Archivi categoria: chiosco di giornali a Parigi

XXVII. Le badanti sul ramo di magnolia.

Passando e vedendoli seduti al fondo dell’officina – su due sedie diverse ma vicine, silenziosi – sarebbe potuto sembrare che si rivolgesse a loro. Tuttavia era impossibile che loro potessero udire i suoi commenti.


Monsieur …? non mi ricordo il suo nome che non compare nemmeno nell’insegna del suo garage. Del resto sappiamo ben poco l’uno dell’altro se non che lui ripara le macchine e gonfia pneumatici a poche centinaia di passi dal mio chiosco di giornali. Ci salutiamo ma nessuno dei due è cliente dell’altro.
Passando l’ho trovato davanti alla saracinesca di destra, ancora abbassata. Stava a gambe larghe con i pugni piantati sui fianchi e uno straccio che pendeva da una delle tasche laterali della tuta da lavoro.
Fissava la saracinesca e scuoteva la testa: qualcuno durante la notte ne aveva fatto la tela per i suoi pruriti artistici. Era comparsa la parola NOIA, a caratteri alti e smilzi, rossi ripassati da uno spesso bordo nero.
Lui fissava lo sproposito e lanciava le sue invettive in alto. Molto in alto: al governo e al sistema che non educano al rispetto della proprietà privata. E stando sul marciapiede raccoglieva il conforto di chi percorreva quel tratto di strada; di chi aveva tempo di confortarlo: pensionati, ovviamente, e gente del quartiere che non poteva farne a meno.
Fortunatamente mentre passavo io c’era già Monsieur Pier del negozio di formaggi all’angolo che coglie volentieri questo genere di opportunità per ribadire il suo disappunto su come stanno andando le cose.
Ricordo di averlo trovato un giorno piegato sul suo registratore di cassa mentre cercava di dare un senso a una raccomandata che aveva appena ricevuto:
– perché si aspettano che sia io a dichiarare quanto devo di tasse e mi multano se non lo faccio? Se vogliono tassarmi facciano loro il prezzo.
Il suo negozio di formaggi è tra i meglio forniti del Marais. Riserva ai suoi clienti un ascolto garbato e i suoi consigli di acquisto superano di gran lunga l’aspettativa. E tuttavia lui pensa alla pensione e dice che ne saprà fare buon uso: trascorrerà il suo tempo ad avvelenare i piccioni:
– non ha idea di quanto sporchino. Anche dietro l’insegna, sul frontone, guardi qui… Ci ho messo i dissuasori ma loro se ne fregano, quei porci.

Mi dispiace per la serranda del garage però non si tratta delle solite frasi disordinate, volgari. Mi accorgo che ha suscitato un certo effetto su di me quel grido uscito da una bomboletta a spray. La consapevolezza della noia è affare preoccupante: deriva da una percezione del nulla e non può che approdare a qualcosa di vano. Sennò sarebbe ozio e non noia. È significativo che l’autore – presumibilmente un giovane – abbia avuto paura della noia. Se fosse già assuefatto non avrebbe scritto nulla. Spero non si rassegni.
Penso al tale che guidava con una mano il suo scooter di fianco alla mia auto, lungo il quai Henri IV. Ce l’ho avuto a fianco per un bel po’ e ho potuto osservarlo: con l’altra mano reggeva la sigaretta; non fumava ma gesticolava con la sigaretta tra le dita per dare un tono alla telefonata che si allungava tra un semaforo e l’altro. Se ne avesse avuto la possibilità si sarebbe tostato una fetta di pane sul cruscotto aspettando il verde.
Anche Ernest, seduto sul sedile posteriore con il muso al finestrino, deve averlo notato e deve averne tratto le sue conclusioni.
Poi ci sono le signore che al pomeriggio si fanno la foto appollaiate sul ramo della magnolia del giardinetto di rue L. Sono badanti dell’est Europa, piuttosto in carne, che si danno appuntamento alla panchina. Appoggiano le borse e le nonnine che gli hanno affidato e poi si mettono in posa a turno per la fotografia. Le vedo da qualche giorno – raggianti davanti alla bellezza di quei petali bianchi – e penso a quanto potrà reggere il ramo.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

XXIII. Il giro del mondo.

 

