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46. La pallina da golf.

– Qual è la vita media di un lenzuolo? – Victor analizza controluce un lato del lenzuolo lacerato dall’affondo della zampa di Ernest: – ma non si può riparare?
– ormai è liso tutto intorno. Ci vedi attraverso.
– ma ci sono parti ancora buone – Non so da cosa gli derivi un intermittente spirito di conservazione che gli impone di tentare il tutto prima di separarsi da certi oggetti.
Avanzo una giustificazione ragionevole:
– è naturale che un lenzuolo non si consumi in ogni sua parte. Se non fosse già ridotto male lo strappo non si sarebbe allargato tanto… non puoi continuare a portare una camicia che ha collo e polsini sciupati solo perché il taschino è come quando l’hai acquistata.
Prendo io il lenzuolo: prima viene sottratto alla vista e prima Victor trova un altro argomento di conversazione.

Comunque ci risiamo: il cielo di Parigi si è tinto di un azzurro carico di luce che francamente con Parigi non ha nulla a che fare. Tocca aspettare che torni l’autunno; lo farei chiuso in uno sgabuzzino se solo potessi.
Madame Poulain dev’essere rientrata dal suo soggiorno al mare. Il profumo di sugo che sento salendo le scale può provenire solo dalla sua cucina: l’aroma dei soffritti, il profumo del pomodoro, i vapori degli stufati cotti a lungo.
Sono entrato in casa in tempo per rispondere al telefono: Margot ci ha invitato a trascorrere qualche giorno a casa loro, nella campagna di La Haye-Aubrée.
Non manca mai di farlo, con squisita gentilezza. Ha pure annunciato una ghiotta novità: il fienile della fattoria è stato trasformato in un bilocale e adesso compare fra le gîtes de France in affitto nel parco delle anse della Senna normanna:
– abbiamo pensato che poteva essere una risorsa in più per le ragazze.
– allora lo prenotiamo noi.
– no, voi dovete stare con la famiglia… abbiamo anche un sito nostro; lo ha fatto David, il figlio di Pascal.
Victor se lo ricorda David, lo ha visto crescere.
– ormai è un uomo. Alleva maiali e costruisce siti internet.
– …?
– per lavoro. Alleva maiali e costruisce siti internet. Tutti quelli che ne avevano bisogno qui intorno si sono affidati a lui – Margot ribadisce il concetto e io mi abituo all’idea.

Ieri ho visto Jerome. Abbiamo mangiato un panino da André. L’ho visto incuriosito dalla combinazione degli ingredienti proposti da André; ha scelto subito una salsiccia e poi è rimasto a lungo davanti al menu delle verdure. Non c’erano altri clienti e André ha intuito la situazione: fare una scelta in un elenco di voci significa per Jerome compiere uno sforzo per organizzare nella propria mente quelle voci dando loro un senso.
Ha avuto tutto il tempo di farlo. Quando ha ordinato il suo panino ha cercato di cogliere nello sguardo di André un cenno di approvazione.
– anch’io ci metto sempre i funghi con la salsiccia. Ottima scelta Monsieur!
Jerome ha sorriso e conoscendolo sono certo che ha apprezzato la delicatezza di André che ha dissolto l’imbarazzo del mio vecchio amico. Perché Jerome si rende conto della sua fragilità: talvolta si arrabbia, più spesso – purtroppo – si lascia vincere dalla malinconia.
Ci siamo seduti al tavolo e abbiamo chiacchierato a lungo, anche dopo aver terminato il nostro pranzo. André è uscito dal furgoncino per fumarsi una sigaretta e passandoci accanto ci ha sorriso:
– tutto bene Messieurs?
Quando ho chiesto a Jerome che cosa avesse voglia di fare mi ha risposto senza esitazione:
– mi piacerebbe andare lungo la Senna per guardare la gente che passa.
Io sono rimasto in silenzio e lui è stato più preciso:
– mi piace vedere quelli che corrono.  Sai, quelli che fanno jogging – e ha mimato l’oscillazione delle braccia durante la corsa, ridendo – è una cosa che non ho mai fatto. Non ho mai avuto il fiato. Ma mi sarebbe piaciuto perché dà un senso di libertà. Di energia.
Ci siamo incamminati lungo il fiume.
– sai che porto i cani lungo il fiume, a Ivry? Percorriamo un sentiero lungo un campo da golf e l’altro giorno ho trovato una pallina volata oltre la rete. Me la sono presa. Non ho mai avuto una pallina da golf.

