XL. My way.

Al terzo tentativo gli è uscito praticamente perfetto e lo ha tenuto per qualche secondo senza cedimenti: yes, it was myyy wayyy. Non era mai uscito dal repertorio lirico ma mi è parso a suo agio; io stavo imballando i numeri invenduti di una rivista ma srotolare il nastro adesivo in quell’istante avrebbe significato sciupare l’ascolto, come un graffio sul vinile al giro più stretto. Così sono rimasto in attesa, l’orecchio teso, tifando perché andasse tutto liscio. L’errore è stato riprovarci ancora, stancando la voce.
Io lo sento provare anche in inverno perché la finestra del suo appartamento sta al piano terra, di fronte alla mia edicola, ma nelle mattine d’estate, dietro le persiane accostate sulle finestre spalancate, gli esercizi vocali di Monsieur Morelli finiscono di essere
affar suo per diventare un’incombenza per tutti coloro che vivono nel tratto di marciapiede che va dal negozio di Honoré al caffè di Marius. Chi ci abita e chi ci lavora: lo sappiamo tutti che la mattina ci sono le prove.
Monsieur Morelli non immagina di avere tanto seguito. Una volta sola mi parlò del coro dell’arma e mi invitò al concerto di Natale. Lui è un vigile urbano, molto garbato e solitamente di poche parole. L’unico pettegolezzo su di lui in tanti anni è stato a proposito del suo scooter: dopo essere caduto di sella in più di un’occasione, ha preteso che gli abitanti del palazzo approvassero uno specchio in cortile per agevolare le sue manovre.
Ha faticato per ottenerlo perché nessuno contava tanto su quello specchio quanto lui, ma finalmente ha avuto ciò che chiedeva. Così io mi sono accorto della nuova installazione lo stesso giorno in cui ho visto Monsieur Morelli intento a mostrare il suo scooter a due uomini: aveva deciso di venderlo.

Si avvicina al chiosco una coppia anziana, a braccetto; dei due parla sempre lei e lui approva per inerzia tutto ciò che dice la moglie. Lei acquista il quotidiano e quando lo ha pagato gli rivolge la stessa domanda: volevi qualcosa anche tu?
Dietro appare Madame Rose al braccio della signora portoricana che sopporta i suoi capricci. Madame è quasi completamente cieca ed è ancora bellissima; veste in atelier e ha in programma due messe in piega la settimana come quando gestiva la vita mondana del defunto marito, immobiliarista e giocatore fortunato.
Madame Rose passa al chiosco a prendere il giornale perché così faceva una volta; dice che non riesce a fare il sonnellino pomeridiano se prima Zaira non le ha letto l’articolo di fondo e poi dice parecchie altre cose pur di apparire ricca e far apparire gli altri meno ricchi di lei.
Ultimamente ama spendersi per le cause munifiche, convinta di dover essere d’aiuto a chi non lo ha chiesto in cambio della propria morale e assolutamente certa di poter puntare il dito contro chi giudica apatico.
La compatisce il cliente che alla sua sinistra mi sporge una rivista e i soldi contati. Fa sgranchire le gambe al cane che lo accompagna la notte nel giro di consegna dei vassoi di pasticceria. Ha circa sessant’anni e l’aspetto di un rocker, ma quando parla della moglie la chiama la sua signora.
– Anche questo; per la mia signora – e sfila il mensile che porta il nome di un format televisivo di successo. Conta la moneta e recupera l’auricolare che si è sfilato e urla heavy metal nelle orecchie di Madame Rose: oh dio, ma cos’è questa roba? – dice allargando il sorriso con cui sa di sedurre.
Fra poco vedrò passare il proprietario del locale notturno all’angolo, Les gros mots du chat, con la giacca e l’ascot anche sudando e la camicia chiazzata, sempre. Probabilmente gli da fastidio essere guardato e cammina lisciandosi i baffi bianchi che porta lunghi sulle labbra come le falde di un sipario all’italiana. In alternativa si liscia i basettoni incolti, giallicci. Va da Marius a fare colazione e io so che al ritorno controllerà di non avere briciole sul revers.
Non ha mai acquistato nulla al chiosco ma si fermava quando aveva il cane, un vecchio mastino che fiutava la presenza di Algernon e adesso si ferma quando ha bisogno di parlarmi di quanto gli manchi la sua compagnia: lei mi può capire.

