Archivi categoria: chiosco di giornali a Parigi

26. Je revois la vie en rose.

Non c’è più traccia del mucchio di neve che qualcuno deve aver ritenuto ineccepibile accumulare contro la vetrinetta, sul retro della mia edicola. Una sorta di naturale prolungamento del mucchio stipato contro i cassonetti: aveva dunque una sua ragione estetica.
Sfrego i palmi delle mani e sistemo le riviste nell’espositore. C’è umidità nell’aria e fa freddo ma nessun fondale sarebbe stato più adatto allo spettacolo a cui ho assistito questa mattina di quello offerto dal cielo caliginoso di Parigi. Stavo passando accanto al punto di raccolta degli abeti di Natale, in boulevard de Sébastopol, dove alcuni operai smontavano le transenne metalliche, quando ho intravisto uno sciame di bolle di sapone attraversare la strada: una decina di sfere che avanzando si contorcevano e allungavano e finivano esauste ai piedi della fermata del 41. Bolle di sapone opache che trattenevano fumo e che il fumo della nebbia cittadina velava di incanto.
Infondeva loro la vita il soffio di un clown bianco, aggraziato e malinconico. Ho rallentato il passo quando ha preso il suo cappello a pan di zucchero nella mano destra per inchinarsi al pubblico di automobilisti: una lenta riverenza a capo chino e braccio sul cuore, come una maschera della commedia dell’arte in proscenio. Io sono sempre colpito dalla perseveranza con cui l’artista di strada sfida l’indifferenza e il rifiuto degli altri per creare nel nulla un universo favoloso.
Sono profondamente grato agli artisti. Non a chi si improvvisa, ma a chi asseconda un talento per compiere una sorta di apostolato di cui il genere umano ha uno sconfinato bisogno e di cui non è quasi mai consapevole. Eseguire un numero davanti a una platea seccata e seccante conservando lo spirito con cui quel numero è stato concepito è di per sé prova della serietà di una scelta di vita.

Ho proseguito per la mia strada confortato dallo spettacolo.

Ormai credo che mi riconoscano tutti i commessi. Sono tre e li ho conosciuti tutti e quindi la prossima volta che entrerò in negozio dovrò decidermi all’acquisto.
Qualche tempo fa Victor mi ha fatto trovare in tavola, accanto al tovagliolo, una busta in carta di riso contenente un buono da spendere in uno dei miei negozi preferiti. Victor si dedica più volentieri alla ricerca di un regalo quando non è dovuto per convenzione.
Io adoro fargli dei regali ma temo di essere molto più prevedibile. Mi piace soprattutto confezionare il pacchetto: misurare la carta, premere sulle piegature e scegliere il nastro.
Con la busta in tasca sono andato già più volte al negozio. Per adesso ho goduto della sorpresa, delle fantasie oziose su cosa avrei potuto acquistare, della passeggiata sino alla vetrina. Sono orientato su un pullover che ho già provato e che mi piace davvero molto, ma mi frena l’idea che la scelta rappresenta il compimento del mio regalo.
Ho provato vergogna quando uno dei commessi mi ha proposto di prorogare la data di scadenza del buono per approfittare dei nuovi arrivi di stagione. Mi ha dato il catalogo con qualche anticipazione e intanto io pensavo al coraggio con cui avrei varcato ancora quella soglia. Per ora ho scelto l’ora in cui voglio consumare il mio regalo: voglio uscire dal negozio con il mio acquisto nella borsa quando fuori è buio. Non è poca cosa curare i dettagli: un buono regalo non è un dono qualsiasi e va gustato a sorsi.
È tutta una faccenda di sorsi. Ad esempio: io posso essere corrotto facilmente con un croissant. Tiepido preferibilmente.
Quando mi concedo il lusso di un peccato che sa di burro e di confettura di albicocca, il piacere può diventare benessere intellettuale se si ha l’accortezza di procedere per sorsi.
Intanto c’è la consuetudine con la panetteria che frequento da quando il gestore era Gaston, uomo di proporzioni imponenti, che stava come incastrato dietro il banco del suo negozio. Adesso mi accoglie una signora che in assenza di dolci farciti scompare nel retro e poi urla: come la preferisce: pesca, albicocca, ciliege?
Ci sono poche cose promettenti come un dolcetto intatto e poche cose che mi piace tenere tra le mani mentre cammino come il sacchetto bianco del croissant. Tiepido preferibilmente.
Dettagli. Ma crogiolarsi nei dettagli permette di ricominciare a vedere la giornata tinta di rosa.

