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22. Caricando il bagagliaio.

Chiudo per qualche giorno. Andiamo al mare. Andiamo a Cancale, ti va?
Le labbra si piegano a un sorriso disteso. Mi piacerebbe tornare in riva a quel mare grigio che mi appartiene più di quanto mi appartengano una serie di muscoli di cui non ho mai fatto uso, il deltoide o il tibiale anteriore ad esempio. Il suono e l’incedere del mare io li riconosco come riconosco la mia voce e muovo i miei passi senza guardare dove metto i piedi.
Ci farà bene passare qualche giorno a Cancale. Victor ha bisogno di fermarsi a pensare, ha bisogno dei suoi libri. Io penso alle passeggiate sulla spiaggia la mattina, subito dopo colazione.
Ci farà bene stare insieme; insieme potremo parlare dell’assenza di Algernon. Si attarderebbe a cercare i granchi nella sabbia e sotto le pietre che l’acqua finge di dimenticare e l’alta marea tornerà a prendere.
Ciò che proviamo nel caricare le valige nel bagagliaio – da anni appannaggio di Algernon – assomiglia a un dolore fisico, una malinconia che preme nel petto e sfoga in un pianto privato, riconoscente, nostalgico.
Fa male qualsiasi gesto si compia perché il nostro cane prendeva parte a ogni nostro spostamento, partecipava passivo a ogni movimento in casa. Era una nostra abitudine nell’accezione più cara: l’abitudine alla condivisione, alla simbiosi, alla comunicazione.
Adesso non siamo forzati a fare a meno di lui ma a ciò che eravamo noi e lui insieme.

Decidiamo di partire sabato. Affitto un monolocale vicino al porto e metto via un po’di roba che vorrei portare con me: stivali di gomma, maglioni, giacca a vento, matite, blocco da disegno e un cappello per la pioggia, un originale Lock&Co, che ha attraversato la Manica nella valigia di Nora due anni fa.
Abbiamo il biglietto per un concerto jazz questa sera al club di Papa Auguste, nel seminterrato in rue des Beaux Arts: un tributo a Boris Vian. Il posto lo conosciamo bene e ci sentiamo a casa. Del resto il club ha propriamente le dimensioni di una casa, un piccolo appartamento stipato di amici e di amicidegliamici per una festa anni Settanta. Si conoscono tutti e noi abbiamo imparato a riconoscere i frequentatori abituali. Tuttavia noi non facciamo parte del gruppo: in genere prendiamo una cosa al bar e poi andiamo subito a sederci.
La gestione è quella di una famiglia allargata; a quattro generazioni si direbbe. Ti accoglie all’entrata un tale che non ho mai visto con la barba fatta e l’espressione lucida, ma è sempre molto cordiale. In cassa ci sono due signore decisamente anziane che collaborano allo stacco di ogni biglietto:
allora, i soldi me li ha dati, i posti li abbiamo segnati e i biglietti glieli ho dati. Vero?
Sì hai dato tutto e io ho controllato.
Al bar servono perlopiù birre o almeno a me pare che sia la bevanda preferita: chi parla stringendo al collo la bottiglia di vetro, chi si atteggia con il bicchiere in mano e poi lo appoggia dove dimenticherà di averlo lasciato. Mediamente viene frantumato un bicchiere a serata, urtato da un cappotto in fila verso l’uscita o calpestato da chi pensa già a cosa farà salito in macchina.
Dietro il bancone del bar sta un uomo sulla cinquantina: porta il codino ed è di poche parole. Poco prima dell’inizio di uno spettacolo si sfila il grembiule e si appoggia alla colonna accanto all’estintore.
Seguono: il giovane tecnico del suono – che malgrado la barba ricciuta sembra un liceale che fa musica in garage – il fotografo ufficiale – di corporatura piuttosto ingombrante ma grande abilità mimetica – l’organizzatore della stagione che chiacchiera in gruppo e intanto saluta chi sta in fondo alla sala.
Mi distraggo fissando gli occhi truccati di un tale – il contorno scuro della palpebra inferiore sfumato come se ci avesse passato il dito bagnato – che veste un cappotto vintage e porta un colbacco di pelliccia sui capelli lunghi sino alle spalle. Si sistema a lato del palco, seduto a terra, e durante il concerto gli chiedono di strisciare tra le casse per sistemare una presa di corrente. Ignoro ciò che faccia nella vita ma striscia a terra in modo notevole.
Victor mi tocca il braccio per farmi notare che l’uomo seduto davanti a lui ha la giacca di tweed punteggiata di piume bianche. L’impressione è che abbia sorpreso nel sonno delle oche e ne abbia subito le conseguenze o sia venuto direttamente al club dopo aver tentato un furto in un pollaio. Di fatto tiene sulle ginocchia il piumino d’oca che giustifica il suo stato e che ha lasciato traccia di sé anche sulla sedia accanto alla sua.

