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X. Bioorgoglio e biopregiudizio.

La boutique jaune. Paris. Gastronomie yiddish.

Forse l’ho appeso storto ma tanto in settimana lo sposto perché sul vetro ci piazzo le renne: la consueta mandria di renne di panno rosso in transumanza tra Natale e Capodanno.
Nora si è raccomandata che lo rendessi visibile alla clientela e comunque è rimasta all’edicola finché non mi ha visto uscire con il nastro adesivo.
– lo metti sull’espositore?
– perché? Non ti va? In alto: si legge bene.
– ma si confonde con le copertine delle riviste.
Allora lo sposto. Ha l’aria di un trafiletto commemorativo: questa volta Nora celebra pubblicamente il lutto per l’ultimo amore finito.
Quando è triste fa la maglia e adesso organizza sei pomeriggi nella sua erboristeria: un salotto di signore sferruzzanti a cui lei dispenserà consigli e decotti. Sul volantino su fondo verdemela un gomitolo rosso è alloggiato nel filtro di una tisaniera. I ferri sono sul piattino:
– bello, lo hai pensato tu?
– davvero ti piace? Ne ho fatto tre versioni. Nelle altre due i ferri erano infilati nella lana ma così sono più composti.
– sembrano posate. Mi piace – e guardo ancora l’insieme prima di fissare un angolo con il nastro adesivo.
Nora sembra soddisfatta; prende gli altri volantini e continua con la distribuzione nei negozi del quartiere. Ringrazia e dice qualcosa a testa bassa abbottonandosi il cappotto, trequarti verde mela come il volantino.
– Non ho capito niente.
– Ho detto che dovresti venirci anche tu. Così te lo faresti da solo il maglione di Charlie Brown.
In effetti è da qualche tempo che penso quanto farebbe piacere a Victor trovare sotto l’albero la maglia del bambino che non riesce a calciare il suo pallone da football. È stato lui a insegnarmi a fare affidamento sulla poesia di Charles Schulz.
– Quel cappotto ti sta benissimo – è vero, le sta molto bene.
– Sei il mio angelo. Ciao chèri.
Forse questa volta le passerà prima. Lei stessa ha ammesso di essersi annoiata con quel tale.
Bene! Finalmente è finita. Avevo esaurito i buoni propositi e faticavo a sopportarne la compagnia. Fisicamente non era il genere di uomo che lei trova attraente e ricordo che quando glielo dissi mi rispose che probabilmente stava traghettando verso una maturità più consapevole.
Inizialmente pareva simpatico e molto ospitale. Victor è riuscito a svicolare in un paio di occasioni in cui io sono stato invitato a casa sua per una cena e per un tè. Sembrava ansioso di conquistarsi gli amici di Nora ma l’impressione che ho avuto più tardi è stata di una persona che voleva ottenere il consenso di lei per diventare il suo interlocutore esclusivo.
Un aspetto del suo comportamento in particolare mi ha permesso di riflettere sulla piega che stanno prendendo i consumi alimentari, giungendo alla necessità di operare una scelta: disorientamento o divertimento.
Ho optato per la seconda soluzione e quindi sto a guardare divertito coloro che fanno la spesabio solo dove sono certi di spendere di più e poi te la offrono non per dovere/piacere di ospitalità ma unicamente per mostrarti la loro abilità di acquisto.
Non credo che Nora se ne rendesse conto, ma io dopo meno di un’ora avevo deciso che non avrei ricambiato l’invito. Tanto non sarei stato all’altezza: motivo per cui mi sentivo autorizzato a non darmi pena per lui.
Ricordo che sedendo al tavolo apparecchiato dalla nonna di Victor provavo a indovinare cosa avrebbero afferrato nel forno le mani che avevo visto impugnare le presine. Non avevo altri pensieri. Pregustavo il piacere di mangiare qualcosa che era stato cucinato per me: io sapevo che lei aveva fatto del suo meglio e dal canto suo lei non aveva conservato la lista della spesa per provarmi quanto le era costato.
Sono felice di non dover più fingere cortesia di fronte alla vanità del bioamante di Nora che prima di servirmi la porzione si compiaceva di illustrare la materia prima e documentarla. Potevo dimostrarmi impreparato ed era gradita la mia ammirazione; ogni opinione contraria invece veniva accolta con ironia.
Mentre il cibo si raffreddava pensavo che se mi avesse dato un questionario da compilare non avrei avuto la penna.