– Quando sono sceso era aperta e adesso che sono rientrato era aperta di nuovo. Cosa ci vuole a capire che la porta va accompagnata.
Monsieur Leval stava di vedetta. Sono capitato io e lo ha spiegato a me: con il freddo il portone di ingresso non fa battuta, non chiude bene, e quindi va spinto.
Ha ragione ma pare che siano in maggioranza coloro che escono di fretta e al rientro non vedono l’ora di raggiungere il loro appartamento.
– Ma è per l’interesse di tutti. Lasciamo la porta aperta ai ladri, lo capisce?
Ha ragione e glielo dico. A questo punto però lui ha esaurito l’argomento ma non la voglia di chiacchierare.
– Se tutti rispettassimo le regole… Mi scusi sono rigido ma mi hanno educato così.
Non posso continuare a dirgli che è nel giusto – per via delle regole che vanno rispettate – e quindi mi limito ad abbozzare un sorriso. Non posso nemmeno arrivare all’ascensore perché lui mi sta di fronte e non accenna a spostarsi per lasciare libero il passaggio.
– Mio padre era ufficiale della polizia nazionale.
Si aspetta ammirazione e io accenno rispetto. Siamo ai prodromi di un racconto e in fondo a me non spiacciono i racconti di Monsieur Leval.
– Io ho fatto il regalo più bello che potessi fare a mio padre – pausa ad effetto – lui mi ha detto tante volte Joseph tu mi hai fatto il regalo più bello della mia vita.
Si commuove un poco Monsieur Leval. Pare proprio aver scelto un argomento che gli da soddisfazione e si abbandona compiaciuto alla nostalgia trasudante come un vecchio Camambert, come l’espressione che avevo letto in una raccolta di Julian Barnes[1]  e che adesso mi torna in mente e trovo perfetta.
– Lui aveva fatto la formazione a St. Cyr Au Mont d’Or, vicino casa. Lui era di Lione. Poi era diventato ispettore di polizia vicino Parigi, a Cannes Écluse. Sa dov’è?
Mi coglie impreparato e continua:
– ha lavorato a Parigi nella polizia giudiziaria. È stato nel 12mo e in un commissariato del 14mo fino alla pensione. Poi è tornato a vivere in provincia. Ma da vecchio è tornato a Parigi per venire a trovare la mia famiglia e allora io sono andato a Cannes Écluse, ho chiesto di parlare con un responsabile e ho spiegato la faccenda: volevo portare mio padre a visitare la scuola in cui era stato negli anni Settanta.
– Per suo padre è stata una sorpresa – tocca a me enfatizzare.
– Una grande sorpresa. Lo aspettavano perché io lo avevo preceduto – ribadisce – gli hanno fatto visitare le aule e i vari dipartimenti. Lo hanno fatto sentire ancora in divisa.
– Capisco perché le diceva di aver ricevuto un grande regalo.
– Fu commovente. E loro furono molto gentili: alla fine gli consegnarono una pergamena – tira fuori il fazzoletto, bianco e piegato come appena stirato. Alza un poco l’asticella degli occhiali e appoggia per un istante la punta del fazzoletto all’angolo dell’occhio. Prima l’uno, poi l’altro e poi sistema gli occhiali sul naso e ritira il fazzoletto nella tasca del cappotto.
– Mio padre teneva quella pergamena nel salottino. Mi pare l’avesse fatta incorniciare.
– Desiderava che lei seguisse le sue orme?
– Non so. Mia madre preferiva che facessi un lavoro meno pericoloso. Era contenta di sapermi in banca.
Si sposta per lasciarmi passare:
– ha visto cosa le ho raccontato?
– ho ascoltato con piacere. Buona giornata Monsieur Leval.
– Buona giornata – poi ci ripensa e aggiunge: magari metto un biglietto attaccato al portone. Cosa ne dice?
– Può essere una buona idea.

Talvolta poche parole rivelano un’intera esistenza. Non occorre ripercorrerla per intero: è sufficiente evocarla fornendo pochi elementi. Come accade nei libri, come accade a teatro.
Qualche giorno fa un uomo con lunghi capelli grigi raccolti sulla nuca e un Moncler gonfio come portavamo tutti negli anni Ottanta ed ora solo l’omino Michelin, ha acquistato il giornale e mentre contavo la moneta per il resto ha visto i cani:
– sono segugi. Stanno bene: hanno un bel pelo.
Ho detto qualcosa su di loro. Quello che dico sempre: sono da caccia, li abbiamo presi insieme, la femmina ha molte paure.
– I canili sono pieni di cani da caccia – ha detto lui.
Ho annuito:
– sono straordinari cani da compagnia.
– È vero. Io li conosco bene i cani: se mettessi in fila tutti i cani che ho tosato in vita mia farebbero il giro del mondo. Una volta al mese andavo al rifugio di Gaillon e tosavo i cani del canile senza compenso.
Si è preso il resto e se ne è andato.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

[1] J.BARNES, Tunnel in J.BARNES, Oltremanica.

