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XXVI. Si prega di.

Alla fine Monsieur Leval il biglietto sul portone l’ha messo davvero. A lui piace avere pretesti per seminare avvisi di questo tipo nel palazzo: ricordare di spegnere la luce nel corridoio delle cantine, di portare in strada il sacco dell’umido il martedì sera, di assicurarsi che la porta d’entrata sia ben chiusa.
Redige personalmente i suoi memento, in bella grafia, parte in corsivo e parte in stampatello senza una ragione precisa: il nocciolo della questione, la parola chiave non è quella che evidenzia in maiuscolo. Non in un primo momento almeno, perché Leval torna sui suoi avvisi in tempi differenti per sottolineare con biro di altro colore i passaggi determinanti o integrare il messaggio per chiarire meglio la necessità.
Faccio avanti e indietro dalla cantina con alcuni oggetti trovati in fondo all’armadio dove stanno pentole e piatti di uso quotidiano. Trovarli come si rintraccia qualcosa che non si credeva di avere, su cui ormai non si contava più, è già di per sé una buona giustificazione per disfarsene definitivamente.
Ci sono oggetti che terremo per tutta la vita e altri che a un certo punto ci appaiono estranei. Precipitano nell’anonimato da cui li aveva tratti un episodio che credevamo diventasse un ricordo. Tuttavia non tutti gli episodi della nostra vita hanno la prestanza per diventare un ricordo.
Ho riportato alla luce una zuccheriera di famiglia: un recipiente di peltro dal coperchio a imbuto; in punta una pigna semischiusa e ai lati due manici sottili terminanti in due teste equine piegate in avanti.
Obiettivamente credo che non ce ne serviremo più. Proviene da un servizio da caffè con ambizioni liberty degli anni Settanta: il che sigla la sua condanna al repertorio kitsch più che un’entrata nel territorio del vintage. Le cose vecchie che mettiamo in tavola sono altre: di porcellana sbeccata e un poco scolorita ma quietamente ordinaria.
Prendo l’ultimo scatolone e apro la porta:
– aspetta qui Ernest. Noi usciamo dopo.
Il cane si convince senza mostrare di aver capito veramente le ragioni del mio rifiuto. Arriva anche Gwendolen e insieme stanno a guardare mentre sguscio fuori e mi tiro la porta alle spalle.
Al piano terreno incrocio Madame Poulain che mi chiede se ho già visto l’avviso di Leval. Sorride ma ammette la prudenza di chiudere il portone:
– è importante per tutti e ci vuole davvero poco: basta spingerlo – poi non regge al pettegolezzo e abbassa la voce:
– dovrebbe fare più attenzione a sua moglie: quando esce lei lascia spesso il portone spalancato!
La sera tocca a Victor fare dell’ironia sulla burocratica coscienza del nostro consigliere di scala:
– hai visto? Io sono esonerato.
– ?
– Ha scritto: gli inquilini del palazzo sono pregati di assicurarsi che il portone sia chiuso. Io sono proprietario.

Monsieur Leval fa di tutto per attirarsi l’ironia di molti dei suoi vicini ma ho riflettuto su una cosa: Leval è un vecchio e i vecchi hanno cura del senso civico di cui gli altri si disinteressano. Hanno il tempo per farlo, ma non è solo questo. Ricordo che l’unico abitante del palazzo che si preoccupava di cancellare i segni sul muro nell’androne e lungo la scala che conduce al cortile era l’anziano Monsieur Picard, operaio meccanico e sarto a domicilio per le piccole riparazioni.
Dopo di lui nessuno ha pensato di mantenere pulite le pareti: alla fine della prima rampa di scale c’è ancora il segno del passaggio della bara di Monsieur Picard, lo scarabocchio di un angolo della cassa mentre quelli delle Pompe funebri Bon repos manovravano in curva.

F.Quint, In(di)visibles.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXI. Inventario.

31, Rue Simonet – Paris 13

Il giovane Aumont abita nell’appartamento che è stato del nonno. Lo si vede rientrare tardi la sera e il sabato pomeriggio salire le scale con la sua ragazza per mano. Vanno a chiudersi in casa e a Sébastien piace incrociarli e sentire le loro risa salire di piano in piano: sono loro adesso la coppia più giovane nel palazzo.