A casa mi preparo una tisana – sambuco, melissa, cannella, rosmarino, arancio – e con il tazzone in mano guardo fuori dalla finestra. Vedo il lampione contro il quale Algernon alzava la zampa. Mi metto a piangere.  Andiamo a dormire. Vieni. Victor mi sfila il tazzone dalla mano e mi tiene tra le sue braccia.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

21. Ancora senza titolo.

Ho chiesto al veterinario di portarlo a casa per la notte. Domani mattina Algernon deve tornare in clinica.
La temperatura del suo corpo non accenna ad aumentare malgrado la terapia, il pullover, la coperta e il mio vecchio giaccone. In macchina mi rendo conto di sentire una felicità insulsa, come se lo avessero guarito. Invece è solo la mia ostinazione a voler credere che il momento sia felice: il mio cane è con me e presto saremo nel nostro appartamento, al solito. La giornata sta finendo e domani pare lontano.
Durante la cena il naso umido di Algernon non bagna l’avambraccio di Victor, le labbra non poggiano sulla sua coscia. Come lo abbiamo adagiato sulla trapunta ai piedi del tavolo è rimasto: stessa posizione, ugualmente sordo a ogni stimolo. Noi interpretiamo i nostri ruoli perché alle sue orecchie giungano i soliti suoni. Più tardi Victor sistema il suo cuscino sulla poltrona e prepara un letto anche a me: un cuscino e una coperta sull’altra poltrona, tra lui e il cane.

La luce rimane quasi sempre accesa durante la notte. Algernon abbaia senza posa a qualcosa che lo avvicina e il contatto delle nostre mani sul suo corpo stanco, la stretta dei nostri abbracci a difesa dal male, non valgono più a nulla: non reagisce al suono delle nostre voci e non reagirà più.
La mattina torniamo in clinica. Il dottore che lo ha operato tante volte si arrende: Algernon non lotta più.
Esco per telefonare a Victor e poi chiedo di poter tenere Algernon accanto fino a che Victor non ci avrà raggiunto. Resto in disparte con il mio amico stretto fra le braccia e cerco di trasmettergli tutta la tranquillità che adesso gli occorre. Quando Victor arriva lo vedo di spalle, nel parcheggio. Riconosco il gesto di asciugarsi gli occhi prima di entrare.
È come se stessimo accompagnando Algernon in stazione. Deve credere che la sua famiglia non è preoccupata per lui, che non si dispererà. Non deve credersi solo. Quando il treno si mette in marcia pesanti lacrime calde percorrono il viso contratto di Victor. Io scosto la lunga orecchia di velluto del nostro cane e sussurro: vai e non mangiare le solite porcherie.

L’altro giorno, poco prima di partire per raggiungere la clinica, stavo seduto accanto a quella cuccia improvvisata ai piedi della sua poltrona e lui aveva allungato il muso su di me e aveva attaccato a leccarmi la mano: gesto inconsueto per quel vecchio cacciatore restio alle dimostrazioni di affetto seppur grato a chi lo ricopriva di tenerezza. Mi stava già salutando.