– Le ho portato le foto di scena – è arrivata la ricamatrice. Non so come si chiami ma so che ha lavorato come ricamatrice tutta la vita e adesso aiuta una nipote nella sua scuola di ballo.
– Ho lavorato una settimana solo per fare le ostriche, per le bambine: 10 veli, 3 tipi di grigio, due di verde.
Poi nessuno. Controllo se l’uccello rosso che ho trovato sul platano all’ora dell’apertura sta ancora là: una borsa di plastica che il vento ha incastrato tra i rami, con la sagoma di un pellicano a caccia su un marciapiede del Marais. Guarda in direzione di un autista del bus che aspetta di iniziare il turno e mangia una banana tenendo in mano la buccia di un’altra.
Lui  osserva un ragazzo che assicura la sua bicicletta al palo del semaforo e vi appoggia lo zaino. Sembra un impiegato di banca che prende possesso dello sportello a cui è stato assegnato e invece il bistro gli cerchia gli occhi: si calca una tuba in testa e inizia a giocolare.

– Quanto le devo? – mi chiede un donnone in prendisole nero a pois bianchi, con la pelle del seno seccata al sole, che per la fatica di parlare non è riuscita a richiudere completamente la bocca. Ha gettato tre giornali davanti a sé e ora stancamente li infila in borsa. È grossa lei, ha labbra grosse, grosse zeppe che trascina come ciabatte e tira fuori un portafoglio enorme. Penso che sia la personificazione della canicola di questi giorni, sciatta e pigra.

Bibip-bip: questa sera ti porto a cena fuori. Ho visto le tovaglie a quadretti rossi e bianchi di un ristorantino. Mi è venuta voglia di andarci. Con te.
È un messaggio di Victor. Gli rispondo:
vuol dire che mi ami.
No. Vuol dire che non devi fare la spesa per la cena.
Me ne vado.
Impossibile. Ormai ho prenotato.
Lo amo perché guarda le tovaglie a quadretti e pensa ancora a me. Lo amo anche se a colazione parlava con i suoi storici mocassini  per congedarsi ufficialmente da loro prima di gettarli nella spazzatura.
L’idea della cena mi rende felice e stasera glielo voglio dire.
Speriamo anche in un temporale.

Je vous souhaite un bel été. Merci.

XXXV. Tosca

Finalmente Madame Pilot sa di essere grassa ed è diventata bella. Ha smesso di indossare il suo guardaroba vecchio di due taglie e ha cominciato a vestire il suo corpo tondo con gusto e ironia.
Prima riassumeva i chili di troppo nei soliti pantaloni, nelle solite magliette che a forza di tirare le andavano ancora, tese a ogni curva. Il grasso compresso sfogava impietoso svilendo l’impressione che Madame coltivava della sua figurina.
Del resto tutti noi abbiamo del nostro aspetto un’idea, la rappresentazione ferma agli anni della prima maturità. La nostra mente ci vede così e davanti allo specchio lavoriamo per avvicinarci il più possibile alla proiezione di noi stessi: ci mettiamo un poco di profilo, tratteniamo la pancia, tendiamo i muscoli del viso per sembrare tonici e più interessanti. È la nostra immagine riflessa all’improvviso che ci coglie impreparati: nel finestrino dell’autobus, in ascensore, nella vetrina di un negozio, nello specchio parabolico sopra il semaforo.
Oggi Madame Pilot girava l’angolo e puntava al chiosco di giornali ondeggiando sinuosa nel suo vestitino nero punteggiato di fiorellini rossi, che le scivolava addosso leggero fermandosi ben sopra le ginocchia. Portava le calze nere: un po’ fuori stagione forse ma di grande effetto nelle scarpe allacciate, aperte in punta, rosse come marasche mature. Rossa anche la stola di lino che cadeva dalle spalle e di un bel rosso acceso le labbra da far sembrare ancora più bianco il suo sorriso.
Il cambiamento ha fatto bene all’umore di Madame – le si legge in volto la soddisfazione per aver scelto di meritarlo – e fa bene a chiunque la guardi.
Ci vuole tempo perché una persona abbia cura del suo aspetto e a una persona grassoccia ne deve certamente occorrere di più perché tutto appaia disinvolto e chiaramente al meglio delle sue possibilità. Si è disposti a perdonare molto meno a una donna di proporzioni abbondanti.
E sospetto che Madame Pilot abbia scelto di rinnovare anche il suo guardaroba di biancheria, il suo dessous. Mi piace credere che il vento leggero che ha spinto Madame Pilot a svuotare gli armadi abbia scombinato anche il cassetto della sua lingerie: non può apparire così vezzosa senza nascondere qualcosa di davvero grazioso sotto quel suo abitino.
E poi Madame ha trascorso la sua vita a confezionare busti nel negozio di Monsieur Armand Clobel, Confezione busti Corsetteria e non è certo l’esperienza a mancarle.