Madame Poulain. Vedova di Monsieur Poulain, Madame conserva due cose della vita coniugale: il figlio e il gatto. Monsieur Poulain era orologiaio, cantava in un coro e ha continuato a credere per anni nell’amicizia maschile tra i suoi vicini piuttosto che rassegnarsi a condividere il pianerottolo con una coppia gay.  Madame Poulain spolvera la foto del marito accanto alla bomboniera di Limoges e finalmente sorride. Adesso si perde volentieri in chiacchiere e compare sulla soglia quando sente i cani di Sébastien di ritorno dalla passeggiata.

I Bonnet. La giovane Madame Bonnet e i suoi tre figli. Ultima ad essere entrata nella citofoniera di palazzo, la vita da divorziata di Madame Bonnet è monitorata con disapprovazione da Monsieur Leval che la sospetta di relazioni immorali di cui probabilmente sente egli stesso la mancanza.

Madame Mercier. Arriva in punta di piedi allo spioncino da cui sorveglia il resto dell’umanità di cui diffida. È ancora molto bella; di poche parole ma gentile. Tiene la televisione spenta e ascolta la musica lirica alla radio.

Monsieur Leval. Impiegato della Société Générale in pensione, consigliere di palazzo auto eletto. Maschera la sua propensione al pettegolezzo fingendo un responsabile interesse per tutto quando possa pregiudicare una quieta vita condominiale. Pedante ma fondamentalmente per bene.

Gli amici di Sébastien e Victor.

 

Coco.

All’anagrafe César, Coco veste da donna da quando aveva tredici anni e sognava di diventare una bluebelle. Commessa in un’esclusiva pelletteria di rue Marceau, veste Chanel  fripe  e nessuno conosce la sua età esatta.
È incapace di cucinare, incline a trasporti passeggeri e ha una risata imbarazzante. Tuttavia è  autenticamente impossibile fare a meno della sua rara umanità una volta conosciuta.

 

 

Jerome.

Una vecchia checca di squisita gentilezza, riservatezza garbata e fine gusto sartoriale. Vive con un coniglio, Nureyev, e con le conseguenze di un attacco ischemico.

 

 

 

 

Sara e Daniel  sopravvivono con alterna fortuna alle numerose attività in cui sono coinvolti i loro quattro figli: Marie, Louis, Amandine e il piccolo Gilbert.
Rose, la mamma di Daniel, abita in Alvernia e non ha nessuna intenzione di trasferirsi a Parigi – non posso: qui ho il mio giardino. Una sua visita significa un invito a cena per mangiare il suo aligot.

  Nora. Deve il suo nome alla madre, danese e lettrice di Ibsen. Ha un’erboristeria, due bassotti e cucina i biscotti con la cannella ogni Natale. Riprende a fare la maglia ogni volta che una delle sue imprudenti storie d’amore finisce.

VI. Un carattere di carta.

Street art. Mimi The Clown
Brutta copia di Paris. Le Marais

In qualche modo ho realizzato un sogno. Ho vissuto un giorno da portinaia.
Ho sempre guardato con interesse al lavoro della portinaia, anche prima che Muriel Barbery mostrasse i reali orizzonti della vita apparentemente monotona e insignificante di Madame Michel, Renée.
La portinaia è l’incarnazione del palazzo: si crede sia sempre nella sua stanza e spetta a lei filtrare ciò che viene da fuori ad uso degli abitanti del palazzo.
Le cattive abitudini degli inquilini inciampano senza scampo nel suo zerbino e quindi lei conosce aspetti della vita di ognuno che sarebbe meglio non andassero oltre la citofoniera condominiale.
In verità crede di conoscere tutti ma tutti evitano di approfondire la conoscenza. E del resto tutti credono di averla inquadrata fra buca delle lettere e cortile.
Non posso passare davanti allo sportello della portineria senza lavorare di immaginazione. Anche quando non conosco nessuno e tanto meno la portinaia. Anche quando la portineria è vuota, come accade in molti palazzi che rinunciano al servizio.