20. Senza titolo.

Sto in coda alla cassa la domenica mattina con una confezione di carne di coniglio che probabilmente Algernon non mangerà. Approfitto della lunga coda e del suo lento smaltimento alle casse per rivolgere la parola a chi mi precede; colgo la prima occasione: ho bisogno di parlare. È una signora con i  capelli biondi, corti e aspetta il suo turno senza fare troppi commenti. Altri vociferano ma noi ci mostriamo più comprensivi.
Quando sorridendo mi dice che forse non valeva la pena perdere tutto quel tempo per un pacco di biscotti e una bottiglia di olio, le mostro la mia spesa: anch’io ho un solo acquisto e racconto perché. L’idea della carne di coniglio è di Victor: ad Algernon piace, è nutriente e leggera. Il nostro cane non si nutre da ieri sera e da ieri non riesce a sollevarsi.
La signora comprende il mio stato d’animo; ha dovuto rinunciare ad avere un cane quando un incidente l’ha costretta a letto per mesi. Parla dell’emorragia cerebrale come della dimostrazione spietata di quanto sia inconsistente la vita e di come un’opportunità ultima di sopravvivenza significhi riconsiderare la propria scala di valori.

Cassa numero 4.

Si congeda dicendomi rapidamente: ho il bar tabacchi all’angolo di rue Chéreau: se passa di là entri a darmi  notizie del cane.
Lo apprezzo molto. Però so che non la rivedrò presto e non credo ci riconosceremo in futuro.

La carne cotta e raffreddata non stimola l’appetito di Algernon. L’annusa e capisce di che si tratta, ma è un animale e riconosce la gravità del momento. Sappiamo entrambi che non trascurerebbe una seppur fiacca possibilità di reagire.
Algernon ripiega il muso sulla coperta distesa a terra e chiude gli occhi. Mi siedo alla sua destra, la schiena appoggiata al muro e le gambe allungate sul pavimento, e provo a lavorare un poco.
Nora telefona per avere notizie e poi Sara e poi Jerome. Coco invece è sotto casa e sale con un vassoio di pasticceria, due mille-feuille con crema Chantilly per me e per Victor. È il suo modo di stringersi a noi, di avere cura di noi:
adesso avete bisogno di panna montata e vaniglia.
Si assicura di non stropicciare la gonna a campana e si accovaccia a fianco del vecchio Algernon. Proviamo a parlare ma poi restiamo entrambi a guardare quel vecchio cane, così profondamente amato, per cui adesso ci sentiamo miseramente inutili; il nostro sguardo accucciato sulla soglia delle sue palpebre, nel caso aprisse gli occhi e volesse dirci qualcosa.
Quando arriva Victor, Coco rifiuta il nostro invito a pranzo e se ne va. Rimasti soli non mettiamo nemmeno i piatti in tavola; non adesso.

16. I cavoli della Vigilia.

Il telefono non trilla più di sei volte di seguito la domenica mattina. Se lo fa dall’altra parte c’è  Coco. E ha un problema.
Victor ha tempo per fare commenti ma non ne ha per alzare la cornetta. (Non alziamo più la cornetta ma è un’espressione talmente bella che la scrivo lo stesso).
In effetti è Coco e ha bisogno di sapere dove può acquistare un certo tipo di biscotti di cui ha letto in un blog: devo farcirli con crema al cocco, mascarpone, cioccolato e rotolarli in un trito di mandorle.
Chi devi uccidere? Le chiede Victor quando gli passo il telefono.
In effetti un dolcetto natalizio, per quanto goloso, dovrebbe permetterti di arrivare a Capodanno.

Victor oggi lavora, come ogni Vigilia. Gli ho visto preparare la vetrina ed era davvero spettacolare. Il cinico Victor ha superato se stesso disponendo i rami di vischio che avevo chiesto a Honoré lungo il perimetro del piano su cui disporrà le sue pietanze. Ne ha fissati alcuni alle travi del soffitto e ha preparato i tradizionali cinorrodi delle rose – lucidi, infiocchettati con il filo di lana bianca – minute gemme benaugurali che a Natale i suoi clienti si aspettano di trovare nelle vecchie tazze, sul bancone.