In ogni caso le informazioni sulla qualità del cibo ciascuno le attinge dove crede e si nutre di conseguenza. Proprio l’altro ieri Monsieur Leval mi ha trattenuto davanti all’ascensore per illuminarmi sulle proprietà dei semi di zucca.
– Lei deve far seccare il seme e poi utilizza il contenuto.
Credo avrebbe portato con sé qualche slide se avesse saputo di incontrarmi. Comunque ha ovviato mimando l’operazione:
– lo mette in un cucchiaio e lo prende con l’acqua. Fanno benissimo.
Mi ha dato dosaggio e tempi di somministrazione – anche tre volte il dì – e poi ha rivelato la fonte:
– me lo ha detto il taxista – e ha ammiccato – quelli sanno tutto.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

VII. Con riguardo della formica.

Tornando dall’erboristeria di Nora me lo sono trovato davanti. L’ho riconosciuto subito: era il naso di Monsieur Papotin, un vecchio amico di mio padre morto nel 2004.
Il resto del volto non l’ho osservato. Non saprei dire se fosse proporzionato, se avesse personalità.
Il possessore del naso si è fermato al chiosco e ha chiesto a Miguel il numero di Nautica da diporto uscito la scorsa settimana. Miguel ha domandato a me che stavo arrivando se ne avessimo ancora una copia e così ho servito io il signore.
Ma sempre fissando quel caro emblema. Perché lo conoscevo bene anch’io Monsieur Papotin e il grosso naso a patata su cui poggiavano i suoi occhiali squadrati dalla montatura scura era la caratteristica principale di un viso altrimenti consueto.
Un naso dal corto setto nasale che si innestava in un bozzo poroso di proporzioni notevoli. Un naso che a quanto pare aveva gran fiuto per gli affari perché Monsieur Papotin aveva creato un piccolo impero nel commercio dei tessuti di arredo. Seguiva egli stesso la ricerca della merce e poi ne presentava la qualità ai clienti con la calma necessaria a persuaderli per quella e per le volte successive.
Un uomo di buon carattere, estremamente generoso con i suoi amici e sinceramente affezionato a mio padre sin da quando giocavano a biglie nel retro della merceria di Madame Papotin, donna parsimoniosa e autoritaria a dire di mio padre.
Oggi ho rivisto il naso di Monsieur Papotin. Dopo tanto tempo. E dopo tanto tempo che non pensavo più a lui.
Del resto non è raro incrociare persone che ce ne ricordano altre. Talvolta capita di trovarci di fronte a qualcuno che è in tutto e per tutto la persona che abbiamo conosciuto noi; solo veste come l’altra non avrebbe mai vestito e consegna la posta invece di insegnare al liceo.
Sono occasioni per rivedersi. La morte non è che un cambio d’abito.

Quando il naso se ne è andato con tutto il resto del corpo di quel capitano di mare ho visto Miguel interrogare con aria èbete il suo telefonino.
– Qualcosa che non va?
– Non so.
La verità è che non aveva compreso il significato del messaggio ricevuto e stava digitando una richiesta di chiarimento.
Asserviamo la lingua a una comunicazione che deve essere rapida; abbreviamo le parole e usiamo più spesso quelle che appartengono a un linguaggio parlato, gergale. Concepiamo rapidamente l’ambasciata e la inviamo ancor più rapidamente ma siamo lenti a decifrare i concetti altrui.
Io sono lento. Più di una volta ho attribuito un significato a una parola e mi sono pure arrabbiato per quello che mi avevano scritto. Poi ripensandoci ho capito quello che il mio interlocutore voleva dirmi. Forse.
E quello che ci diciamo attraverso la rete non lo confrontiamo quando ci incontriamo fisicamente. Preferisco la profondità dell’oceano se in superficie sfrecciano tutti questi gommoni sgonfi e lo affermo senza nostalgia di sorta. Nessun rimpianto per la carta assorbente: solo il divertimento per la generale incomprensione alimentata da una varietà notevole di mezzi con cui comunicare.

