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Paris s’éveille et recommence.

Alcuni anni fa, visitando o, per meglio dire, esplorando Notre-Dame, l’autore di questo libro scoprì, in un recesso buio di una delle torri, questa parola incisa a mano sul muro: fatalità.
Poi il muro fu intonacato o raschiato e l’iscrizione scomparve. Così, infatti, ci si comporta da duecento anni a questa parte con le meravigliose chiese del Medio Evo. Le mutilazioni gli vengono da ogni parte, dall’interno come dall’esterno. Il prete le intonaca, l’architetto le raschia, poi sopravviene il popolo che le demolisce.

Febbraio, 1831
Victor Hugo, Notre-Dame de Paris

 

Mardi matin. Paris s’éveille et recommence.

XXIV. Pollici alzati.

Monsieur Eugène ha fatto della sua ferramenta un componente fondamentale nella vita del quartiere. Lo ha fatto nel corso degli anni e intanto ha insegnato al figlio a diventare indispensabile per tutti coloro che vivono nel raggio di ottocento metri. Oltre significherebbe invadere il territorio del Magasin de bricolage dei fratelli Boyer o meglio di Ari e Stepan che non sono fratelli ma cugini, armeni, e non hanno nulla a che fare con i Boyer tranne averne rilevato l’attività.
Nel nostro quartiere facciamo tutti la spesa da Monsieur Eugène: chiodi, bulloni, guarnizioni, la duplicazione delle chiavi, piccole cose insomma. Ma ciò che importa è che tutti possiamo contare sul suo intervento a domicilio quando crollano gli equilibri più elementari: si bloccano le tapparelle, saltano le serrature, saltano le tubature.
Monsieur Eugène viene comunque per un sopralluogo: tutt’al più reca conforto e suggerisce il nome di un tecnico di sua fiducia da contattare. Per tutti è rassicurante la sua disponibilità. E una  prima diagnosi, anche se poi si rivela sbagliata.
Il figlio mostra di aver compreso l’importanza di assumere un ruolo prima di essere in grado di riparare un rubinetto: è molto più spesso fuori – itinerante da un palazzo all’altro – di quanto capiti di trovarlo dietro il bancone. Oltre tutto è alto, longilineo e moro. Etero: un vero spreco.
Quando Monsieur Eugène aveva scoperto che i nostri cani erano cani da caccia aveva rivelato una parte di sé che ancora non conoscevo: è cacciatore da parte di nonno paterno. Al momento stava trattando per assicurarsi un bracco tedesco e dopo qualche tempo mi presentò il cucciolo.
Da allora, sapendolo dietro il banco, chiedo di poterlo vedere con manifesta soddisfazione del padrone. Lo ha chiamato Leopold ed è il Suo cane: la moglie ha un bassotto e al figlio non interessa.
Ormai è un cane adulto, con un bel pelo bianco e marrone e finalmente i baffi ispidi a cui Monsieur Eugène teneva tanto. Naturalmente lo porta con sé a caccia e ricava una palese soddisfazione dalla descrizione dei progressi nei particolari più cruenti:
– è buono per le quaglie. Domenica era attratto dal rivolo di sangue che scorreva dal collo del fagiano che tenevo per le zampe. Promette bene…
Ne farei a meno ma credo abbia frainteso la nostra scelta di avere due cani cacciatori e nutra un cameratesco senso di condivisione. Comunque ho imparato cose che possono tornare utili per evitare che i cani si lancino in battute assassine. Ad esempio mentre trova le chiavi da 10 e batte lo scontrino dettaglia la differenza della fuga della lepre da quella del capriolo e mi spiega la reazione del segugio sulle tracce dell’una o dell’altro.