Al chiosco è passato anche Jerome. Teneva fra le mani, incrociate sulle reni, una locandina arrotolata ma ha voluto mostrarmela solo prima di andarsene.
Ha atteso che io servissi i clienti e poi ci ha tenuto a dirmi con quali autobus era arrivato da me. I soliti, ho pensato io, ma ora Jerome sente il bisogno di fare e di dire cose che prima della sua malattia gli sarebbero parse banali.
– Ed eccomi qui – ha concluso sorridendo sotto le sue benevole guance cadenti, aspettandosi che io fossi felice del risultato quando lui.
Innanzi tutto si era accorto del messaggio che gli avevo inviato per il suo compleanno solo facendo colazione e voleva ringraziarmi personalmente.
– Mi hai commosso, veramente – mi ha detto e io ho taciuto che a quel messaggio lui aveva già risposto con una telefonata qualche giorno prima.
Per lo stesso messaggio di auguri ho avuto una reazione divertita – subito, al telefono – e una sentimentale a distanza di giorni. Tutte le nostre frasi potrebbero suscitare più di una reazione e a noi è dato conoscerne solo una.
– Adesso me ne vado e approfitto di essere da queste parti per comprare il formaggio da Monsieur Pier… Ti avevo portato questo.
Srotola la locandina e poi scorre la mano sull’abbottonatura ordinata del gilet di lana che indossa sulla camicia con le maniche corte: una Tosca alla Fenice di Venezia nel febbraio del 1989. Non capisco ma Jerome sa che non posso comprendere e mi spiega: ha deciso di disfarsi di alcune cose che lo hanno accompagnato nella vita e vuole che io e Victor passiamo a prendere la sua collezione di libretti d’opera. Io ignoravo persino che Jerome conoscesse l’opera.
E invece Jerome è stato un appassionato per gran parte della sua vita:
– andavo a comprare il libretto per preparami e ne ho un centinaio. Questa fu un’occasione rara: a Venezia addirittura.
– Devi tenerli tu. Devono stare con te.
Lui si fa grave. Non lo dice perché sa che mi dispiace ma continua a meditare un trasloco in una casa di riposo dove possano avere cura di lui. Prima di andarsene vuole essere lui a lasciare ciò a cui tiene di più alle persone care.
Sfilo dalle sue mani la locandina e vedo che in un angolo aveva appuntato qualche numero, un’ora forse.
– Saremo lieti di conservare la tua collezione. Contaci.
Esco ad abbracciarlo e lui pare contento: come se le cose fossero andate come sperava.
– Ho tenuto anche i biglietti e i programmi di sala – aggiunge. Poi libera la mano dalla mia e mi saluta:
– l’altra volta sono entrato per comprare il camembert ed è riuscito a rifilarmi il comté che per me non sa di nulla!
Ho cercato un giornale per una cliente e l’ho perso di vista mentre si avviava camminando piano.

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXXI. Esercizio di cornamusa.