Alex & Barti

Continuo a pensare che il professor Higgins-Harrison sia l’uomo più affascinante che abbia desiderato nella vita. Quando avevo quattordici anni convinse in un solo colpo Liza Doolittle e me della maestà della lingua, la più grande ricchezza che possediamo. Uno straordinario, immaginifico e musicale miscuglio di suoni (https://www.youtube.com/watch?v=yywktzpmLsU).
Solo qualche altro film ha significato tanto per me.
Quindi continuo ad accorgermi delle formiche: ieri stavo per appoggiarmi alla staccionata sull’argine del fiume da dove vedevo correre i cani. Ho rinunciato perché il legno era umido di pioggia; poi ho smesso di considerarlo un palo orizzontale e ho fissato le gocce infilate nella spaccatura alla mia sinistra. Allora mi sono accorto della testa rossa-arancione di una formica dalla sottile vita nera. Probabilmente l’avrei schiacciata se mi fossi lasciato reggere.

È arrivato Gaspard con il suo furgoncino e sta incollando al muro la locandina di uno spettacolo al teatro Rive Gauche. Stira l’angolo superiore accompagnandolo in cima con il bastone e intanto ricomincia a piovere. Ritira in fretta bastone e secchio di colla e riparte.
Mi avvicino a leggere la locandina e scrivo a Victor: Rive Gauche, Adieu Monsieur Haffmann. Paris, 1942. J.P.Daguerre.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

V. La potatura nei giardini reali.

Stavo servendo un cliente quando ho udito una ragazzina parlare:
– è solo un’oca giuliva – il giudizio su una compagna di scuola pareva definitivo.
Doveva avere dodici o tredici anni e stava svuotando il sacco con una donna giovane – la zia o la babysitter ho pensato – che nel frattempo prendeva dall’espositore un monografico su Vienna.
– Vuoi qualcosa Sylvie?
La ragazzina ha interrotto il suo resoconto per fare sbrigativamente cenno di no con la testa. Poi ha ripreso a raccontare, indugiando con pollice e indice sullo scuby doo azzurro e rosso appeso alla cerniera del suo zaino.
Ho pensato quanto fosse consolante che l’espressione “oca giuliva” fosse ancora in uso presso la generazione più giovane. Mi ha fatto sentire parte di una comunità ancora attiva.
– Ci facciamo una cioccolata calda a casa?
– È una buona idea. Ma ne abbiamo? Andiamo a comprarne una scatola – e così dicendo la donna mi ha teso un biglietto da 5 euro.
Mentre ritirava la rivista nella borsa a tracolla ho intravisto in copertina la Gloriette, a Shönbrunn.
Sono rimasto solo e un ricordo tiepido di malinconica dolcezza mi ha attraversato le viscere. Ci sono immagini e gesti e parole che non perdono negli anni il loro valore simbolico. Senza di essi la vita di ognuno è ben poca cosa.
Il viaggio a Vienna – un fine settimana di fine febbraio – è stato il primo viaggio che ho fatto con Victor. Vivevamo nella stessa casa da meno di un mese ed era capitata l’occasione di andare in Austria; per caso.
Era tutto perfetto: felici a casa nostra, felici di preparare insieme i bagagli, felici di prendere l’aereo, felici di essere soli in una capitale di composta bellezza che non conoscevamo.
Io ero consapevole allora come lo sono ancora della generosa dose di felicità che mi era toccata. E a distanza di parecchi anni, adesso come allora, è sufficiente pensarci per avvertire l’autentico spirito con cui ero partito. Intatto.
Non ricordo quasi nulla di Vienna. Conservo una guida, un Baedeker che Victor mi aveva regalato per l’occasione, qualche giorno prima di partire. È sgualcita e porta i segni di un servizio reso fino in fondo. Abbiamo dunque calcato i percorsi turistici e lo abbiamo fatto consultando le fonti, con consapevolezza documentata.
Eppure il pensiero riesce a toccare solo la sensazione della libertà goduta. Lo sente palpabile e integro.
Cosa ricordo? Ricordo che avevo un cappotto verde scuro e ricordo di aver raccolto una foglia di vischio a Shönbrunn, sul viale davanti la fontana di Nettuno. L’acqua era cristallizzata in un pavimento di ghiaccio grigio bianco su cui pattinavano le anatre; io non vedevo tanto vischio sui rami degli alberi da quell’inverno lontano in cui con mia madre avevo attraversato la regione del Rodano e dell’Alvernia in autobus, di ritorno a Parigi.
Ricordo che Victor mi ha scattato una fotografia mentre stavo seduto sul primo ripiano di una di quelle alte impalcature mobili che abitano i giardini della reggia. Come degli uccelli tra gli alberi, i carrelli alti più di dieci metri sostano servili tra le fila disciplinate di rami piegati alle leggi di un’architettura superba. Ci salgono i giardinieri per la potatura, ora come un tempo.


