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XIII. Revisionismo.

Uscito dal palazzo sono rimasto qualche istante a guardare la neve nel cono di luce del lampione; ho sentito qualche granello di sabbia ghiacciata cadere sull’arco delle sopracciglia e ho chiuso gli occhi perché qualche altro grano toccasse le palpebre abbassate a conservare il ricordo di quel momento.
Ernest cammina al mio fianco e si ferma ad annusare le foglie secche accumulate contro i cassonetti al n.18 di rue Simonet; lo lascio fare, gli concedo il tempo che vuole tanto la giornata è finita. Mi piace pensarlo e mi piace scendere con lui anche se capita di non aver voglia di uscire. E sono certo che anche Victor aspetta questo momento della giornata: rimane solo in casa con Gwendolen che si stringe contro il suo fianco, calda.

Come quasi ogni sera passiamo davanti alle vetrine dell’agenzia di viaggio. Me la ricordo sempre uguale da quindici anni, da quando sono venuto a vivere nel quartiere. Ecco: hanno aggiunto uno schermo al centro della vetrina centrale; per il resto le pareti continuano a essere giallo maionese e le offerte di viaggio rimangono appese in bacheca su fogli A4 illeggibili a distanza. Mi domando come possa sopravvivere l'”agenzia di servizi turistici” di Monsieur Mahdi, un egiziano di piccola statura con i capelli bianchi ricci, le camicie abbottonate sino all’ultimo bottone e formule di saluto cerimoniose come in chiusura di una lettera degli anni Cinquanta.
Non a me. Non ci siamo mai rivolti la parola e tuttavia mi è capitato molte volte di sentirlo rispondere a un saluto sulla porta del suo negozio: cortesissima signora, ricambio anche a lei. Se non è di fretta aggiunge qualcosa dal sapore sacrale: Dio la benedica.
Pure se oggi la gente prenota i biglietti tra una fermata e l’altra del metrò sul suo smartphone, l’agenzia di Monsieur Mahdi apre ogni mattina; ci lavorano almeno quattro persone durante il giorno mentre quella che la sera dovrebbe fare le pulizie si fa sorprendere seduta alla scrivania con il telefono in mano.
Non è possibile che stia aspettando che il pavimento asciughi. Non tutte le volte. Io sto sul marciapiede e la vedo come una figurina del Truman Show: lo sguardo abbassato dentro una montatura rossa e i capelli tinti con la ricrescita raccolti da una pinza di plastica sopra la nuca.
Una volta, a luci spente e marciapiede deserto, un individuo di circa quarant’anni gesticolava con ampie volute delle braccia davanti allo schermo nella vetrina sulla quale non si abbassa mai la saracinesca. Non stava lì a caso: aveva delle idee su cosa proiettare e sull’insegna da illuminare in vetrina. Biascicava a toni alti qualcosa a proposito delle Seychelles – o qualcosa di simile – e andando oltre ho pensato che forse valeva la pena di prendere in considerazione le sue proposte.
È stato tanto tempo fa. Probabilmente al mio fianco c’era il vecchio Algernon.
Questa volta la vetrina mostrava qualcosa di interessante: su una mensola, tra le offerte di Disneyland e il cenone di capodanno a Vienna, c’era Babbo Natale nella capanna. La statuina di un Papà Natale bonario e classicamente panciuto era stato alloggiato al riparo delle travi di legno di una capanna da presepe. Non vi era traccia di altra anima vivente: nessun bue, nemmeno l’ombra dell’asino, nessun segno che la sacra famiglia fosse mai passata di lì.
Qualcuno doveva aver pensato di farlo prima di farlo davvero. Voglio dire: qualcuno doveva aver collocato quel vecchio barbuto nella capanna di Betlemme con un intento. Doveva trattarsi di revisionismo. Forse un tentativo di sintesi. O più semplicemente la richiesta plateale di un chiarimento,  necessario a una società confusa.
Dovevamo aspettarcelo tutti di arrivare a questo. Già la mia generazione si divideva tra chi preferiva l’albero e quanti confezionavano il presepe. Chi ti porta i doni: Babbo Natale o Gesù Bambino? Mi ricordo che me lo chiedevano quando ero bambino.
Interessante evoluzionismo storico. Peccato sia stato costretto a proseguire perché il cane voleva fiutare l’abbondante colata del labrador sulla base del lampione all’angolo.
Ho assecondato Ernest e ho lasciato che indagasse le tracce lasciate dal labrador in impermeabile scuro che intanto vedevo scivolare nel palazzo una decina di metri fuori la luce del lampione.
Abbiamo concluso il giro dell’isolato. Al nostro ritorno non nevicava più.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit Lundi 24.