 

Je vous souhaite un bel été. Merci.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi en automne.

 

44. Angoli bui sulla coscienza.

Per quanto tempo possa rimanere fermo a fissarla non credo la situazione possa cambiare. È una bolletta e va pagata. Come ho fatto a dimenticare che tra le uscite del mese c’era anche lei?
Il mese di giugno è iniziato con un bonifico e continuo a depennare pagamenti le cui scadenze avanzano intimidatorie. Un mese di fuoriuscite di denaro – il mio – giustificate dai più nobili fini – forniture, tasse, affitti – e tuttavia dolorose. Non vedo la fine; siamo all’esondazione e io sto al parapetto a guardare il flusso montare, ingestibile.
In verità sto su uno sgabello e lavoro sull’asse da stiro perché la scrivania è occupata dalle copie del catalogo di fotografie a tema culinario che presenteranno giovedì sera nel negozio di Victor.
Rifaccio i conti ancora una volta e poi vado a mangiare un pomodoro. Vorrei rimediare le risorse necessarie all’acquisto di un paio di scarpe che ho visto – un tarlo femminile che la mia natura manifesta prepotentemente – ma temo di dove rinunciare. Solennizzerò la privazione spargendo origano su ogni fetta di pomodoro e rispettiva ranella di uovo sodo.

Giro per casa a piedi nudi e quando cerco i mocassini per scendere in cortile devo strisciare sotto il letto per recuperare la scarpa sinistra che Ernest ha spinto contro la parete. Lui rimane ai piedi del letto e segue ogni mia mossa. Quando riemergo si mette a scodinzolare. Gwendolen apre gli occhi e lo interroga con uno sguardo opaco di sonno e di un filo di muco teso tra la palpebra inferiore e quella superiore.
Mi chino su di lei e le pulisco l’occhio; è una secrezione densa e collosa che aderisce facilmente al lembo di fazzoletto che le avvicino e di cui non mostra paura. Il suo pelo odora di timo e di santoreggia. Comunque qualcosa di simile a un’erba aromatica; ha trattenuto il profumo dell’erba alta in cui ha corso stamattina. Deludo Ernest che mi invita al gioco preferendogli il sacco dell’immondizia.

Avrei dovuto trattenermi ancora un poco con lui. Avrei scampato Monsieur Leval che sulla porta che conduce alle cantine colava perle di saggezza nello sguardo attento di Madame Mercier.
Non ci avevo mai pensato: l’insicura indole di Madame potrebbe subire il fascino dalla sicurezza che sfodera sempre il nostro consigliere di scala.
Comunque sono stato convocato anch’io e non mi sono potuto sottrarre:
– buongiorno Monsieur Leval. Madame Mercier la vedo con piacere.
– buongiorno Monsieur Chevalier – ha risposto lei volgendosi per un attimo verso di me e tornando subito dopo a guardare Monsieur Leval, nel caso avesse altro da aggiungere.
– ha visto quanto è sporco il corridoio delle cantine?- ha chiesto lui.
Effettivamente non brilla.
– Non lo puliscono mai. Sono stato dall’amministratore e ho letto il regolamento: devono pulire una volta al mese.
– …
– Io butto apposta la carta delle caramelle per vedere se scendono qui sotto. Loro raccolgono la carta ma non scopano il corridoio. Raccolgono solo la carta capisce?
Se avessi continuato a tacere gli avrei dato un dispiacere troppo grande:
– temo che lei abbia ragione. Noi abbiamo ripulito la nostra cantina il mese scorso e abbiamo passato la scopa anche fuori ed effettivamente il pavimento ne aveva bisogno.
Madame annuiva con il capo, seria. Teneva le braccia incrociate in segno di attesa, di ascolto. Leval era evidentemente soddisfatto di sapermi solidale.
Ha abbassato un poco la voce per metterci a parte della sua strategia:
– adesso ho seminato negli angoli bui delle pietruzze e voglio vedere se spariscono. La loro scopa non arriverà mai laggiù e io avrò le prove.
L’ho trovato di un’astuzia machiavellica e ho letto dell’ammirazione negli occhi di Madame.
Ho mostrato il mio sacchetto prima di allontanarmi ma la voce di Monsieur Leval mi ha raggiunto mentre uscivo nel cortile:
– senta. Volevo dirle che i condomini hanno deciso di nominare mio supplente il suo amico, Monsieur Laurent. Non c’era all’ultima assemblea ma tutti erano d’accordo nel ritenerlo il più adatto.
– ah, bene. Glielo dirò.
– è tra quanti vivono qua dentro da più tempo. Poi comunque ci sono io.
Mostrava un’aria indulgente Monsieur Leval, di chi concede un’onorificenza e sa per certo che colui che ne è stato investito ne trarrà soddisfazione. Però da uomo munifico ma schivo non voleva dimostrazioni di gratitudine.