Monsieur Bulot passa a prendere il giornale di ritorno a casa tutte le mattine. Non saprei dire quanti anni abbia, ma so per certo che è in pensione già da qualche tempo. Passa verso le 11 e a quell’ora ha già terminato la sua corsa al parco.
Corrono in quattro, uomini. Sempre gli stessi; non c’è un punto di incontro: chi arriva inizia il giro e man mano raccoglie gli altri strada facendo. Tutte le mattine, in tutte le stagioni, anche sotto la pioggia se non è insistente.
Ogni tanto si unisce a loro una signora sopra i settanta: coriacea, mascolina, in grado di mettere parecchia strada tra lei e il gruppo. È l’unica che quando parla lo fa senza affanno mentre gli altri le rispondono con la respirazione un po’ affaticata dalla corsa.
Tutti tranne il piccolo Alberto, un italiano di bassa statura che pare un intreccio di nervi nei suoi calzoncini corti con lo spacco laterale, di quelli che si portavano negli anni Settanta. A lui piace esporre al sole la maggior superficie del corpo – tracciato come un campo arso e crepato – e sembra poco interessato alle chiacchiere degli altri, ma di fatto quelle sono le uniche parole che scambia durante il giorno perché vive da solo da quando è rimasto vedovo e certi pomeriggi gli sembrano non finire mai.
Chiacchierano un po’ di tutto: di famiglia, di calcio ma poco, di tasse, di sindacati. Soprattutto Alain parla di sindacati perché in fabbrica gli sarebbe piaciuto avere il coraggio di fare il sindacalista. Di solito è il più mattiniero e gli piace fermarsi a guardare i cormorani sulla zattera in mezzo al laghetto con le ali spiegate per farle asciugare.
Monsieur Bulot è il più alto e anche il più in carne. Sotto i bermuda in felpa indossa i tight neri e quando arriva alla mia edicola si è già cambiato la maglietta. Da qualche mese esce di nuovo con una donna. Non fa mistero di aver fatto l’amore con lei; di aver pensato che fosse meglio provare a rifare quello che faceva con la moglie con il risultato di non essere riuscito a combinare nulla. Non ne fa mistero ora perché ha avuto una seconda occasione in cui l’essersi lasciato andare ha  prodotto esiti migliori.
Oggi mi ha raccontato di aver udito qualcuno che si esercitava con la cornamusa sotto il giardino dei faggi:
– è il bello del parco: ognuno lo vive a modo suo.
Conosco anche Monsieur Lemoine che al chiosco acquista i fumetti per il nipote. È lui ad occuparsi del figlio della sua primogenita dopo la scuola: lo va a prendere e lo aiuta con i compiti.
– ma facciamo anche le costruzioni insieme. È vero?
Lo dice guardando il bambino che tiene per mano, sperando che alzi la testa e dica qualcosa. Lo dice ogni volta e aggiunge che non è facile per sua figlia da quando il marito se n’è andato di casa. È una cosa che non è andata giù a Monsieur Lemoine che sembra ribadire la questione per anticipare i commenti degli altri.
Una volta ha raccontato di essere stato rappresentante di giocattoli per quarantasei anni: non avevo voglia di studiare e mi hanno mandato a scaricare quarti di bue ai mercati generali. Poi per fortuna ho saputo che cercavano un magazziniere da Roty. Mi sono presentato; volevano un francese. L’unica cosa che mi hanno chiesto: sei francese ragazzo? La tua famiglia è di Parigi?
Gli piace ripetere che allora si lavorava davvero, anche nella versione edulcorata secondo cui è vero che si sta godendo la pensione ma se l’è meritata.

Questa mattina ho servito un ragazzo poco più che ventenne, in tuta da lavoro e tracolla. Dopo aver pagato ha indugiato come se avesse voglia di fare due parole. Ha chiesto dove potesse trovare una panetteria lì vicino; ho risposto e lui ha continuato, con l’aria di un uomo di responsabilità e di fatica:
– un boccone prima di ricominciare. Oggi ne ho 22.
Ha fatto una pausa, l’ha voluta, e poi ha chiarito:
– lavoro per la società del gas. Ho 22 chiusure per morosità.
– Oh, piuttosto antipatico – devo aver detto io – voglio dire, intervenire in questi casi. Ci va da solo?
Mi ha detto che sono specialmente i più giovani a insultarlo con arroganza:
– come se io ne potessi qualcosa. Mi spiace ammetterlo perché anch’io sono giovane ma sono i peggiori.
Poi guardando in direzione di Monsieur Lemoine che si stava allontanando:
– chissà se noi ci arriveremo alla pensione. Quelli se la godono.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

XXVII. Le badanti sul ramo di magnolia.

Passando e vedendoli seduti al fondo dell’officina – su due sedie diverse ma vicine, silenziosi – sarebbe potuto sembrare che si rivolgesse a loro. Tuttavia era impossibile che loro potessero udire i suoi commenti.