Giovedì dopo di me è entrato in panetteria un signore poco più alto del bancone che ha rassicurato il suo cane prima di lasciarlo seduto sulla soglia. Quando sono uscito e ho allungato il palmo della mano perché lo potesse fiutare, lui ha rapidamente spostato l’attenzione sui miei polpacci e ho sentito i suoi denti piccoli e aguzzi mordicchiarmi come per invitarmi al gioco.
Annie! Il suo padrone è subito apparso per riprenderla e mi ha domandato scusa.
Non si preoccupi. Non mi ha fatto nulla.
Lui vorrebbe conoscere tutti e ha sempre voglia di giocare.
Curioso davvero quell’omino che mi parlava della sua Annie con evidente affetto ma continuando a farlo al maschile. Ha aggiunto che si trattava di un cane-guardiano delle vacche, australiano. Raduna il suo padrone e le persone che si fermano a parlare con lui come radunerebbe una mandria.
Non tollera nemmeno che Rosette, il pappagallo, si allontani dal trespolo per seguire il suo proprietario di stanza in stanza:
è un inseparabile… quando sono fuori è calmo e silenzioso. Urla se sono in casa e lo trascuro.
Quando me ne sono andato ho pensato che non avevo potuto dire che il cane ce l’ho anch’io.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

12. Fiocchi di neve di lana cotta.

Monsieur Ronsard era un habitué di questo chiosco di giornali da prima che io ne rilevassi la gestione. Responsabile di un’agenzia assicurativa nel 5°, la prima cosa che faceva uscito di casa era dirigersi all’edicola per l’acquisto del giornale. Uomo di aspetto e portamento distinti, misurato nei modi e nei commenti, ha sempre indossato capi di buona sartoria, classici nel taglio ma dai colori vivaci, specie in estate quando osa il fucsia o l’aragosta.
Dovrebbe avere oggi più di ottantacinque anni e malgrado il suo incedere risenta di un intorpidimento generale e il suo udito vada peggiorando, continua a essere un signore che è piacevole osservare e con cui è piacevolissimo conversare. Porta gli occhiali dalla montatura quasi invisibile sugli occhi piccoli e chiari che gli illuminano il volto pulito e ha capelli bianchissimi, una frangia che non ho mai visto scomposta.
Quando ci presentammo la prima volta, fu Algernon ad ottenere il suo consenso. Monsieur Ronsard acquista il giornale e saluta Algernon; lo accarezza lentamente e si congeda il più delle volte con un biscotto che acquista espressamente per lui. Lo so perché me lo ha detto Gilbert, il commesso del negozio amicodeglianimali dove Monsieur Ronsard fa provvista tessendo gli elogi di Algernon.
Ci voleva proprio un cagnone in questa edicola. Gli prende il muso tra le mani e i due si guardano negli occhi: Ma quanto sei bravo tu eh? Sei vecchio come me.
Adesso vado a fare la spesa, mi dice mostrandomi un foglietto. Apprezzo la precisione nell’organizzazione degli acquisti ma lui mi corregge: non è precisione. È una questione di calcolo. Vede, io la mattina mi preparo per uscire e poi mi siedo al tavolo di cucina, carta e penna, e prendo nota della lista che mia moglie mi detta. Non lo dimentico mai il mio foglietto. Lo conservo in tasca per poter dimostrare a mia moglie che, se dimentico qualcosa è perché lei non ne aveva parlato e infatti non compare nell’elenco. È una strategia, gioco in difesa. 


Di prima mattina è solito passare anche il Signor Contì, un coetaneo di altro stampo e altro udito. In verità il cognome è Conte e la provenienza è italiana ma mi ha spiegato di aver rinunciato a correggere chi sbagliava la pronuncia dopo aver tentato di farlo per i primi vent’anni trascorsi a Parigi. Probabilmente Contì suonava più parigino e del resto lui si ritiene francese: in Francia ho imparato un mestiere e ho avuto il primo amore. Allora sono francese.
Il Signor Contì ci sente benissimo, da sempre. Non occorre un fine spirito di osservazione per coglierne la natura pettegola e nemmeno per comprendere che non vi è in lui alcuna maligna intenzione. Nutre la sua curiosità e poi condivide le informazioni che è riuscito a raccogliere.
Di statura e gusti modesti, passerebbe inosservato se non fosse per il suo talento ciarliero. E naturalmente negli anni si è fatto una reputazione di quacchero moralista: a forza di giudicare gli altri, da lui ci si aspetta un comportamento irreprensibile e quindi… noioso.
Ma l’altro giorno mi ha raccontato qualcosa che era difficile credere e tuttavia i suoi occhi sognanti non potevamo mentire: da due giorni vedeva posteggiata all’angolo una BMW del 1978, bicilindrica motore boxer. Luccicava come nuova: impossibile non fermarsi a guardarla. Ma, mi deve credere, non sono ancora riuscito a capire di chi è. E si aspetta che io condivida il suo stupore. Io ce l’avevo la moto da giovane. Ne ho avute due. Una era italiana e l’altra tedesca. Era pesante ma era uno spettacolo da guidare.
E mentre mima la posa del motociclista io rimedio un’espressione interrogativa perché lui sia incoraggiato ad andare avanti: io e un mio amico facevamo parte di una banda e io ci legavo dietro la grancassa e andavo a suonare e mi mostra dove fissava lo strumento per il trasporto.
Insospettabile Signor Contì, un passato da centauro e il cuore che batte a ritmo di metronomo (e forse addirittura di rockandroll)! E dire che adesso potrebbe scortare a suon di grancassa tutti noi nel quartiere, narrando le nostre miserie che conosce meglio di chiunque altro.