Oggi hanno sostituito i citofoni nel nostro stabile, come annunciato nell’avviso affisso nell’entrata sabato mattina.
Sabato pomeriggio ottenevo già il primo ingaggio come vicino di fiducia a cui affidare le chiavi in caso di assenza.
È stata Madame Bonnet a chiedermi se avessimo potuto, io o Victor, badare al suo appartamento durante la sostituzione.
Poi è stata la volta della signora del piano terra, la minuta Madame Mercier. Ha accampato una scusa ed è riuscita a fare in modo che in vece sua ci fossi io a vegliare sull’onestà del tecnico elettricista che avrebbe violato la soglia di casa.
Infine sul nostro pianerottolo mi è stato chiesto di rimediare all’assenza di Madame Poulain. L’ho cercata al telefono e lei mi ha candidamente ricordato che una copia della sua chiave era in nostro possesso: la usassi pure.
Non ricordavo nemmeno di averla, ma effettivamente i signori Poulain ci avevano chiesto di custodirla per le emergenze.
Quindi ho trascorso la mattinata entrando in casa altrui e, dopo aver appurato che l’installazione nel muro del nuovo apparecchio procurava qualche calcinaccio, l’ho fatto armato di scopa e paletta per rimediare ai danni maggiori.
Per la prima volta mi sono sentito ufficialmente investito di un certo qual ruolo di rappresentanza: mazzi di chiave in pugno ho salito e sceso le scale facendo da anfitrione all’elettricista e suo figlio. Credo pure di aver fatto invidia a Monsieur Leval che avrebbe volentieri collezionato le deleghe che sono invece toccate a me. L’ho incontrato davanti all’ascensore e pareva indispettito.
Da Madame Bonnet, in colonna sopra il nostro appartamento, ho raccolto in terra frammenti di muro e qualche capello, di quelli che di solito raccolgo sotto, sul nostro balconcino.
Come mi era stato chiesto ho cercato di tranquillizzare il loro piccolo cane che ha tentato due volte di mettersi in salvo dall’intrusione per poi tornare all’angolo sotto il tavolo dove si credeva al sicuro.
Dai Poulain invece nessun tentativo di fuga da arginare ma piuttosto la constatazione consolante che sopravvivono in qualche angolo di Parigi i salotti cerati di imbarazzante lucentezza e le angoliere a due ante ricoperte col centrino e la damina in porcellana di Limoges in scena bucolica.
Ho faticato a non guardare ma non ho potuto ignorare ciò che era evidente. Con un disagio consapevole e un’infondata sensazione di colpevolezza. Non fa per me; non ci riesco.
Forse perché mi disturba l’idea che qualcuno possa fare altrettanto in casa mia. Non so.
In breve, finisce qui la mia carriera di portinaia. Spero di non aver appannato nemmeno un angolo delle piastrelle lucide di Madame Poulain e credo che d’ora in poi guarderò il nipote di Madame Mercier con un poco di quella tenerezza con cui lo guarda la nonna che tiene incorniciato in soggiorno un suo scarabocchio fanciullesco: il sole, la casa col tetto spiovente e un tale dalla testa enorme e l’enorme naso.

Monsieur Delannoy è a Parigi per vendere il suo vino a Victor. Siamo stati insieme a mangiare alla gofreria di rue S. ed è stato tutto molto piacevole. Monsieur Delannoy è un uomo dalla conversazione varia e mai banale ed è inoltre un perfetto padrone di casa. Eravamo stati suoi ospiti a Chablis e mi ha fatto piacere poterlo incontrare ancora.
Alla fine del pranzo ho lasciato che  lui e Victor discutessero di affari e mi sono guardato attorno. Quando lo sguardo è tornato al nostro tavolo ho notato che i cartocci che avevano contenuto i nostri gofri erano stati congedati in tre modi differenti.
Monsieur Delannoy se ne era disfatto accartocciando la sua busta – energico e risoluto – mentre il mio cartoccio giaceva a fianco del bicchiere, piegato in quattro lungo linee segnate e ripassate tra pollice e indice, per essere ordinati ma anche definitivi.
Victor era riuscito a estrarre il suo gofre di formaggio alsaziano senza lasciare traccia del passaggio – nessuna macchia di unto, nessuna briciola – e la carta che lo aveva custodito rimaneva intatta, perfettamente liscia, accanto al suo smartphone. Maniacale come quando piega e ripone i suoi ascots nel cassetto. O i calzini che colleziona come francobolli. Nulla di tutto il resto.
Tre caratteri diversi apparecchiati su un tavolo pubblico con maggior chiarezza che in una cartella clinica.