Io esco con Algernon e andiamo a passeggiare lungo la strada che conduce agli orti urbani di rue Rubens. Cammina volentieri, fiutando a terra con l’interesse dei suoi giorni migliori: indugia a lungo nello stesso angolo, qualche passo e torna dove la traccia è più chiara.
È un cane da caccia e fa ciò che il suo naso gli detta di fare. Negli anni ho visto una lunga sequela di lepri selvatiche e di scoiattoli dileguarsi prima che Algernon terminasse di seguire il loro percorso a terra. Un cane cacciatore non si guarda attorno.
Il padrone di un cane cacciatore invece ha tutto il tempo di guardarsi attorno mentre aspetta il suo cane. Oggi ho potuto accorgermi di quanto degno di attenzione possa essere un orto in pieno inverno. Lo si direbbe inespressivo perché a riposo, spoglio e stinto.
All’interno di una recinzione comune i singoli orti sono divisi tra loro da ordinate staccionate in legno o reti metalliche. Sono numerati e per alcuni di essi il numero è ripetuto su una mattonella fissata al casotto degli attrezzi, come un numero civico.
Evidentemente chi ottiene un orto urbano ne ha cura con la dedizione e l’orgoglio del collezionista. C’è chi lucida gli argenti e chi mette in fila i francobolli; il giardiniere ortolano semina il suo tempo libero nelle aiuole di ortaggi.
Gli entusiasti dell’orticoltura fanno circolo a sé e non badano ai curiosi come me. Sto con le mani in tasca a guardare le file dei cardi avvolti nella carta come io sto chiuso nel mio giaccone in questa mattina di freddo. E poi le larghe foglie dei cavoli, quelle aperte e distese sulla terra dura e quelle ripiegate sul frutto, sodo e umido di galaverna. Cavoli verdi e cavoli viola, ancora nella neve ghiacciata negli orti esposti più a nord.
Sento abbaiare e vedo due retriever che corrono nella nostra direzione. Quando sono finalmente vicini ad Algernon rallentano e poi decidono di ignorarlo per raggiungere il prato poco più in là. Procedono insieme e insieme prendono a giocare, rotolandosi addosso con leggerezza, sotto gli occhi innamorati della loro padrona. Un cane sa bene che il gioco è finzione e mima la lotta mitigando gli affondi, accennando le prese, simulando i morsi.
Il loro pelo chiaro, color dell’ambra, conferisce loro un’eleganza lieve che le confonde in un’unica figura in movimento fra gli arabeschi di nebbia che il loro alito caldo dissolve nell’aria fredda. Vederla mi fa pensare a una cucchiaiata di miele, denso e dorato, immerso nell’acqua calda in una tazza trasparente, rimestato lentamente e lentamente disciolto.
Le osservo e mi accorgo che anche Algernon le sta a guardare. Credo di capire che le raggiungerebbe se fosse certo di poter reggere il confronto con la loro giovinezza. Ci guardiamo e lo accarezzo, chino su di lui.
Davanti a me il piano di lavoro al riparo sotto un pergolato di vite, interamente piastrellato di mattonelle bianche. Pare tutto perfetto. Gli orti e i capanni paiono un presepe.
Meno male che risalendo la strada colgo le ingiurie che un uomo indirizza a un piccolo cane senza guinzaglio che ha tentato di esplorare la sua borsa della spesa. L’uomo si alza dalla panchina su cui si credeva al sicuro e caccia l’animale: di chi è la bestia?
La cattiveria e la maleducazione mi sono di conforto: la perfezione continua a manifestarsi con qualche imperfezione. E io rischiavo di credere nell’incantesimo della Vigilia.

Sébastien e Victor augurano Buon Natale e sono lieti di farvi dono di un piccolo calendario per il nuovo anno (scaricatelo qui).

Supplemento.

Cette semaine on se revoit Dimanche.