Monsieur …? non mi ricordo il suo nome che non compare nemmeno nell’insegna del suo garage. Del resto sappiamo ben poco l’uno dell’altro se non che lui ripara le macchine e gonfia pneumatici a poche centinaia di passi dal mio chiosco di giornali. Ci salutiamo ma nessuno dei due è cliente dell’altro.
Passando l’ho trovato davanti alla saracinesca di destra, ancora abbassata. Stava a gambe larghe con i pugni piantati sui fianchi e uno straccio che pendeva da una delle tasche laterali della tuta da lavoro.
Fissava la saracinesca e scuoteva la testa: qualcuno durante la notte ne aveva fatto la tela per i suoi pruriti artistici. Era comparsa la parola NOIA, a caratteri alti e smilzi, rossi ripassati da uno spesso bordo nero.
Lui fissava lo sproposito e lanciava le sue invettive in alto. Molto in alto: al governo e al sistema che non educano al rispetto della proprietà privata. E stando sul marciapiede raccoglieva il conforto di chi percorreva quel tratto di strada; di chi aveva tempo di confortarlo: pensionati, ovviamente, e gente del quartiere che non poteva farne a meno.
Fortunatamente mentre passavo io c’era già Monsieur Pier del negozio di formaggi all’angolo che coglie volentieri questo genere di opportunità per ribadire il suo disappunto su come stanno andando le cose.
Ricordo di averlo trovato un giorno piegato sul suo registratore di cassa mentre cercava di dare un senso a una raccomandata che aveva appena ricevuto:
– perché si aspettano che sia io a dichiarare quanto devo di tasse e mi multano se non lo faccio? Se vogliono tassarmi facciano loro il prezzo.
Il suo negozio di formaggi è tra i meglio forniti del Marais. Riserva ai suoi clienti un ascolto garbato e i suoi consigli di acquisto superano di gran lunga l’aspettativa. E tuttavia lui pensa alla pensione e dice che ne saprà fare buon uso: trascorrerà il suo tempo ad avvelenare i piccioni:
– non ha idea di quanto sporchino. Anche dietro l’insegna, sul frontone, guardi qui… Ci ho messo i dissuasori ma loro se ne fregano, quei porci.

Mi dispiace per la serranda del garage però non si tratta delle solite frasi disordinate, volgari. Mi accorgo che ha suscitato un certo effetto su di me quel grido uscito da una bomboletta a spray. La consapevolezza della noia è affare preoccupante: deriva da una percezione del nulla e non può che approdare a qualcosa di vano. Sennò sarebbe ozio e non noia. È significativo che l’autore – presumibilmente un giovane – abbia avuto paura della noia. Se fosse già assuefatto non avrebbe scritto nulla. Spero non si rassegni.
Penso al tale che guidava con una mano il suo scooter di fianco alla mia auto, lungo il quai Henri IV. Ce l’ho avuto a fianco per un bel po’ e ho potuto osservarlo: con l’altra mano reggeva la sigaretta; non fumava ma gesticolava con la sigaretta tra le dita per dare un tono alla telefonata che si allungava tra un semaforo e l’altro. Se ne avesse avuto la possibilità si sarebbe tostato una fetta di pane sul cruscotto aspettando il verde.
Anche Ernest, seduto sul sedile posteriore con il muso al finestrino, deve averlo notato e deve averne tratto le sue conclusioni.
Poi ci sono le signore che al pomeriggio si fanno la foto appollaiate sul ramo della magnolia del giardinetto di rue L. Sono badanti dell’est Europa, piuttosto in carne, che si danno appuntamento alla panchina. Appoggiano le borse e le nonnine che gli hanno affidato e poi si mettono in posa a turno per la fotografia. Le vedo da qualche giorno – raggianti davanti alla bellezza di quei petali bianchi – e penso a quanto potrà reggere il ramo.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.