L’idea di risalire in casa e telefonare a Victor per dirgli che era stato eletto viceconsigliere – viceMonsieurLeval – mi ha distratto dai crucci dei conti e delle spese. Un piacere inaspettato, un po’ di leggerezza, come quando il protagonista di un musical interrompe il corso della sua storia disgraziata e si mette a ballare, fiducioso. La storia finisce sempre bene.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

27. Quarantotto ore.

Quando Nureyev ha paura comincia a battere a terra la zampa posteriore e accelera rapidamente il movimento per scaricare la tensione. Il coniglio di Jerome conosce bene la vicina di pianerottolo, Madame Colette, ma quando lo abbiamo portato da lei e insieme a lui abbiamo traslocato la sua cassetta e la coperta arancione – quella che sfilaccia un poco ogni sera dopo aver mangiato il suo gambo di sedano – ha compreso che non si trattava di una visita di cortesia e non ha nascosto il suo disappunto.
Poverino, ha continuato ad agitarsi per tutta la mattina. Ha trovato un po’ di pace nella cesta dei gomitoli… crede che possa farsi del male con i ferri da maglia?
Madame si è subito resa disponibile a tenere con sé Nureyev in assenza di Jerome. È a lei che Jerome ha chiesto aiuto quattro giorni fa ed è lei che gli ha tenuto compagnia in attesa dell’ambulanza.
Lo hanno portato via in piena notte e Madame ha pensato che gli avrebbe fatto piacere avere i suoi amici accanto. Ha scorso la rubrica nel telefonino di Jerome e ha inoltrato la chiamata:
Signor Victor? Madame Colette tradiva l’imbarazzo che aveva deciso di vincere per il bene del caro Monsieur Jerome. Insomma si scusava per l’ora, per aver violato il telefono altrui, per non essere salita sull’ambulanza.
Ha fatto benissimo. Andiamo noi. Grazie… no, ha fatto benissimo.
La voce di Victor si è fatta subito seria; lui si è seduto sul letto e ha meccanicamente racimolato calzini e jeans mentre congedava Madame Colette.
Jerome ha avuto un ictus. Lo hanno portato in ospedale.
Jerome? Ma cosa ti ha detto, ha perso conoscenza, è grave? Ho formulato qualche domanda inutile mentre mi legavo le scarpe. In macchina non abbiamo più detto nulla: avevamo solo una gran voglia di vederlo.

Lo abbiamo intravisto cinque ore più tardi. Un attacco ischemico ha calcato sul volto di Jerome un ghigno obliquo che non ha nulla a che vedere con il suo spirito quieto e accogliente. Il suo braccio sinistro è piegato, accartocciato su sé stesso, e la mano è rimasta chiusa in un pugno impotente, la punta delle dita che preme sul palmo.
Mi accorgo solo ora che la sua discrezione ha custodito il segreto di un’esistenza che ignoro. Non gli avremmo mai chiesto di parlarcene, è ovvio, ma l’idea di fare a meno della sua presenza nella nostra vita ci ha fatto riflettere sulla sua.
Jerome ha compiuto ottantadue anni lo scorso novembre ed è uno degli uomini più amabili che conosca. Negli anni della sua giovinezza è stato costretto a tacere la sua omosessualità contro la codardìa di chi non mancava certo di epiteti sguaiati, mortificanti, per marchiare definitivamente un individuo. Più tardi non ha imparato a contestare tanto pudore però è il sostenitore più combattivo delle follie di Coco e osserva compiaciuto anche me e Victor. Jerome non è capace di nutrire invidia; semplicemente è felice quando ci vede insieme, liberamente insieme.
Non ha mai fatto cenno a un legame particolare che abbia solcato profondamente il suo grande cuore, ma sarebbe davvero un peccato se un uomo come lui non avesse incontrato un’anima capace di fondersi con la sua. Completamente. Lungamente. Impudemente.
E adesso ha dovuto lasciare il suo appartamento e il coniglio che lo segue di stanza in stanza: un distacco crudele di cui soffriranno entrambi.