XV. Il pattume di santo Stefano.

Preferisco muovermi a sipario calato, tra gli indizi di ciò che sarà o le tracce di ciò che è stato. Non si tratta affatto di una rinuncia al frastuono della vita. Affatto. In effetti è dietro le quinte che accadono le cose più eccitanti, esplode la verità.
Così la sera della Vigilia ho diretto i passi al seguito del lampeggiante del furgone che girava in tondo per spazzare la piazzetta del mercato. A quell’ora le borse della spesa stavano già nelle cucine dove sarebbero state svuotate per preparare il cenone; in piazza restava la luce del lampeggiante che illuminava a intermittenza cassette della verdura, scarti di pesce nel ghiaccio triturato del polistirolo, mazzetti sfatti di prezzemolo, i petali legnosi dei carciofi, i mandarini ammaccati.
Il macellaio passava lo strofinaccio sul banco di lavoro e il pescivendolo innaffiava con la pompa gli scalini del suo furgone. La panettiera aggiungeva altro scotch agli angoli del foglio affisso al suo furgoncino: “guasto”.
Io camminavo in mezzo a loro, illuminato a intermittenza dal lampeggiante, ed era come se riuscissi a percepire lo sfrigolio della cipolla nelle padelle, lo sfumare del vino, l’arrugginire della sfoglia nel forno.
Una volta a casa ho messo in tavola i vecchi piatti bordati di filo dorato e ho cercato i tovaglioli rossi, quelli che vanno lavati da soli perché stingono. Intanto Victor stava probabilmente adagiando una quenelle ai funghi porcini nella vaschetta mentre l’ultimo cliente del negozio osservava i suoi gesti.
Quando sono sceso in cantina per prendere l’acqua la famiglia Bonnet stava sul portone. In partenza: la figlia reggeva le borse con i pacchetti, al figlio le bottiglie e la madre con una teglia oscurata dalla carta stagnola. Madame Bonnet si è avvicinata per baciarmi e il figlio ha chiamato l’ascensore per me. Le cose stanno cambiando: all’inizio stavano sulle loro e il ragazzo era un adolescente, sfuggiva ai saluti e respingeva il genere umano di cui ora deve essersi reso conto di far parte.
Dall’ascensore è uscito Monsieur Leval che, prima di qualsiasi altra cosa, mi ha detto:
– cos’è quello? – rizzando l’indice contro le mie sei bottiglie.
– acqua.
– quanto sodio ha?
Inizio a sentirmi in colpa quando mi interroga e non so rispondere. Mi ha detto che il medico è stato categorico: 1,3.

Al pari dell’albero con il vecchio filo di luci fisse, il cassonetto del 26 è qualcosa che mi aspetto di trovare esattamente uguale ogni anno. Non è Natale, o meglio non è stato Natale se il giorno dopo non sbordano dai cassonetti la carta da pacco e le confezioni di cartone. E quelle che mi commuovono sono sempre le scatole che hanno contenuto i giocattoli.
Dunque tutto secondo il copione anche questa volta e oggi si rappresenta l’ultimo dell’anno e di nuovo sto come un direttore di scena a osservare: i fondali, le luci, le entrate e le uscite degli attori.
Servo un cliente mentre sfreccia sul marciapiede un ragazzo che non vedevo da un po’. Guida una bike sharing arancione; sorrido: certamente rubata. È un ladro di quartiere, denunciato e poi tollerato da tutti perché non fa gran danno.
È piccolo e magro ma veste abbondante; ha il naso aquilino e pupille di pece diffidenti come quelle di un cane randagio: biglie senza iride. Probabilmente si starà augurando grosse refurtive per l’anno a venire.
– Paris Match per favore. E Le Point.
– Ecco: a lei. Buon anno.
– Grazie. Buon anno.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

X. Bioorgoglio e biopregiudizio.

La boutique jaune. Paris. Gastronomie yiddish.