VIII. Tutti in auto appassionatamente.

La panchina è un passaggio obbligato nella vita di ognuno. Una sorta di tappa nel percorso di crescita intellettuale e ormonale. Di traguardo anche.
Stavo alla guida della mia auto, dalle parti di porte de Montrouge, e ho osservato il ragazzo – un diciassettenne credo – seduto sullo schienale della panchina, alla fermata del bus. Piedi enormi nelle sneakers slacciate che li fanno sembrare ancora più invadenti, piantati sulle assi dove chi ha appena qualche anno di più appoggia le terga e quindi decalca sul pantalone la planimetria della suola altrui.
Lo abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita: ci siamo seduti sullo schienale con l’aria di chi prende le distanze dal conformismo borghese, di chi intende distinguersi o semplicemente assume una posa che spera dissimuli l’imbarazzo di proporsi agli altri.
Sedersi in quel modo non è più comodo della seduta tradizionale, coi piedi a terra. Quindi ne deduco che se ci si abbarbica sul dorso stretto e duro dell’asse che serve da schienale lo si fa per gridare il proprio dissenso: calpestare platealmente la generazione precedente e con essa tutto quanto è riuscita a creare o distruggere.
Generazioni di ragazzi continuano a farlo. Pensavo fosse passato di moda. Non è facile essere degli uomini in fieri, prevedibili e ridicoli quando invece si cova un universo in eruzione.
Anche quando fanno l’amore respingendosi come animali in corteggiamento i ragazzi mi suscitano tenerezza e un’infinita nostalgia per il sentimento che provano. Il calore con cui scorre a quell’età brucia come non accadrà più, con la dolcezza dello zucchero che ammorbidisce il caffè caldo.
Quando sono in gruppo li distingui subito i due che si cercano. Hanno voglia di camminare a fianco, di toccarsi; inscenano un combattimento al rallentatore dandosi spintoni lenti, stringendosi in prese che osano l’abbraccio, provocandosi anche verbalmente. La presenza degli altri è necessaria e insopportabile.
Non ho dimenticato nulla di quei primi scambi: li guardo e spero che possano amarsi, disarmati e liberi.

Ultimamente viaggio spesso in auto. Viaggiamo insieme, io, Gwendolen ed Ernest e ogni volta ho l’impressione che la macchina sia satura di gioia e di fiducia mentre lo è solo di peli e di terra.
Nelle giornate di pioggia il fango si stipa nei corridoi di pelo tra un cuscinetto e l’altro delle loro zampe che si muovono affannose sull’argine del fiume, nell’erba alta che decolora coricandosi servile al freddo di questi ultimi giorni, sulle foglie nere, marce della pioggia pedante di novembre.
Al ritorno dalla passeggiata l’odore del loro pelo bagnato impregna l’aria: è l’odore dell’appagamento che leggo nei loro occhi calmi.
Salgono in macchina fradici e presto Gwendolen inizia a leccare il muso di Ernest che rimane immobile sui sedili posteriori abbassati, spingendo lo sguardo tra il mio sedile e quello del passeggero. Poi anche lei sporge il muso tra i sedili davanti e attacca a leccare il mio pile, umido di pioggia. Smette per appoggiare il naso al lobo del mio orecchio.
Stamane c’era la nebbia sull’argine e la rugiada aveva ripassato il profilo delle tele di ragno sospese tra un ramo e l’altro dei cespugli di rovo.
C’era anche Arsène, un bassotto anziano che non incontriamo spesso. Aveva un ingombrante impermeabile nero a pois bianchi e stava fermo ad annusare l’aria. Dietro di lui il padrone provava ogni tanto a spingerlo piano per fargli fare qualche passo:
– è un testone. Fosse per lui rimarremmo sempre a casa.
Abbiamo riso entrambi di quella pigrizia viziata. Un autentico dandy.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