Passate le prime 48 ore la vita di Jerome è stata dichiarata fuori pericolo. Victor si è fermato con lui e io gli ho promesso che sarei tornato presto con pigiama, pantofole e rasoio.
Mi sono chinato su di lui per posare un bacio sulle sue grosse guance flaccide: è passata Jerome.
Lui ha sorriso, paziente, e ha alzato la mano sino a toccare il mio volto. Ho sentito il calore e il peso di quella mano rimasta a lungo immobile.

Nel suo appartamento ho radunato in breve il necessario e poi ho suonato il campanello di Madame Colette, per darle notizie e chiedere se le servisse nulla nella convivenza con Nureyev.
Madame è comparsa sulla soglia con una ciocca di capelli sugli occhi e il resto della frangia  fissata a due grossi bigodi gialli e rossi. Stava ridendo:
mi sono appena sfilata un bigodo che è finito sotto il divano e mentre cercavo di raccoglierlo ho visto due occhi neri… Almeno è uscito dalla cesta…
Mi sono offerto di recuperarle l’aggeggio arriccia capelli, ma Madame ha deciso di sacrificarlo per buona pace del coniglio:
sembra divertirsi… tanto ne ho altri. Li metto per rendere più vaporosa la frangia…
Madame è davvero gentile ma io me ne vado pensando a Jerome e al suo conglio. Allora mi sale un pianto malinconico rievocando la mia vita con Algernon.
Non concepisco la  vita di un uomo senza un cane al fianco. La nostra casa senza un cane. Ho letto la raccomandazione di un architetto paesaggista a proposito della necessità di spostare regolarmente il proprio angolo di visuale per guardare lo stesso giardino in modo sempre diverso. Ecco, vivere con un cane significa trascinare continuamente la sedia da un angolo all’altro.

In ospedale Victor cerca il rasoio nella borsa che ho appoggiato sul tavolo: vanità di una vecchia checca: ecco qui il tuo rasoio. Poi con premura prepara Jerome per la rasatura e il nostro amico mostra sollievo, il pelo duro lo solletica. L’irriverenza di Victor, il sarcasmo – che in questo momento deve costargli caro – ci fanno sentire uniti e ci convincono che andrà tutto per il meglio.

La sera tornando a casa mi cade l’occhio su un avviso stampato su foglio A4 nella bacheca dell’entrata nel palazzo.  Monsieur Leval ha corretto l’ultima frase – forse un indirizzo – e poi ha ribadito la necessità di rispettare la regola n.5:  il sacco della plastica va esposto  il martedì sera: Ricordare. Non prima che puzza.
Disponiamo di un consigliere di scala che corregge con la biro blu i comunicati stampati in inchiostro nero. Meraviglioso.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

9. Atto unico.

Interno del palazzo.
Personaggi: i condomini (e un cane).

