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34. Chi? Cosa?

Sono rare le volte in cui lo stare in coda negli uffici postali non ha reso una pagina di appunti promettenti. Uno sceneggiatore a corto di idee trarrebbe grandi risorse da una mattinata in posta, tra lo sportello pacchi e quello delle raccomandate.
Negli uffici postali di rue de Tolbiac occorre mettere in conto almeno un quarto d’ora di attesa ogni volta. Se si è fortunati si può essere costretti ad attendere per una mezz’ora e quindi avere più tempo per guardarsi intorno.
Oggi ho finto di leggere, ma ho origliato la conversazione della donna che mi sedeva accanto. Teneva allargato un settimanale rosa, steso sulle sue grasse cosce divaricate, e faceva commenti ad alta voce.
Non sarei riuscito a leggere con lei che parlava a strappi, interrompendosi e ricominciando. I nervi stanno ai blocchi di partenza, tesi a cogliere la ripresa della lagna e l’origine del disturbo non sta nel rumore ma nell’ignorare quando riattaccherà sapendo che lo farà certamente.
L’uomo anziano che le sedeva alla destra teneva una gamba allungata e le mani appoggiate alla canna da passeggio. Apriva bocca con regolarità per chiederle chi, cosa? e ripetere le ultime parole della signora: troppo magra; naso; denti. Le osservazioni di lei erano scontate: questa si è rifatta le labbra, sono tutte rifatte, questa è piena di soldi e rimanda la gravidanza per la carriera: mi fa schifo.
Madame non aveva tentennamenti e giudicava con lo stesso metro i beniamini del pubblico e la gente comune. Le è bastata un’occhiata all’impiegata dietro lo sportello n. 5: quei capelli non sono i suoi. Di vera non c’era che lei; lei che si è alzata a fatica e, dandomi le spalle, ha rivelato un buco nell’acconciatura trascurata di capelli rossicci. La giacca di lana le pendeva sulla gonna scura punteggiata di peli e di briciole, gli stessi che le inzaccheravano le scarpe basse di panno, sformate. Del volto truccato mi sono rimaste impresse le labbra: aveva una bocca larga con cui avrebbe potuto ingoiare l’intero ufficio e labbra carnose tinte di viola.
Si era alzata per andare sotto il tabellone e aveva fatto scivolare il giornale nelle mani dell’uomo che lo aveva arrotolato sotto il braccio e si era sollevato facendo leva sul bastone. Pronto a seguirla come un cagnolino.
Il tempo per un’ultima sentenza: Ecco, tocca a noi e quella chiacchiera.

Nel frattempo non ho mai smesso di fissare la postazione che elargisce i biglietti di prenotazione. Io ci avevo trovato il numero 148, già estratto e appoggiato a lato. Per essere certo che la sequenza fosse aggiornata avevo comunque toccato lo schermo ed era uscito il 149. L’avevo lasciato e mi ero preso il precedente.
Dopo di me, è rientrata una signora che ha cercato di appurare se il suo numero era già stato chiamato; comunque – per sicurezza – ha fatto uscire il 150. Poi si è accorta dell’altro e ha preso il 149.
È stato un uomo il terzo a prenotare il suo turno: oh! Ne sono usciti due. Li ha tenuti entrambi e, consapevole di essere l’ultimo, si è spinto davanti agli sportelli invece di cercare un posto a sedere. Io ho continuato a guardarlo; dopo un poco ha buttato un biglietto nel cestino.
Così vanno le cose. Sta tutto in un rotolo di tagliandini numerati che si consuma quotidianamente. Non puoi sapere quali ragionamenti seguirà chi viene dopo di te, non puoi conoscere se sarà un uomo o una donna. È singolare trovarsi nella condizione di conoscere gli eventi e stare ad osservare senza intervenire.

Questo assomiglia al principino. Madame Mercier è stata la prima nel palazzo a vedere Ernest e Gwendolen. Si è affacciata alla porta del suo appartamento: credevo fosse il postino.
Ha chiesto se erano fratelli e quando ha saputo che provenivano da due canili differenti ha domandato se andassero d’accordo.
Si accucciano sempre vicini. La testa di uno sulla schiena dell’altro. In effetti insieme occupano lo stesso spazio che riempiva il vecchio Algernon, sulla poltrona. Sodali in una casa sconosciuta a entrambi, hanno dimostrato un istintivo bisogno di appartenenza alla famiglia, di partecipazione a quanto accade.
Gwendolen sfiora Madame Mercier, che parla con tono pacato e non la intimorisce, ma presto infila la scala e scompare. Ernest smette di annusare le pantofole a fiori di Madame per andarle dietro.
La femmina ha molte paure. Era una randagia e deve aver subito un trauma.
Le parole di Victor lasciano Madame scettica; finge di comprendere ma temo non abbia mai pensato che un cane possa avere la psiche turbata e non credo inizierà ora a preoccuparsene.
Non accenna a rientrare e noi ci congediamo.
Aspetto il postino. Si giustifica e ci segue con lo sguardo mentre saliamo a piedi.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

