie, con il rosso e con uno scatolone in spalla. Non una spalla qualsiasi ma quella che dava verso le macchine che sfrecciavano incontro. E appunto lo scatolone gli impediva di vedere gli automobilisti che avrebbero potuto investirlo.
Mi è parso folle e solo in un secondo momento ho valutato l’ipotesi che si trattasse di un suicida troppo sensibile alle scene cruente: non voleva vedere la morte in faccia ma si augurava comunque arrivasse la sua fine. Originale.

Ci risparmieremmo probabilmente la maggior parte dei crucci e degli imbarazzi che ci tormentano se cercassimo di guardare le cose da un’angolazione diversa. Stare fermi allo stesso angolo e osservare tutto da lì non fa che cementare i nostri pregiudizi. Meglio respirare aria fresca altrove.
Ci pensavo percorrendo in bicicletta rue Bobillot: ho alzato lo sguardo per caso e per caso osservato l’infilata di balconi di sotto in su. La prospettiva era bella ma bello era lo sguardo nuovo con cui vedevo la stessa successione di balconi di sempre, quella sotto cui passo in sella alla mia bicicletta almeno quattro o cinque volte la settimana.

Io ho disapprovato per anni e talvolta messo in ridicolo alcuni atteggiamenti di Victor che erano diversi dal mio modo di essere. Era come se con il mio giudizio autorizzassi gli altri a fare altrettanto: giudicarlo.
Poi ho capito. Ho capito di essere io stesso ridicolo in molte altre cose e ho capito di amare Victor per ciò che è. Adesso in presenza di altre persone lo guardo come se nulla potesse far vacillare le mie certezze, come se io ne conoscessi il valore. Agli altri arriva un unico messaggio: se gli date il tempo di svelarsi non andrete delusi da Victor.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

1. Parentesi chiusa.

Difficile torni utile un flacone di crema protezione solare numero cinquanta. Difficile torni utile a me o a Victor che di norma rifiutiamo l’idea di esporci al sole. In ogni caso trovo un posto nell’armadio per il flacone 60 ml: un regalo non si getta e questo in particolare.
Avvolto nella carta verde della Farmacia Fratelli Gautier, stava nelle mani di Gustave, il padre di Bernard, il giorno della nostra partenza per Parigi.
La mattina in cui la nostra macchina stava in moto in mezzo al cortile della fattoria di Margot e Algernon seduto nel bagagliaio tendeva il tartufo a fiutare l’aria dal finestrino abbassato, tutta la famiglia di Bernard era presente per i saluti.
Gustave rigirava il suo pacchetto tra un callo e l’altro del palmo, le gambe allargate e ancorate a terra dagli zoccoli pesanti. Quando è stato il suo turno ha abbracciato Victor e improvvisato una battuta sulla vita inutile dei parigini e poi ha stretto anche me facendo scivolare nelle mie mani il suo elisir: così lo provi anche tu.

Gustave è un fiero contadino normanno di ottantatre anni e non si rassegna all’idea di dover seguire le prescrizioni del medico che giudica alquanto ingenue – è giovane, deve farsi.
Gustave ha le proporzioni di un armadio a due ante, basso e capiente; la natura ha cosparso le sue braccia e il petto di una folta peluria ormai canuta, ma il cranio che ama grattarsi come a racimolare i pensieri è definitivamente calvo e il vecchio gira calzando un cappellino di cotone a larga tesa su cui campeggia fluorescente il nome del suo fornitore di gasolio.

Gustave non riesce a comprendere come possano essere pericolosi quei rigonfiamenti della pelle che maturano attorno agli occhi. Gli danno fastidio ma gli da più fastidio dover correre in ospedale per farseli cavare; addirittura l’ultima volta un’infermiera lo ha attaccato con un termos che sprigionava fumo.
Di fatto la crioterapia con azoto liquido poco ha giovato. Cheratosi attiniche, epiteliomi, granulomi: parole che il dottore mette in fila sulla sua cartella clinica e pretesti per raccomandargli di evitare l’esposizione al sole.
Il cappellino di cotone a larga tesa è più che sufficiente secondo Gustave, ma ha acconsentito ad acquistare la crema protezione 50 e ha pure deciso di provarla: ne ha spalmato un po’ sulla palpebra e sul naso prima di coricarsi e si è risvegliato la mattina con la pelle liscia liscia.
Adesso la raccomanda a tutti. Ne basta poca, prima di andare a dormire.

Dono squisitissimo di una squisitissima amica.

La parentesi sulla stagione estiva può dirsi chiusa. Detesto la città senza cittadini: non odora più, tace e sopravvive a sé stessa. A Victor a metà agosto già mancavano i voli delle anatre alla foce della Senna. A me mancavano i passaggi del tram alla fermata del 54.

Torna a scorrere la solita umanità davanti al chiosco e torno a impilare giornali sugli espositori.
Torna Madame Pilot, sempre più grassa. Madame non ha mai messo in discussione il suo guardaroba che credo risalga a una giovinezza meno florida. Oggi indossava un paio di pantaloni kaki che era riuscita ad abbottonare sotto la pancia, con sforzo supremo di un unico bottone impiccato all’asola e un misero tentativo di chiusura della cerniera che lungo la salita si arrendeva a qualche centimetro dalla meta, rimanendo aperta e svelando il candore della pelle di Madame.

Madame acquista sempre le stesse cose e ha sempre gli spiccioli contati; nel caso ci sia stata una variazione di prezzo si sente in dovere di giustificare la mancanza di altro denaro: sta comprando per conto di altri e non le hanno dato abbastanza, ha scordato il portafoglio, ha preso la borsa sbagliata. Se ne va e torna più tardi con la somma giusta.
Non è una necessità la sua. Piuttosto un’abitudine. Madame Pilot non ha problemi economici, non in particolare. Ha sempre fatto la bustaia, alle dipendenze di Monsieur Armand Clobel, Confezione busti Corsetteria, rue S. nel Marais.
È curioso che la signora che cammina trattenendo il fiato per appiattire il ventre sia in grado di capire che tipo di biancheria indossiamo, che un suo sguardo frettoloso sia capace di individuare i difetti che potremmo correggere.

Inizia a scendere qualche goccia. Algernon entra nel chiosco. Si alza l’odore della pioggia.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.