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XXXI. Cidre fermier.

Mi appoggio al telaio bianco della porta, aperta sul nostro balconcino, e guardo la grandine cadere e intanto stringo la tazza in cui ho versato un po’ di sidro, dolce. Annuso l’aria e bevo un poco di quel succo che odora di mele mature e mi fa sentire più vicino alla costa bretone, nel nord.

Siamo tornati dalla Bretagna pochi mesi fa, ma già mi manca. Ci ho pensato anche l’altro giorno, riponendo le sciarpe per il prossimo inverno; avevo in mano quella che avevo portato in viaggio, una stretta e lunga sciarpa fatta a mano, di una bella lana melange riciclata da un vecchio maglione. Ho pensato a quando la indossavo il primo giorno a Cancale, nella baia di Mont Saint Michel. Era la prima settimana del nuovo anno e pioveva, come piove oggi.

Abbiamo scelto di pranzare al porto. Abbiamo deciso guardando un ristorante dal dehors vuoto, ma pieno di volti soddisfatti all’interno; se ci avessero servito nel dehors, riscaldato e molto accogliente, Algernon non avrebbe dato fastidio a nessuno e avremmo avuto spazio e intimità. Così è stato, per un po’; poi altri hanno avuto la nostra stessa idea. L’acqua cadeva battente sul tendone sopra le nostre teste e il vento soffiava tormentando la balza, infilandosi sotto i festoni, gonfiandoli e inarcandoli come gonfiava e inarcava le onde in mare, di fronte a noi.

Noi che eravamo pienamente felici. Non era previsto un pranzo fuori e l’abbigliamento mio e di Victor era molto comodo: calzoni sportivi con imbottitura in pile, scarpe da ginnastica inzuppate e maglione in lana a collo lungo, con la sciarpa di lana che accomodavo sulla spalla con il garbo che avrei usato se fosse stata di seta.

La prima pietanza che ordino in Bretagna è sempre una zuppa di pesce; non può essere altro. Non è solo la nostalgia del sapore; si tratta di molto di più: della zuppiera tête de lion, dei cubetti di pane tostato, della salsa rouille e del formaggio. Inoltre la zuppa comporta una serie di gesti – si spalma, si raccoglie il brodo nel cucchiaio, si inclina la zuppiera – e mischia temperature diverse: il brodo fumante, la salsa più fredda, la consistenza del pane tiepido e l’inconsistenza delle sottilissime frange di groviera grattugiata.

Quando l’enorme quantità d’acqua che il cielo scaricava su Cancale ha iniziato a pesare sul tendone scavando delle sacche di raccolta, solcando di occhiaie marcate l’estremità inferiore della falda di quel tetto spiovente, si sono palesati proprietario, in giacca nera, e cameriere – giovane, smilzo, in giacca spencer rosso scuro, una sorta di ussaro senza alamari – che, su precise indicazioni del suo principale, ha brandito un ombrello e ha iniziato a respingere l’acqua puntando il manico ricurvo  al centro delle anse ormai traboccanti. Lo faceva con grande classe: puntava, esercitava la pressione necessaria e passava oltre.

Tutti noi lo abbiamo ritenuto del tutto naturale.

Ancora l’ascensorista.

Si è ricordato il nome del cane e lo ha chiamato. Io non lo avevo visto ed è stato lui ad avvicinarsi: aveva voglia di parlare e io non avevo tempo.
Così per i successivi quindici minuti lui ha ripetuto l’aneddoto sugli attori visti nei grandi alberghi – se non altro confermando ciò che ci aveva già raccontato la prima volta – per poi passare alle soddisfazioni avute sul lavoro. Intanto io formulavo almeno una decina di frasi di congedo domandandomi per quanto ancora avrei dovuto sorbirmi i suoi resoconti, che nel frattempo si facevano particolareggiati. Ciò che stavo tentando di fare era meschino, senza dubbio, ma io avevo davvero bisogno di proseguire per la mia strada.

Monsieur Macé venga lei per favore. Monsieur Macé ci pensi lei. Ma come ha fatto Monsieur Macé a riparare il guasto? Io sapevo fare il mio lavoro. Innanzi tutto perché ero andato a scuola; bisogna distinguere la parte meccanica da quella elettrica.
Tentativo di augurargli buona giornata.
E poi tutto sta nei contatti. E nella manutenzione.
Convengo sul valore della realizzazione sul lavoro e improvviso sulla necessità di seguire il cane, che in realtà non si allontana.
Se le porte fanno bene contatto, l’ascensore funziona bene. Sta tutto lì. Io ne ho visti tanti.
Devo essere stato esplicito anche con il corpo perché mi ha teso la mano e ha terminato. Mi sono sentito in colpa; la prossima volta aspetterò che sia lui a dirsi soddisfatto della chiacchierata. È un uomo mite Monsieur Macé, che prima di allontanarsi porta la mano al cappello in rispettoso segno di saluto e lo fa con stile; oltre ad aver amato gli ascensori di Parigi deve aver amato molto anche la moglie di cui parla con molto affetto.