33. La taumaturgica impudenza della follia.

Il nome lo ha scelto Jerome. Abbiamo trascorso due sere a pensare a un nome per Babuche. Alla fine eravamo indecisi tra Georgette, Antoinette, Audrey e Gwendolen.
Volevamo che per cominciare una nuova vita Babuche avesse innanzitutto un nuovo nome. Al telefono Jerome mi ha detto che gli piaceva Gwendolen e con questo nome in tasca domenica pomeriggio siamo tornati in canile per rivedere Babuche e portarla a casa, con noi.
La potremmo chiamare più spesso Gwenda, specie quando sarà lontana e un nome più corto si rivelerà di gran lunga più pratico. In gallese Gwendolen significa arco bianco ed è stata una sorpresa scoprirlo; noi lo avevamo scelto perché ci piaceva il suono della parola ma ci è parso ideale quando abbiamo saputo che raccontava l’arco di pelo bianco che lei ha dipinto sul petto.
È difficile spiegare cosa significhi andare in un posto del genere e uscirne con un animale che di lì in poi farà parte della tua vita. Si aggirerà in casa e in casa avrà scelto per sé angoli a cui non avevi pensato; tu avrai voglia di tornare in quella casa che non sarà mai vuota e presto avrai bisogno di capire perché la sua intelligenza ha ragione dei tuoi propositi educativi.

Il nome di Victor è stato scritto di seguito al codice identificativo di Babuche sul modulo di affidamento. Così, mentre lui siglava l’adozione in una stanza al pianterreno della casa principale, io mi sedevo sul ceppo di un vecchio ciliegio nel giardino a cui la cagnetta ha accesso direttamente dal suo box e lasciavo che lei provasse ad avvicinarmi. Lo ha fatto fermandosi a un passo dal mio piede, stendendo il muso perché le sue narici potessero cogliere più indiscrezioni possibili sul mio conto. Teneva gli occhi spalancati e lo sguardo vigile; il corpo teso e pronto alla ritirata in caso di pericolo. Ho provato a chiamarla Gwendolen per vedere “come le stava”.
Ha gli occhi piccoli e scuri, mansueti. Tutto in lei è piacevolmente femminile: si muove istintivamente con misura, si siede composta, appena è certa di essere al sicuro, e lo fa con armonia. Molte donne non riuscirebbero a eguagliarne la grazia e forse nemmeno a comprenderla per invidiarla.
La presenza di un altro cane la rassicura; lo osserva e prova a fidarsi di quello che fa l’altro che non mostra alcun tipo di ansia.

Un ragazzo è tornato con Victor. Ha aspettato che le facessimo una fotografia per ricordare questo momento e poi le è andato incontro. Gwendolen ha fatto qualche passo indietro, reclinando il muso e appiattendo il corpo a terra. Con le spalle al muro della rimessa si è arresa, ma poi ha ricominciato a torcersi per fuggire alla cattura, pazza di fronte all’ignoto. La sua vescica ha rilasciato una scia di piscio che ha bagnato la braga del suo rapitore mentre la caricava in macchina.
Con lei però è salito anche l’altro cane, Paul, e lei si è appoggiata al suo fianco mentre lui si accucciava. Paul che non è più Paul, ma Ernest.

Ernest che è entrato in casa sabato pomeriggio – entusiasta, al solito – e che il giorno dopo è venuto con noi a prendere l’ultimo tassello mancante alla nostra famiglia rinnovata.
Poteva diventare Edgar, ma abbiamo optato per Ernest. Un omaggio alla nonna di Victor –  Ernestine, che gli ha insegnato a pretendere qualità nella vita e la qualità della vita con un animale – e un omaggio letterario al caro vecchio Algernon.

Una follia indubbiamente. Ci pentiremo assai presto della sconsiderata imprudenza: due cani giovani e cacciatori, un piccolo appartamento, le fobie di Gwendolen.
Adesso spetta a Ernest mostrarle la leggerezza. Non ho dubbi: funzionerà.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

31. Le vacanze di Victor.

Non so dire perché mi riesca tanto difficile decidere di avvicinare il cane a cui continuo a far visita sul web. Lui è sempre lo stesso nell’unica fotografia che lo ritrae e io non ho cambiato il modo di guardarlo. Provo premura verso di lui. E un gran senso di colpa perché io ho già goduto della compagnia di un animale del tutto simile.
Ho pensato che il timore di tradire la memoria di Algernon potesse inibire la ricerca di un cane come lui, ma non ho mai sostituito un amico e non lo farei ora. In quel cane io non vedo il doppio di Algernon ma tuttavia riconosco un carattere simile e mi pare una benedizione insperata. Qualcosa di bello a cui ho dovuto rinunciare.