IV. Stare al sicuro.

Facciamo la spesa prima di cena per stare insieme. Perché manca il pane o per acquistare qualcosa di molto goloso di cui doversi pentire. Poco importa: un pretesto pur di fare qualcosa insieme.
Paghiamo, salutiamo la cassiera e prima di infilare il corridoio verso l’uscita Victor saluta pure l’addetto alla sicurezza, impalato in fondo alle casse, nume tutelare in divisa, con le gambe allargate ancorate a terra negli anfibi e i pugni chiusi dietro la schiena.
È iniziato tutto quando l’estate scorsa era stato assunto il ragazzo prodigio: quasi due metri di proporzioni ideali. Portava la divisa come uno smoking e sfilava lentamente dietro le casse come su una passerella della rive Droite.
In effetti il nodo della questione stava proprio nel modo in cui si muoveva portandosi dietro tutti quei muscoli bruni, tonici e armoniosi. Muscoli che non pensavo esistessero. O comunque Victor ne è completamente privo.
Così è nato lo scherzo tra me e Victor: io dicevo di voler andare a far compere per poter spiare il movimento di quel corpo e Victor si fingeva geloso. Comunque piaceva anche a lui.
Di fatto, io che temevo si vedesse che lo osservavo mi irrigidivo in un’indifferenza altezzosa se il suo sguardo incrociava il mio. Victor invece sorrideva e salutava: si congedava all’uscita come ci si congeda dal concierge dopo avergli consegnato le chiavi.
Poi un giorno mentre aspettavo il mio turno reggendo il pacchetto di fette biscottate, il latte e il barattolo di maionese, il bicipite dell’addetto sicurezza ha sfiorato la mia spalla. Mi sono voltato senza sapere che erano suoi gli occhi che stavano guardando la pila vacillante della mia spesa. Mi ha chiesto scusa e ho potuto udire la sua voce.
Non riesco a pensare a nulla di meno armonico. Voglio dire: quell’architettura equilibrata produceva un suono stonato, sgradevole perché asimmetrico. Era scorretto verso chiunque lo ammirasse.
In quel momento ho rivalutato Victor e ho deciso di rimanergli fedele.
Adesso l’addetto sicurezza è stato trasferito ma Victor rende il saluto a chi gli è subentrato, un tale con la barba, i muscoli gonfi di palestra e la sindrome del guardiano, come un bambino che gioca a fare Dirty Harry.