Ricordo la tovaglia a quadri di un locale al Prater – l’unico che trovammo aperto quella sera in cui il parco era deserto – dove facevano della musica e dove mangiammo il gulasch, serviti da un tale che indossava una giacca da ussaro e aveva modi impeccabili ma negli intervalli tra una portata e l’altra stava appoggiato al bancone e batteva il tempo impugnando un würstel mezzo morsicato.

– Scusi è uscito Tuttomoto?
Controllo ma deve ancora essere  consegnato. Il signore ringrazia e se ne va.

Così ricordo Vienna per i ponteggi nei giardini e poco altro.  Eppure negli episodi che ho narrato annuso l’odore tonificante di una felicità piena. La ritrovo pulsante e provo una timida gratitudine.


Stamane ho rivisto sul balconcino la signora accanto a lui. Sono due vecchi e sono lieto di non vedere più lui da solo. Lo vedevo spesso; suscitava simpatia la sua espressione amichevole sulle labbra plasmate in un sorriso.
Ho detto a Victor che ero certo si fosse innamorato:
– che bello. Adesso si addormentano insieme. Due vecchi innamorati.
– con il rischio che si svegli solo uno di loro – ha commentato lui.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

III. Amami a basso costo.

Una vita, per quanto a lungo venga concesso di viverla, è affare fuggevole: troppo breve se hai capito il meccanismo e vorresti sfruttarne le opportunità. Geniale e perverso, con il passare degli anni ti vengono pure sottratte le forze così rinunci ai tuoi progetti perché non riesci a sostenerli fisicamente.
Del resto nell’arco di un’esistenza ci è dato di entrare e uscire da più di una vita con sufficiente disinvoltura; talvolta non ne abbiamo coscienza, talaltra il passaggio va raccontato a un analista.
Capita che la vita cambi: scompare una generazione di persone conosciute, il nostro corso di studi non esiste più, la vetrina del turkish kebab pare più grande della vetrata in legno del bistrot che c’era prima, ci dicono che i dvd sono superati e noi conserviamo le copie in vhs.
Hanno sostituito il nastro perforato e la pianola suona una canzone diversa. Tocca adeguarsi ed io, alla soglia dei cinquanta, mi proclamo pronto al cambiamento. Prima covavo un rassicurante senso di conservazione che talvolta degenerava nella celebrazione di una personale memoria storica – la casa della nonna, la cartella rossa, il biglietto della Royal Albert Hall la notte della Vigilia.
Era tutto prevedibile, tutto conformabile; alla fine tutto molto noioso.