Intanto io sto acquisendo una competenza tecnica che potrebbe essermi utile – si informi sul tipo di ascensore che avete nel vostro palazzo e poi io le insegno cosa fare – e mi spiace che Victor la sottovaluti e non mi creda capace di intervenire in caso di necessità.
Non ho imparato per corrispondenza, Santi Numi. Sono un allievo di Monsieur Macé!

Ha i tasti di plastica? Velocità doppia? Manuale, semiautomatico, automatico?

A quanti condividono la vita con un cane: scelgouncane

 

 

 

XVIII. Il gabbiano sul cassettone.

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Cancale. Port de la Houle.

Non ci sono poi tante cose su cui si possa davvero contare nella vita. Il cambiamento è stimolante ma la consolazione sta nell’abitudine, nella certezza di ritrovare qualcosa come l’abbiamo lasciata. Per esempio io sto con quanti si compiacciono che una piccola stazione di mare assomigli a una piccola stazione di mare, che sia riconoscibile insomma. Poche case, l’impiego diffuso del legno verniciato di bianco alle finestre, le cassette delle lettere a forma di cabina da spiaggia – a righe bianche e azzurre – i retini da pesca appoggiati fuori la porta, statuine di vigorosi uomini di mare – la pipa, la cerata gialla e la maglia blu – sul davanzale all’interno, girati a guardar fuori.

Rothéneuf, a pochi minuti da Saint Malo Intra Muros, è uno di questi luoghi che sento appartenermi. La prima volta che vi abbiamo trascorso qualche giorno era inverno e siamo arrivati quando ormai era buio. Io e Victor non ci eravamo mai fermati su quel tratto di costa ma ci sentimmo subito a casa, vi trovammo quello che desideravamo trovare.

Prima di disfare le valige calzammo le scarpe di gomma e scendemmo in spiaggia. Victor se ne stava ritto con le mani in tasca, di fronte alla distesa di acqua nera; rapito e immobile, solo il cappuccio della giacca impermeabile che si riempiva di vento e si allungava contro la nuca. Io, a qualche passo da lui – le gocce di acqua sapida sul viso, il cappello di lana e la sciarpa attorno al collo, sul bavero rialzato – cercavo di dominare l’eccitazione e pure l’inquietudine: si udiva la voce baritonale del mare, il suo respiro regolare, ma non si scorgeva che l’orlo bianco delle onde pronte a  frangersi d’un colpo a pochi metri da noi.

Algernon, istintivamente, si era arrestato molto prima e fiutava attorno. Non so quanto siamo stati ad auscultare il mare, a temere che l’onda che sentivamo montare, gonfiare, ingrossare, ci travolgesse, poi a vederla appiattirsi a riva e segnarla con la sua impronta nella sabbia, e, ritirandosi nell’alveo del mare, cercare di trascinare con sé i ciottoli, rotolanti l’uno sull’altro.

Anche l’appartamento che avevamo preso in affitto ci piacque. Ci addormentammo sentendo il mare russare e quando mi svegliai la mattina dopo fu quello il primo suono che cercai di ritrovare. Lo riconobbi subito, punteggiato dal verso acuto dei gabbiani che volavano a fatica davanti alla nostra finestra: sarebbe stata una giornata di vento. Scesi al piano di sotto per la prima colazione e vi ritrovai la piccola cucina, le due poltroncine bianche, la porta a vetri che separava la porta di ingresso dal resto della casa: un piccolo spazio dove avremmo riposto le giacche e le scarpe da passeggio piene di sabbia.

Ero ancora seduto al tavolo, con la tazza sporca di caffè e il tovagliolo spiegazzato sulle briciole di pane e mi guardavo attorno: sul cassettone in ciliegio stava un gabbiano di legno bianco, monocromo, ritto su una sola zampa. Ripensandoci credo che non si trattasse di un gabbiano ma di un uccello marino dal becco sottile e lungo e la zampa di trampoliere, una pittima molto più probabilmente. Lo avevamo già notato e lo avevamo lasciato ritto su una sola zampa quando avevamo spento la luce per la notte. Solo adesso mi accorgevo di quanto stava accadendo davanti ai miei occhi.

Erano le nove della mattina e l’oscurità non si era ancora del tutto dileguata; la luce iniziava a penetrare in casa, evocatrice di un nuovo giorno, ma tuttavia era stato necessario accendere la lampada tra le due poltrone. In questo scenario ebbi il privilegio di partecipare all’incanto della vita; il punto esatto in cui mi trovavo mi consentiva infatti di assistere all’animazione del gabbiano che proprio allora calava l’altra zampa e la distendeva in avanti, in procinto di muoversi.

L’ombra proiettata dal becco sulla parete coincideva perfettamente con l’attaccatura della zampetta di legno e pareva davvero la seconda zampa allungata, esile quanto l’altra e proporzionata anche nella lunghezza.

Un’ombra, nulla di più. Ma fu bellissimo per un attimo credersi testimone silenzioso del sortilegio.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.