Ultimamente Monsieur Eugène non si vede più nel negozio. Lunghe assenze e un dimagrimento che gli ha scavato le guance e piegato la schiena. Il suo cane invece è vigoroso, le zampe grandi e il pelo lucido. Si alza per farsi accarezzare e dietro il bancone vedo da vicino quanto sia diventata larga la giacca della tuta che indossa Monsieur Eugène.
Qualche giorno fa c’era solo la moglie; ha parlato come se lui mi avesse raccontato tutto: credeva di aver finito la terapia a Natale e invece lo hanno ricoverato ancora.
– Se vuole vedere il catalogo deve aspettare mio figlio. Adesso è fuori; solo qui di fronte.
Andando al lavoro io e i cani passiamo in auto vicino all’ospedale in cui Monsieur Eugène sta sperando di tornare a caccia con il suo bracco tedesco. Ogni volta alzo i pollici a pugno chiuso; li tengo tesi in alto finché non sono passato oltre. Come se potessi con quel gesto trasmettere energia o ottimismo; non so: mi viene di farlo. Il pensiero della separazione dal suo cane e del suo cane da lui invece non riesco a sopportarlo.

Questa mattina sono entrato in bagno mentre Victor si rasava e l’ho baciato. Lui mi ha abbracciato ma è comunque riuscito a rovinare il momento:
– romantico con la pioggia – ha detto.
In effetti la valvola dello scaldabagno piange di un pianto continuo da ieri sera.  Devo telefonare alla ferramenta.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

XXI. Inventario.

31, Rue Simonet – Paris 13

Il giovane Aumont abita nell’appartamento che è stato del nonno. Lo si vede rientrare tardi la sera e il sabato pomeriggio salire le scale con la sua ragazza per mano. Vanno a chiudersi in casa e a Sébastien piace incrociarli e sentire le loro risa salire di piano in piano: sono loro adesso la coppia più giovane nel palazzo.

Madame Poulain. Vedova di Monsieur Poulain, Madame conserva due cose della vita coniugale: il figlio e il gatto. Monsieur Poulain era orologiaio, cantava in un coro e ha continuato a credere per anni nell’amicizia maschile tra i suoi vicini piuttosto che rassegnarsi a condividere il pianerottolo con una coppia gay.  Madame Poulain spolvera la foto del marito accanto alla bomboniera di Limoges e finalmente sorride. Adesso si perde volentieri in chiacchiere e compare sulla soglia quando sente i cani di Sébastien di ritorno dalla passeggiata.

I Bonnet. La giovane Madame Bonnet e i suoi tre figli. Ultima ad essere entrata nella citofoniera di palazzo, la vita da divorziata di Madame Bonnet è monitorata con disapprovazione da Monsieur Leval che la sospetta di relazioni immorali di cui probabilmente sente egli stesso la mancanza.

Madame Mercier. Arriva in punta di piedi allo spioncino da cui sorveglia il resto dell’umanità di cui diffida. È ancora molto bella; di poche parole ma gentile. Tiene la televisione spenta e ascolta la musica lirica alla radio.

Monsieur Leval. Impiegato della Société Générale in pensione, consigliere di palazzo auto eletto. Maschera la sua propensione al pettegolezzo fingendo un responsabile interesse per tutto quando possa pregiudicare una quieta vita condominiale. Pedante ma fondamentalmente per bene.

Gli amici di Sébastien e Victor.

 

Coco.

All’anagrafe César, Coco veste da donna da quando aveva tredici anni e sognava di diventare una bluebelle. Commessa in un’esclusiva pelletteria di rue Marceau, veste Chanel  fripe  e nessuno conosce la sua età esatta.
È incapace di cucinare, incline a trasporti passeggeri e ha una risata imbarazzante. Tuttavia è  autenticamente impossibile fare a meno della sua rara umanità una volta conosciuta.

 

 

Jerome.

Una vecchia checca di squisita gentilezza, riservatezza garbata e fine gusto sartoriale. Vive con un coniglio, Nureyev, e con le conseguenze di un attacco ischemico.

 

 

 

 

Sara e Daniel  sopravvivono con alterna fortuna alle numerose attività in cui sono coinvolti i loro quattro figli: Marie, Louis, Amandine e il piccolo Gilbert.
Rose, la mamma di Daniel, abita in Alvernia e non ha nessuna intenzione di trasferirsi a Parigi – non posso: qui ho il mio giardino. Una sua visita significa un invito a cena per mangiare il suo aligot.

  Nora. Deve il suo nome alla madre, danese e lettrice di Ibsen. Ha un’erboristeria, due bassotti e cucina i biscotti con la cannella ogni Natale. Riprende a fare la maglia ogni volta che una delle sue imprudenti storie d’amore finisce.