Usciamo nella notte, io reggendo due borse e Victor fissando lo scontrino.
– perché saluti sempre quelli della sicurezza? Io non lo faccio. Penseranno che sono uno stronzo.
– perché mi danno sicurezza – risponde e passa oltre mentre io saluto Madame Pépin.
Victor se ne accorge quando alzo la voce e torna verso di noi:
– ben trovata Madame – e Victor accenna un inchino perché sa che Madame apprezza questo genere di attenzioni.
– buonasera Monsieur Laurent.
Per scambiare qualche parola con Madame Pépin occorre alzare il tono della voce. Comunque Madame non sente quasi nulla; cerca come può di afferrare il senso di ciò che dicono gli altri.
Ci dice che è tornata adesso dal paese in cui è nata:
– sono stata un mese. Tanto sono sola. Mia figlia mi ha detto: rimani.
È piccola e tonda come una biglia di vetro Madame e come una biglia di vetro luccica per via di un sorriso sempre splendente. Ha cura del suo abbigliamento e indossa dei bei tailleurs anche quando esce per andare in ferramenta.
Le chiedo se le manca il suo paese in campagna e lei si affretta a fare cenno di no, la piccola testa scura con la piega fissata sotto la lacca:
– a me non piaceva vivere in paese. Quando ero piccola e mio padre andava nei campi con i miei fratelli io chiedevo a mia madre di rimanere ad aiutarla a fare il pane pur di stare in paese.
E sorride cercando la nostra approvazione.
– Quando mi sono sposata ero felice che mio marito mi portasse a vivere in città.
Inizia a piovere e ci congediamo da Madame per permetterle di entrare al riparo. Lei, previdente, tira fuori dalla borsetta un ombrellino pieghevole, amarena a pois bianchi. Ci invita a radunarci sotto il suo parapioggia glamour. Ringraziamo entrambi ma ci avviamo verso casa.

Gwendolen aspetta un boccone sulla porta del cucinino mentre sto ai fornelli. Victor porta un biscotto a Ernest, sul divano.
– devi smetterla di servirlo in questo modo. Se vuole scende a chiederlo.
– ma lei glielo ruba subito. Vero? – e lo fissa con amorevole comprensione mentre Ernest deglutisce e torna a distendersi. Victor finisce di leggere l’etichetta dei biscotti di verdure – grigliati, con vitamine.
Servo in tavola e mi ricordo che in televisione c’è un bel film, Quarantacinque anni, british.
– ma lo abbiamo già visto – mi dice Victor.
– non ti va?
– no, certo che mi va. Ma lo abbiamo già visto.
– io lo ricordo solo fino alla festa di anniversario.
– ma io non l’ho visto da solo.
Iniziamo a mangiare e il film è già iniziato da una decina di minuti.
Scivolo nel pathos della storia e Victor interrompe per dire:
– non ti ricordi le passeggiate di lei con il cane?
Rispondo e torno a concentrarmi.
– Adesso fanno vedere il salone. Con i quadri sulla parete del camino.
Non dico nulla.
– Ti ricordi che lui teneva i suoi ricordi nella mansarda?
Devo intervenire:
– ho capito che lo ricordi. Devi descrivere tutta la mobilia per dimostrarlo?
– sto zitto. Sto zitto.
Sta zitto.
– però lo abbiamo già visto.

Sbriciolato il pathos Victor inizia a guardarlo veramente e io inizio ad annoiarmi un po’. Gwendolen russa reggendo il muso sulla schiena di Ernest. Si arrotolano come gomitoli e dormono vicini.

La festa dell’anniversario non arriva mai. È la scena finale in effetti. Ha ragione lui: l’avevamo già visto.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

44. Angoli bui sulla coscienza.

Per quanto tempo possa rimanere fermo a fissarla non credo la situazione possa cambiare. È una bolletta e va pagata. Come ho fatto a dimenticare che tra le uscite del mese c’era anche lei?
Il mese di giugno è iniziato con un bonifico e continuo a depennare pagamenti le cui scadenze avanzano intimidatorie. Un mese di fuoriuscite di denaro – il mio – giustificate dai più nobili fini – forniture, tasse, affitti – e tuttavia dolorose. Non vedo la fine; siamo all’esondazione e io sto al parapetto a guardare il flusso montare, ingestibile.
In verità sto su uno sgabello e lavoro sull’asse da stiro perché la scrivania è occupata dalle copie del catalogo di fotografie a tema culinario che presenteranno giovedì sera nel negozio di Victor.
Rifaccio i conti ancora una volta e poi vado a mangiare un pomodoro. Vorrei rimediare le risorse necessarie all’acquisto di un paio di scarpe che ho visto – un tarlo femminile che la mia natura manifesta prepotentemente – ma temo di dove rinunciare. Solennizzerò la privazione spargendo origano su ogni fetta di pomodoro e rispettiva ranella di uovo sodo.