Giacché abbiamo visto Babuche perché non andare a conoscere l’altro? Victor sta scaricando un’immagine, un quadro di Magritte credo:
è Magritte?
sì mio caro. Le vacanze di Hegel cita trionfante e inclina il video del computer perché io possa vederlo. Un bicchiere in equilibrio sull’ombrello aperto. Non indago la dialettica hegeliana e non provo a capire cosa si intenda per equilibri plastici, ma stabilisco subito un legame tra Victor e quella immagine:
perché ridi? mi chiede lui, sapendo che Magritte non è tra i miei preferiti.
sorrido. Per il titolo «Le vacanze di Hegel». Penso che tu saresti capace di trascorrere le tue vacanze cercando di tenere un bicchiere in equilibrio su un ombrello aperto.
Victor è capace di essere pignolo nelle faccende più banali, meticoloso sino al ridicolo e naturalmente pedante. Io riduco in burla i suoi eccessi, eppure rimango certo dei risultati che può raggiungere con la sua perseveranza.

Per Victor il discorso canile può avere fine: domenica andiamo a vedere l’altro… com’è che si chiama?
Non replico e aspetto con impazienza la domenica. Come se qualcosa fosse nell’aria e stesse per succedere, Monsieur Ronsard mi ha chiesto ieri se avessi intenzione di prendere un altro cane. Me lo chiedono in molti, ma mi è parso di buon auspicio che fosse Monsieur Ronsard a parlarne. Sempre discreto, sempre riguardoso. Ha acquistato il suo giornale e ha fatto per andarsene; poi si è voltato: io ho pronti i biscotti per il cane, si ricordi. E mi ha sorriso.
Nel frattempo io e Victor continuiamo a infilare Babuche nei nostri discorsi, come un simbolo di punteggiatura: un punto interrogativo per l’esattezza. Dacché l’abbiamo vista ci domandiamo cosa possa averla spaventata tanto e soprattutto quante possibilità abbia di finire in adozione. La definiscono un cane problematico e propongono un avvicinamento graduale ma temo che tanta sollecitudine nel tutelarla scoraggi i visitatori.

Domenica. Il canile in cui vive Paul è piccolo e all’apparenza trascurato e povero di mezzi. Attraverso la rete vediamo un cane lupo dal pelo lungo che gira in tondo sul suolo di ghiaia, tenendo la testa inclinata a sinistra.
Victor si avvicina alla porta di ingresso per cercare di parlare con qualcuno e io rimango a compatire la pena di quel povero cane che pare pilotato da un meccanismo inceppato.
È cieco e questo è il suo modo di stare in mezzo agli altri. Mi spiega una donna che sta lavando il pavimento di un box con il getto d’acqua di una pompa. Va a chiudere il rubinetto e mi passa davanti: sente le voci degli altri cani e inizia a correre così. Poi gli si avvicina e si abbassa e lui si appoggia al fianco di lei: sembra abituato alla sua presenza e alle sue carezze.
Quando Victor mi chiama mi dirigo all’entrata. Paul è chiuso dietro una porta scura: è il suo turno di uscita ma è stato isolato per dare la precedenza a un maschio rissoso di taglia più grande.
Poi la porta viene aperta e Paul salta fuori e travolge Victor che gli sta di fronte. Gli preme le zampe sul ventre e continua a dimenarsi in cerca di attenzione, facendosi reggere sulla zampa su cui la chirurgia recente ha lasciato una traccia appena visibile. Io provo ad unirmi a loro e allora il cane sposta una zampa su di me e spinge avanti il muso arrivando a leccarmi guancia e orecchio; io arretro e lui affonda. Paul è un frangente, un’onda che vedi piegare la cresta e rompersi, spumeggiando. Nella fotografia appariva serio, perfino triste.
Volete provare a fargli fare due passi? Un uomo grasso con un mozzicone di sigaretta spenta all’angolo delle labbra esce dalla veranda a cui sta appeso un cartello: “Ufficio-Orari”. Ci porge un guinzaglio sfilacciato e con le mani libere si sistema la camicia nei calzoni.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

30. L’ardire di credere alla felicità.

Ma dov’eri finito? Ti ho detto vado a prendere la macchina e ti aspetto sotto.
Ho pensato che potevamo averne bisogno.
Ho sistemato dietro il sedile due paia di stivali di gomma e siamo partiti. Una giornata di pioggia è l’ideale per andare a conoscere un cane. Una giornata di pioggia è l’ideale per fare un sacco di cose. Io poi riesco a conservare più a lungo il ricordo di ciò che è accaduto in una giornata grigia; mi rimane impresso con una resa migliore, sospeso in un alone atemporale, sentimentale.