Se ne va anche il Signor Contì e io finisco di addobbare il mio chiosco di giornali con i fiocchi di neve di lana cotta.

Supplemento.

Cette semaine on se revoit Vendredi.

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3. Lo sguardo di Laurent.

Ha atteso che il cliente prima di lei comprasse il giornale e ha permesso a una donna che si trascinava dietro un bambino urlante di passarle davanti per ritirare le riviste prenotate e acquistare le figurine.
Rimasti soli mi ha chiesto se potevo esporre la locandina di una collettiva di fotografi dilettanti. Aveva con sé un rotolo di locandine che impugnava con entrambe le mani e su cui poggiava il mento, sorridendo timidamente.
Ne ha srotolata una e me l’ha mostrata: uno scatto in bianco e nero di una donna di colore piuttosto in carne, seduta su una poltroncina di vimini dietro il suo banco di brocante, le braccia conserte appoggiate al ventre. Indossa il pantalone di una tuta, uno scialletto sulle spalle e tiene in testa una specie di kippah di lana; fra le labbra stringe una pipa. Intenta a fissare qualcosa o qualcuno alla sua destra, ignora di essere messa a fuoco dall’obiettivo fotografico di un estraneo.
La collettiva è qui vicino e io accetto volentieri di pubblicizzare l’evento. Dico alla ragazza di attaccare lei stessa il manifesto e le porgo un rotolo di adesivo. Lo prende, mi chiede dove può appenderlo e poi procede, srotolando il nastro e troncandolo con i denti, trattenendo la sua sacca indiana fra le ginocchia.

La fotografia, isolata in campo rosso scuro sotto un titolo in corsivo esercita l’attrattiva di un racconto e rimango a guardarla: indovino il trascorrere del tempo dietro il banco, dietro il passeggio dei curiosi, e aspetto di vedere del fumo uscire dalle narici della donna o filtrare dalle sue labbra.
Penso che potrei andare a vedere la mostra e intanto arriva Miguel che oggi ha un seminario in università. Gli faccio notare la locandina e mentre servo un cliente e rispondo a un altro, Miguel legge ad alta voce gli orari della galleria. Conosce la galleria e mi dice che è una sala di cui dispone una scuola dove ha seguito anni prima un corso di origami.
Origami?
Sì. Ci andavo di sera, con un’amica. Rilassante. Impari l’arte della piegatura della carta, i significati.
E intanto prende un foglio fra quelli riciclati e inizia a piegarlo come se seguisse rette già tracciate che si intersecano a dar vita al becco, al collo e infine alle ali di un cigno. Un cigno verde e blu come il logo del fornitore che in quel foglio mi comunicava che avrebbe chiuso dal 12 agosto alla fine del mese.

Alla fine della giornata lancio un’occhiata alla fotografia aspettando che Algernon finisca di fiutare la base del semaforo. Mi accorgo allora che l’immagine porta una firma e che io conosco quel nome e quel cognome. Può trattarsi certamente di omonimia ma si tratterebbe anche di una passione comune.
Laurent amava scattare fotografie già quando frequentavamo la stessa scuola. A 15 anni aveva una macchina fotografica che non gli consentiva di sperimentare ma ricordo di averlo incontrato in stazione qualche anno dopo e allora mi aveva raccontato di aver imparato come sviluppare le sue fotografie.

Appena arrivo a casa, prima di servire la cena ad Algernon – che disapprova – cerco traccia di Laurent sul web e la trovo: l’autore dell’immagine è il mio amico. Lui non aveva tecnica e non aveva mezzi e probabilmente continua a non avere in abbondanza né l’una né gli altri. Eppure il modo di guardare si è fatto se possibile più delicato, più raffinato anche. Lo ritrovo in tutte le foto che ha postato sul suo profilo: geniale, talvolta irriverente e sempre elegante.
Nulla in Laurent adolescente attraeva l’attenzione: non il suo aspetto, non i suoi risultati scolastici e nemmeno i suoi interessi. Non ne parlava se non con me, che stavo in disparte proprio come lui: lui per timidezza e io perché conoscevo bene i miei interessi ma non ero certo se mi andava di  parlarne o no. Laurent cercava sempre la mia compagnia: lo affascinavano credo i resoconti delle mie letture, che stava ad ascoltare come se gli raccontassi un film.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