Rincasavo in compagnia di Algernon e lui ha deciso di salire le scale. Non lo faceva da tempo immemorabile e comunque non ha mai amato salire gli scalini di marmo, fidarsi di una superficie lucida e scivolosa, un cimento di cui non credo abbia mai giustificato la necessità. Ho sentito che Madame Poulain – che le scale le stava scendendo – si rivolgeva a lui come si sarebbe rivolta a un altro abitante del palazzo; Algernon è un inquilino storico dello stabile, conosciuto dal piano terra agli interni 13 e 14, le mansarde.
Buongiorno cagnone. Come va? Di  ritorno dalla passeggiata?
Ho sorriso compiaciuto e mentre prelevavo la posta e mi accingevo a seguirlo, Madame Mercier ha attirato la mia attenzione:
Monsieur Sébastien posso parlarle un momento?
Madame stava richiudendo la porta che conduce al cortile. Tempo di recuperare il secchio della spazzatura e salire cinque scomodi scalini, mi è stata accanto:
Non so fino a quando riuscirò a scendere di qui. Gli scalini sono alti e se non mi tengo al corrimano rischio di cadere. Poi ha ripreso fiato e ha accennato un sorriso. Voleva informarmi che un giovane alto e magro che stava davanti all’entrata le aveva chiesto di Victor. Le aveva detto di chiamarsi Honor no Hugo, ecco Hugo e di essere un amico di Victor cui doveva restituire i libri che teneva in borsa.
Non ho creduto per un attimo che Madame lo avesse invitato a entrare o che si fosse offerta in nostra assenza di ritirare i volumi:
I libri li aveva, me li ha mostrati. Ma io non me la sono sentita di prenderli.
Ha fatto benissimo, Madame. E poi non ricordo nessun amico di nome Hugo. Se necessario si farà sentire.
Quando le ho chiesto quando era capitato l’episodio mi ha detto che l’incontro risaliva a circa due settimane prima. Ho trovato talmente imprevista la sua risposta che non ho saputo cosa ribattere. Naturalmente Madame Mercier si aspettava il mio ringraziamento per tanta premura e io ho ringraziato. Mi sono avviato mentre lei non sprecava l’occasione per ribadire quanto poco prudente sia lasciare il portone di ingresso aperto o comunque permettere a chiunque di entrare nel palazzo.
Quando ho raccontato a Victor il nostro scambio di battute – ti rendi conto? Più di quindici giorni per dirmelo! – Victor non si è mostrato per nulla sorpreso: per una che vive in un bunker non ci trovo nulla di strano.
Certamente lo scambio di battute con lo sconosciuto deve aver turbato non poco Madame Mercier, che ho descritto altrove come una donnina di innato fascino e innata paura, o forse ha movimentato un poco le sue giornate, legittimando peraltro i suoi timori in merito ai delinquenti in libera circolazione.
Quanto a Madame Bonnet, ultima arrivata nel palazzo, devo trovare il modo di spiegarle che duro fatica a darle del tu. Uso il lei perché mi è stato insegnato che era educato fare così, perché è giusto mantenere un rispettosissimo cordiale distacco – specie tra condomini che prima o poi si azzufferanno sul colore dello zerbino nell’entrata – e infine perché mi pare ridicolo fingere una familiarità informale con qualcuno che conosciamo appena e vediamo in media quattro volte al mese. I nostri orari sono molto diversi e le occasioni di incontro poche ma sono davvero in imbarazzo quando mi devo rivolgere a lei. Forse è anche più giovane di me. Anzi, lo è certamente.
Ricorro al salve che ho sempre creduto fosse un saluto insignificante. Sto sul neutro e spero capisca.             

A proposito. Ho rubato una frase per strada durante l’uscita per l’acquisto del sale della lavastoviglie. Giuro di farne regolare uso solo per quietare la pedanteria di Victor, ma stavolta ne ha personalmente constatato l’assenza ed è andato su tutte le furie: dillo che manca e lo compro io ma dillo. La manutenzione è importante, con l’acqua dura che ci ritroviamo.
Passando davanti al salone di parrucchiera per signora al 28 di rue Gérard ho udito la proprietaria – appoggiata alla soglia a fumarsi una sigaretta – salutare un’amica che veniva dalla direzione opposta alla mia. Una volta vicine hanno soffocato il reciproco giubilo in un abbraccio che non le ha avvicinate veramente perché entrambe hanno cercato di mantenere comunque le distanze.
Come stai?
Stanca.
Si vede dal nasino, cara.
Trionfo di ipocrisia femminile: ne ho goduto sino all’arrivo a casa, circa cinquanta metri più in là. Avevo sempre creduto che il naso potesse essere vittima solo di un brutto raffreddore e reggesse bene alla stanchezza. La signora ha trovato il modo di ammettere e semmai evidenziare lo sfacelo fisico dell’altra fingendo che fosse appena intuibile da un dettaglio trascurabile. Maligna ai limiti della perversione. La perfidia umana non cessa di stupirmi raggiungendo vette sublimi. Dovevo scriverne.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.