 

Le indicazioni di Monsieur Abraham erano chiare. Usciti da Beaumont-du-Gâtinais l’auto ha infilato una strada che presto si è ristretta a una sola corsia. Victor ha incollato il naso al parabrezza appannato e ha decifrato il percorso tra i campi mentre io mi guardavo attorno. Il suono regolare del tergicristallo misurava i nostri pensieri.
Davanti all’insegna del canile Victor ha spento il motore e siamo rimasti a guardare, sotto la pioggia che continuava a scivolare sul parabrezza e ticchettare sul tetto e sul cofano: un cancello in lamiera che non lasciava intravedere nulla, con un’unica feritoia – l’asola per la corrispondenza – e un grosso contenitore chiuso, sulla destra, per la raccolta delle coperte donate al canile.
Una volta scesi, due verità sono parse inequivocabili : oltre quel muro c’erano dei cani e gli stivali di gomma sarebbero stati utili.
Le voci degli animali accolti nel rifugio si sovrapponevano discordanti – una mescola sconsolata di pianti e di latrati – cercando di oltrepassare le mura di recinzione. Al cancello è venuto un ragazzo e ne ha chiamato un altro perché ci accompagnasse attraverso il cortile. Con lui che ci precedeva abbiamo percorso i corridoi che separano i box, incrociando per pochi istanti le storie degli animali che li occupano.
L’impressione è stata buona: i cani dispongono di spazi piuttosto grandi e un bel gruppo di volontari garantisce a tutti lo sfogo di una passeggiata nella campagna intorno. Alcuni di loro stavano prendendo una tazza di tè con la torta che la più anziana aveva preparato. Abbiamo accettato un bicchiere di quel tè ambrato che il termos aveva conservato bollente e quando abbiamo detto di aver perso un cane cacciatore hanno pensato di mostrarci Babuche, l’unico segugio in canile:

Questo non è un segugio. È un coso ha commentato Victor sorridendo intenerito davanti a Babuche.
Il Coso in verità è una Cosa ed è evidente che la paura condiziona ogni suo movimento. Probabilmente uno dei genitori era un cane da caccia e ha orecchie sottili e lunghe come un segugio; i suoi colori sono quelli di Algernon tranne una peluria bianca e nera, sottile e rada, che dal mento arriva alle prime mammelle, come uno sparato prima di essere inamidato.
L’abbiamo sorpresa racimolata contro un vecchio cane da pastore, Sandokan e per non provocare oltre la sua paura, Victor si è accovacciato a terra dandole le spalle. Lei ha mostrato curiosità e tuttavia la paura l’ha costretta a una coreografia nervosa: sfiorava le sbarre dov’era appoggiato Victor e tornava subito a Sandokan e di lì saltava sul tetto della sua cuccia. Ridiscendeva all’istante per ricominciare daccapo, spinta dall’ardire di credere che qualcuno fosse capace di avvicinarla come avrebbe desiderato lei.

Quando ho chiuso la portiera ho pensato che nel caos dell’abbàio continuo non c’era la voce di Babuche. Non abbiamo sentito la sua voce durante tutto il tempo in cui siamo stati con lei. Però i suoi occhi neri sono stati eloquenti: lucidi e cisposi, ci hanno analizzato a lungo e il suo sguardo furtivo non ha temuto di reggere il nostro.

La sera siamo di nuovo in macchina per andare al cineclub – una rassegna di corti animati – e Victor è ancora alla guida. Sui grandi boulevards in periferia io osservo la gente, poca, sui marciapiedi bagnati. Passando vedo un uomo appoggiato al balcone, stretto. Lui è di bassa statura e a giudicare dal volto tondo ha forme ingombranti e flosce; tiene con una mano i due lembi di una coperta che si è gettato sulle spalle, come una mantella. Li tiene serrati sul petto perché non filtri l’aria umida della notte. Lo guardo e vedo un soggetto colto dall’obiettivo di Martha Cooper, immobilizzato nel bianco e nero di una sua fotografia.
Nel fine settimana abbiamo visitato una retrospettiva sul suo lavoro a NYC negli anni Settanta. Io adoro condividere queste esperienze con Victor: lui nota cose che io non noterei mai – mai nello stesso modo – e questo è molto stimolante.
In uno scatto un bambino fingeva di stare alla guida di un rottame abbandonato in strada, nel Lower East Side: una mano sul volante e l’altra alzata. Ho pensato a un segno di saluto verso un amico non inquadrato. Non ho nemmeno messo in conto un’altra possibile interpretazione.
Victor mi ha detto che ha avuto l’impressione che il bimbo si stesse riparando dal sole.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.