Giro per casa a piedi nudi e quando cerco i mocassini per scendere in cortile devo strisciare sotto il letto per recuperare la scarpa sinistra che Ernest ha spinto contro la parete. Lui rimane ai piedi del letto e segue ogni mia mossa. Quando riemergo si mette a scodinzolare. Gwendolen apre gli occhi e lo interroga con uno sguardo opaco di sonno e di un filo di muco teso tra la palpebra inferiore e quella superiore.
Mi chino su di lei e le pulisco l’occhio; è una secrezione densa e collosa che aderisce facilmente al lembo di fazzoletto che le avvicino e di cui non mostra paura. Il suo pelo odora di timo e di santoreggia. Comunque qualcosa di simile a un’erba aromatica; ha trattenuto il profumo dell’erba alta in cui ha corso stamattina. Deludo Ernest che mi invita al gioco preferendogli il sacco dell’immondizia.

Avrei dovuto trattenermi ancora un poco con lui. Avrei scampato Monsieur Leval che sulla porta che conduce alle cantine colava perle di saggezza nello sguardo attento di Madame Mercier.
Non ci avevo mai pensato: l’insicura indole di Madame potrebbe subire il fascino dalla sicurezza che sfodera sempre il nostro consigliere di scala.
Comunque sono stato convocato anch’io e non mi sono potuto sottrarre:
– buongiorno Monsieur Leval. Madame Mercier la vedo con piacere.
– buongiorno Monsieur Chevalier – ha risposto lei volgendosi per un attimo verso di me e tornando subito dopo a guardare Monsieur Leval, nel caso avesse altro da aggiungere.
– ha visto quanto è sporco il corridoio delle cantine?- ha chiesto lui.
Effettivamente non brilla.
– Non lo puliscono mai. Sono stato dall’amministratore e ho letto il regolamento: devono pulire una volta al mese.
– …
– Io butto apposta la carta delle caramelle per vedere se scendono qui sotto. Loro raccolgono la carta ma non scopano il corridoio. Raccolgono solo la carta capisce?
Se avessi continuato a tacere gli avrei dato un dispiacere troppo grande:
– temo che lei abbia ragione. Noi abbiamo ripulito la nostra cantina il mese scorso e abbiamo passato la scopa anche fuori ed effettivamente il pavimento ne aveva bisogno.
Madame annuiva con il capo, seria. Teneva le braccia incrociate in segno di attesa, di ascolto. Leval era evidentemente soddisfatto di sapermi solidale.
Ha abbassato un poco la voce per metterci a parte della sua strategia:
– adesso ho seminato negli angoli bui delle pietruzze e voglio vedere se spariscono. La loro scopa non arriverà mai laggiù e io avrò le prove.
L’ho trovato di un’astuzia machiavellica e ho letto dell’ammirazione negli occhi di Madame.
Ho mostrato il mio sacchetto prima di allontanarmi ma la voce di Monsieur Leval mi ha raggiunto mentre uscivo nel cortile:
– senta. Volevo dirle che i condomini hanno deciso di nominare mio supplente il suo amico, Monsieur Laurent. Non c’era all’ultima assemblea ma tutti erano d’accordo nel ritenerlo il più adatto.
– ah, bene. Glielo dirò.
– è tra quanti vivono qua dentro da più tempo. Poi comunque ci sono io.
Mostrava un’aria indulgente Monsieur Leval, di chi concede un’onorificenza e sa per certo che colui che ne è stato investito ne trarrà soddisfazione. Però da uomo munifico ma schivo non voleva dimostrazioni di gratitudine.

L’idea di risalire in casa e telefonare a Victor per dirgli che era stato eletto viceconsigliere – viceMonsieurLeval – mi ha distratto dai crucci dei conti e delle spese. Un piacere inaspettato, un po’ di leggerezza, come quando il protagonista di un musical interrompe il corso della sua storia disgraziata e si mette a ballare, fiducioso. La storia finisce sempre bene.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.