1. Parentesi chiusa.

Difficile torni utile un flacone di crema protezione solare numero cinquanta. Difficile torni utile a me o a Victor che di norma rifiutiamo l’idea di esporci al sole. In ogni caso trovo un posto nell’armadio per il flacone 60 ml: un regalo non si getta e questo in particolare.
Avvolto nella carta verde della Farmacia Fratelli Gautier, stava nelle mani di Gustave, il padre di Bernard, il giorno della nostra partenza per Parigi.
La mattina in cui la nostra macchina stava in moto in mezzo al cortile della fattoria di Margot e Algernon seduto nel bagagliaio tendeva il tartufo a fiutare l’aria dal finestrino abbassato, tutta la famiglia di Bernard era presente per i saluti.
Gustave rigirava il suo pacchetto tra un callo e l’altro del palmo, le gambe allargate e ancorate a terra dagli zoccoli pesanti. Quando è stato il suo turno ha abbracciato Victor e improvvisato una battuta sulla vita inutile dei parigini e poi ha stretto anche me facendo scivolare nelle mie mani il suo elisir: così lo provi anche tu.

Gustave è un fiero contadino normanno di ottantatre anni e non si rassegna all’idea di dover seguire le prescrizioni del medico che giudica alquanto ingenue – è giovane, deve farsi.
Gustave ha le proporzioni di un armadio a due ante, basso e capiente; la natura ha cosparso le sue braccia e il petto di una folta peluria ormai canuta, ma il cranio che ama grattarsi come a racimolare i pensieri è definitivamente calvo e il vecchio gira calzando un cappellino di cotone a larga tesa su cui campeggia fluorescente il nome del suo fornitore di gasolio.

Gustave non riesce a comprendere come possano essere pericolosi quei rigonfiamenti della pelle che maturano attorno agli occhi. Gli danno fastidio ma gli da più fastidio dover correre in ospedale per farseli cavare; addirittura l’ultima volta un’infermiera lo ha attaccato con un termos che sprigionava fumo.
Di fatto la crioterapia con azoto liquido poco ha giovato. Cheratosi attiniche, epiteliomi, granulomi: parole che il dottore mette in fila sulla sua cartella clinica e pretesti per raccomandargli di evitare l’esposizione al sole.
Il cappellino di cotone a larga tesa è più che sufficiente secondo Gustave, ma ha acconsentito ad acquistare la crema protezione 50 e ha pure deciso di provarla: ne ha spalmato un po’ sulla palpebra e sul naso prima di coricarsi e si è risvegliato la mattina con la pelle liscia liscia.
Adesso la raccomanda a tutti. Ne basta poca, prima di andare a dormire.

Dono squisitissimo di una squisitissima amica.

La parentesi sulla stagione estiva può dirsi chiusa. Detesto la città senza cittadini: non odora più, tace e sopravvive a sé stessa. A Victor a metà agosto già mancavano i voli delle anatre alla foce della Senna. A me mancavano i passaggi del tram alla fermata del 54.

Torna a scorrere la solita umanità davanti al chiosco e torno a impilare giornali sugli espositori.
Torna Madame Pilot, sempre più grassa. Madame non ha mai messo in discussione il suo guardaroba che credo risalga a una giovinezza meno florida. Oggi indossava un paio di pantaloni kaki che era riuscita ad abbottonare sotto la pancia, con sforzo supremo di un unico bottone impiccato all’asola e un misero tentativo di chiusura della cerniera che lungo la salita si arrendeva a qualche centimetro dalla meta, rimanendo aperta e svelando il candore della pelle di Madame.

Madame acquista sempre le stesse cose e ha sempre gli spiccioli contati; nel caso ci sia stata una variazione di prezzo si sente in dovere di giustificare la mancanza di altro denaro: sta comprando per conto di altri e non le hanno dato abbastanza, ha scordato il portafoglio, ha preso la borsa sbagliata. Se ne va e torna più tardi con la somma giusta.
Non è una necessità la sua. Piuttosto un’abitudine. Madame Pilot non ha problemi economici, non in particolare. Ha sempre fatto la bustaia, alle dipendenze di Monsieur Armand Clobel, Confezione busti Corsetteria, rue S. nel Marais.
È curioso che la signora che cammina trattenendo il fiato per appiattire il ventre sia in grado di capire che tipo di biancheria indossiamo, che un suo sguardo frettoloso sia capace di individuare i difetti che potremmo correggere.

Inizia a scendere qualche goccia. Algernon entra nel chiosco. Si alza l’odore della pioggia.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.