Ho sempre letto molto e quindi ho vissuto l’esistenza dei personaggi di carta.  Inoltre presto attenzione alla vita degli altri e assistere è un po’ come partecipare: come assaggiare il sugo in cottura sapendo che non sarò in tavola quando sarà servito.
Guardarsi attorno è un’operazione divertente e utile: basta un po’ di esercizio e l’interesse antropologico si alimenta da sé. Certamente la mia collocazione è privilegiata; stare in un chiosco di giornali a mezzo tra il passaggio della gente e quello delle macchine è come nascondersi in un casotto di palude per osservare una dendrocygna viduata che spolvera le penne del gregario.
La gente sa di essere raggiungibile dallo sguardo altrui ma in strada allenta il controllo sul proprio comportamento. In coda alla cassa o nello studio del dentista le persone sono più attente al proprio contegno; fuori meno.
Stamane ad esempio ho notato una bambina peruviana – gli occhi piccoli e gli zigomi alti e larghi -alla fermata del 72. Stava seduta sulle ginocchia di quello che probabilmente era il padre e gli pettinava la frangia. Passava e ripassava la piccola mano olivastra sui capelli neri appiattendoli sulla fronte e lo faceva restando concentrata sulla testa di colui che, reggendola in vita, fissava immobile le auto in strada . Malgrado l’indifferenza apparente era evidente che lui gradiva il tocco di quella mano, carezzevole e soporifero.
Più avanti ho seguito i passi di una donna bellissima nell’erba dello spartitraffico. Aveva la pelle marrone scuro – il marrone delle castagne – e indossava un abito nei colori del bianco e dell’arancione, coperto in parte dal cardigan di lana marrone, stretto alla vita sottile. Camminava in un paio di francesine basse – nere e marrone scuro – e io ho pensato che le persone eleganti non si sporcano mai. Io ne sarei uscito quasi certamente con la terra appiccicata alla suola e i tacchi infangati ma lei era perfetta prima e dopo la traversata.
Mentre ritiro nell’imballaggio i quotidiani non venduti mi accorgo di una signora sulla sessantina ferma a fianco del palo semaforico. Suo malgrado diffonde un chiaro messaggio al resto del mondo: alla tracolla pende una borsa di stoffa fucsia su cui leggo “love me” a caratteri argentati mentre dal suo pugno spunta il volantino del supermercato, arrotolato distrattamente, su cui è visibile il monito “a basso costo”, nero su giallo. Sarà l’automobilista che si è appena fermato a cogliere la sua modica richiesta di affetto? Ma la signora ubbidisce al segnale semaforico e attraversa la strada.

Capita che lo sguardo si avvilisca sulla panchina su cui rimane la lattina di birra e il contenitore delle crostate all’albicocca scartate lì attorno. E se ripassi più tardi ci trovi seduta la vecchia Madame Roüan che fa tappa con la borsa della spesa prima di affrontare l’ultimo tratto verso casa.
Capita che volti le spalle a un’altra panchina mentre cerchi di liberare il cane dal guinzaglio legato a una zampa e quando ti giri intravedi Madame Vincent – ottant’anni e le pantofole di pile chiuse col velcro – che sostiene una donna che non credevi avesse un qualsiasi legame con lei.
Eri abituato al passo rigido di quella donna sulla quarantina, i capelli corti e gli occhiali e un gusto squisito per l’abbigliamento, sempre roba di buon taglio in british style. Eravamo abituati tutti nel quartiere a vederla fermarsi per riassestare l’equilibrio e spingere gli occhiali sul naso con il polso perché la mano accartocciata non poteva più farlo. Chi ancora indugiava a osservarla non era del quartiere.
La rivedo al braccio di Madame Vincent che raggiunge la panchina e la spinge cautamente incontro allo schienale perché lei possa ancorarvi le mani e ruotare lentamente il busto per sedersi, ancor più lentamente.
Questa volta il sugo che assaggio è acido, rivolta lo stomaco, ma è necessario inghiottirlo.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.