Forse l’ho appeso storto ma tanto in settimana lo sposto perché sul vetro ci piazzo le renne: la consueta mandria di renne di panno rosso in transumanza tra Natale e Capodanno.
Nora si è raccomandata che lo rendessi visibile alla clientela e comunque è rimasta all’edicola finché non mi ha visto uscire con il nastro adesivo.
– lo metti sull’espositore?
– perché? Non ti va? In alto: si legge bene.
– ma si confonde con le copertine delle riviste.
Allora lo sposto. Ha l’aria di un trafiletto commemorativo: questa volta Nora celebra pubblicamente il lutto per l’ultimo amore finito.
Quando è triste fa la maglia e adesso organizza sei pomeriggi nella sua erboristeria: un salotto di signore sferruzzanti a cui lei dispenserà consigli e decotti. Sul volantino su fondo verdemela un gomitolo rosso è alloggiato nel filtro di una tisaniera. I ferri sono sul piattino:
– bello, lo hai pensato tu?
– davvero ti piace? Ne ho fatto tre versioni. Nelle altre due i ferri erano infilati nella lana ma così sono più composti.
– sembrano posate. Mi piace – e guardo ancora l’insieme prima di fissare un angolo con il nastro adesivo.
Nora sembra soddisfatta; prende gli altri volantini e continua con la distribuzione nei negozi del quartiere. Ringrazia e dice qualcosa a testa bassa abbottonandosi il cappotto, trequarti verde mela come il volantino.
– Non ho capito niente.
– Ho detto che dovresti venirci anche tu. Così te lo faresti da solo il maglione di Charlie Brown.
In effetti è da qualche tempo che penso quanto farebbe piacere a Victor trovare sotto l’albero la maglia del bambino che non riesce a calciare il suo pallone da football. È stato lui a insegnarmi a fare affidamento sulla poesia di Charles Schulz.
– Quel cappotto ti sta benissimo – è vero, le sta molto bene.
– Sei il mio angelo. Ciao chèri.
Forse questa volta le passerà prima. Lei stessa ha ammesso di essersi annoiata con quel tale.
Bene! Finalmente è finita. Avevo esaurito i buoni propositi e faticavo a sopportarne la compagnia. Fisicamente non era il genere di uomo che lei trova attraente e ricordo che quando glielo dissi mi rispose che probabilmente stava traghettando verso una maturità più consapevole.
Inizialmente pareva simpatico e molto ospitale. Victor è riuscito a svicolare in un paio di occasioni in cui io sono stato invitato a casa sua per una cena e per un tè. Sembrava ansioso di conquistarsi gli amici di Nora ma l’impressione che ho avuto più tardi è stata di una persona che voleva ottenere il consenso di lei per diventare il suo interlocutore esclusivo.
Un aspetto del suo comportamento in particolare mi ha permesso di riflettere sulla piega che stanno prendendo i consumi alimentari, giungendo alla necessità di operare una scelta: disorientamento o divertimento.
Ho optato per la seconda soluzione e quindi sto a guardare divertito coloro che fanno la spesabio solo dove sono certi di spendere di più e poi te la offrono non per dovere/piacere di ospitalità ma unicamente per mostrarti la loro abilità di acquisto.
Non credo che Nora se ne rendesse conto, ma io dopo meno di un’ora avevo deciso che non avrei ricambiato l’invito. Tanto non sarei stato all’altezza: motivo per cui mi sentivo autorizzato a non darmi pena per lui.
Ricordo che sedendo al tavolo apparecchiato dalla nonna di Victor provavo a indovinare cosa avrebbero afferrato nel forno le mani che avevo visto impugnare le presine. Non avevo altri pensieri. Pregustavo il piacere di mangiare qualcosa che era stato cucinato per me: io sapevo che lei aveva fatto del suo meglio e dal canto suo lei non aveva conservato la lista della spesa per provarmi quanto le era costato.
Sono felice di non dover più fingere cortesia di fronte alla vanità del bioamante di Nora che prima di servirmi la porzione si compiaceva di illustrare la materia prima e documentarla. Potevo dimostrarmi impreparato ed era gradita la mia ammirazione; ogni opinione contraria invece veniva accolta con ironia.
Mentre il cibo si raffreddava pensavo che se mi avesse dato un questionario da compilare non avrei avuto la penna.

In ogni caso le informazioni sulla qualità del cibo ciascuno le attinge dove crede e si nutre di conseguenza. Proprio l’altro ieri Monsieur Leval mi ha trattenuto davanti all’ascensore per illuminarmi sulle proprietà dei semi di zucca.
– Lei deve far seccare il seme e poi utilizza il contenuto.
Credo avrebbe portato con sé qualche slide se avesse saputo di incontrarmi. Comunque ha ovviato mimando l’operazione:
– lo mette in un cucchiaio e lo prende con l’acqua. Fanno benissimo.
Mi ha dato dosaggio e tempi di somministrazione – anche tre volte il dì – e poi ha rivelato la fonte:
– me lo ha detto il taxista – e ha ammiccato – quelli sanno tutto.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.