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

46. La pallina da golf.

– Qual è la vita media di un lenzuolo? – Victor analizza controluce un lato del lenzuolo lacerato dall’affondo della zampa di Ernest: – ma non si può riparare?
– ormai è liso tutto intorno. Ci vedi attraverso.
– ma ci sono parti ancora buone – Non so da cosa gli derivi un intermittente spirito di conservazione che gli impone di tentare il tutto prima di separarsi da certi oggetti.
Avanzo una giustificazione ragionevole:
– è naturale che un lenzuolo non si consumi in ogni sua parte. Se non fosse già ridotto male lo strappo non si sarebbe allargato tanto… non puoi continuare a portare una camicia che ha collo e polsini sciupati solo perché il taschino è come quando l’hai acquistata.
Prendo io il lenzuolo: prima viene sottratto alla vista e prima Victor trova un altro argomento di conversazione.

Comunque ci risiamo: il cielo di Parigi si è tinto di un azzurro carico di luce che francamente con Parigi non ha nulla a che fare. Tocca aspettare che torni l’autunno; lo farei chiuso in uno sgabuzzino se solo potessi.
Madame Poulain dev’essere rientrata dal suo soggiorno al mare. Il profumo di sugo che sento salendo le scale può provenire solo dalla sua cucina: l’aroma dei soffritti, il profumo del pomodoro, i vapori degli stufati cotti a lungo.
Sono entrato in casa in tempo per rispondere al telefono: Margot ci ha invitato a trascorrere qualche giorno a casa loro, nella campagna di La Haye-Aubrée.
Non manca mai di farlo, con squisita gentilezza. Ha pure annunciato una ghiotta novità: il fienile della fattoria è stato trasformato in un bilocale e adesso compare fra le gîtes de France in affitto nel parco delle anse della Senna normanna:
– abbiamo pensato che poteva essere una risorsa in più per le ragazze.
– allora lo prenotiamo noi.
– no, voi dovete stare con la famiglia… abbiamo anche un sito nostro; lo ha fatto David, il figlio di Pascal.
Victor se lo ricorda David, lo ha visto crescere.
– ormai è un uomo. Alleva maiali e costruisce siti internet.
– …?
– per lavoro. Alleva maiali e costruisce siti internet. Tutti quelli che ne avevano bisogno qui intorno si sono affidati a lui – Margot ribadisce il concetto e io mi abituo all’idea.

Ieri ho visto Jerome. Abbiamo mangiato un panino da André. L’ho visto incuriosito dalla combinazione degli ingredienti proposti da André; ha scelto subito una salsiccia e poi è rimasto a lungo davanti al menu delle verdure. Non c’erano altri clienti e André ha intuito la situazione: fare una scelta in un elenco di voci significa per Jerome compiere uno sforzo per organizzare nella propria mente quelle voci dando loro un senso.
Ha avuto tutto il tempo di farlo. Quando ha ordinato il suo panino ha cercato di cogliere nello sguardo di André un cenno di approvazione.
– anch’io ci metto sempre i funghi con la salsiccia. Ottima scelta Monsieur!
Jerome ha sorriso e conoscendolo sono certo che ha apprezzato la delicatezza di André che ha dissolto l’imbarazzo del mio vecchio amico. Perché Jerome si rende conto della sua fragilità: talvolta si arrabbia, più spesso – purtroppo – si lascia vincere dalla malinconia.
Ci siamo seduti al tavolo e abbiamo chiacchierato a lungo, anche dopo aver terminato il nostro pranzo. André è uscito dal furgoncino per fumarsi una sigaretta e passandoci accanto ci ha sorriso:
– tutto bene Messieurs?
Quando ho chiesto a Jerome che cosa avesse voglia di fare mi ha risposto senza esitazione:
– mi piacerebbe andare lungo la Senna per guardare la gente che passa.
Io sono rimasto in silenzio e lui è stato più preciso:
– mi piace vedere quelli che corrono.  Sai, quelli che fanno jogging – e ha mimato l’oscillazione delle braccia durante la corsa, ridendo – è una cosa che non ho mai fatto. Non ho mai avuto il fiato. Ma mi sarebbe piaciuto perché dà un senso di libertà. Di energia.
Ci siamo incamminati lungo il fiume.
– sai che porto i cani lungo il fiume, a Ivry? Percorriamo un sentiero lungo un campo da golf e l’altro giorno ho trovato una pallina volata oltre la rete. Me la sono presa. Non ho mai avuto una pallina da golf.

 

Je vous souhaite un bel été. Merci.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi en automne.