Archivi categoria: diario parigino

IV. Stare al sicuro.

Facciamo la spesa prima di cena per stare insieme. Perché manca il pane o per acquistare qualcosa di molto goloso di cui doversi pentire. Poco importa: un pretesto pur di fare qualcosa insieme.
Paghiamo, salutiamo la cassiera e prima di infilare il corridoio verso l’uscita Victor saluta pure l’addetto alla sicurezza, impalato in fondo alle casse, nume tutelare in divisa, con le gambe allargate ancorate a terra negli anfibi e i pugni chiusi dietro la schiena.
È iniziato tutto quando l’estate scorsa era stato assunto il ragazzo prodigio: quasi due metri di proporzioni ideali. Portava la divisa come uno smoking e sfilava lentamente dietro le casse come su una passerella della rive Droite.
In effetti il nodo della questione stava proprio nel modo in cui si muoveva portandosi dietro tutti quei muscoli bruni, tonici e armoniosi. Muscoli che non pensavo esistessero. O comunque Victor ne è completamente privo.
Così è nato lo scherzo tra me e Victor: io dicevo di voler andare a far compere per poter spiare il movimento di quel corpo e Victor si fingeva geloso. Comunque piaceva anche a lui.
Di fatto, io che temevo si vedesse che lo osservavo mi irrigidivo in un’indifferenza altezzosa se il suo sguardo incrociava il mio. Victor invece sorrideva e salutava: si congedava all’uscita come ci si congeda dal concierge dopo avergli consegnato le chiavi.
Poi un giorno mentre aspettavo il mio turno reggendo il pacchetto di fette biscottate, il latte e il barattolo di maionese, il bicipite dell’addetto sicurezza ha sfiorato la mia spalla. Mi sono voltato senza sapere che erano suoi gli occhi che stavano guardando la pila vacillante della mia spesa. Mi ha chiesto scusa e ho potuto udire la sua voce.
Non riesco a pensare a nulla di meno armonico. Voglio dire: quell’architettura equilibrata produceva un suono stonato, sgradevole perché asimmetrico. Era scorretto verso chiunque lo ammirasse.
In quel momento ho rivalutato Victor e ho deciso di rimanergli fedele.
Adesso l’addetto sicurezza è stato trasferito ma Victor rende il saluto a chi gli è subentrato, un tale con la barba, i muscoli gonfi di palestra e la sindrome del guardiano, come un bambino che gioca a fare Dirty Harry.

Usciamo nella notte, io reggendo due borse e Victor fissando lo scontrino.
– perché saluti sempre quelli della sicurezza? Io non lo faccio. Penseranno che sono uno stronzo.
– perché mi danno sicurezza – risponde e passa oltre mentre io saluto Madame Pépin.
Victor se ne accorge quando alzo la voce e torna verso di noi:
– ben trovata Madame – e Victor accenna un inchino perché sa che Madame apprezza questo genere di attenzioni.
– buonasera Monsieur Laurent.
Per scambiare qualche parola con Madame Pépin occorre alzare il tono della voce. Comunque Madame non sente quasi nulla; cerca come può di afferrare il senso di ciò che dicono gli altri.
Ci dice che è tornata adesso dal paese in cui è nata:
– sono stata un mese. Tanto sono sola. Mia figlia mi ha detto: rimani.
È piccola e tonda come una biglia di vetro Madame e come una biglia di vetro luccica per via di un sorriso sempre splendente. Ha cura del suo abbigliamento e indossa dei bei tailleurs anche quando esce per andare in ferramenta.
Le chiedo se le manca il suo paese in campagna e lei si affretta a fare cenno di no, la piccola testa scura con la piega fissata sotto la lacca:
– a me non piaceva vivere in paese. Quando ero piccola e mio padre andava nei campi con i miei fratelli io chiedevo a mia madre di rimanere ad aiutarla a fare il pane pur di stare in paese.
E sorride cercando la nostra approvazione.
– Quando mi sono sposata ero felice che mio marito mi portasse a vivere in città.
Inizia a piovere e ci congediamo da Madame per permetterle di entrare al riparo. Lei, previdente, tira fuori dalla borsetta un ombrellino pieghevole, amarena a pois bianchi. Ci invita a radunarci sotto il suo parapioggia glamour. Ringraziamo entrambi ma ci avviamo verso casa.

Gwendolen aspetta un boccone sulla porta del cucinino mentre sto ai fornelli. Victor porta un biscotto a Ernest, sul divano.
– devi smetterla di servirlo in questo modo. Se vuole scende a chiederlo.
– ma lei glielo ruba subito. Vero? – e lo fissa con amorevole comprensione mentre Ernest deglutisce e torna a distendersi. Victor finisce di leggere l’etichetta dei biscotti di verdure – grigliati, con vitamine.
Servo in tavola e mi ricordo che in televisione c’è un bel film, Quarantacinque anni, british.
– ma lo abbiamo già visto – mi dice Victor.
– non ti va?
– no, certo che mi va. Ma lo abbiamo già visto.
– io lo ricordo solo fino alla festa di anniversario.
– ma io non l’ho visto da solo.
Iniziamo a mangiare e il film è già iniziato da una decina di minuti.
Scivolo nel pathos della storia e Victor interrompe per dire:
– non ti ricordi le passeggiate di lei con il cane?
Rispondo e torno a concentrarmi.
– Adesso fanno vedere il salone. Con i quadri sulla parete del camino.
Non dico nulla.
– Ti ricordi che lui teneva i suoi ricordi nella mansarda?
Devo intervenire:
– ho capito che lo ricordi. Devi descrivere tutta la mobilia per dimostrarlo?
– sto zitto. Sto zitto.
Sta zitto.
– però lo abbiamo già visto.

Sbriciolato il pathos Victor inizia a guardarlo veramente e io inizio ad annoiarmi un po’. Gwendolen russa reggendo il muso sulla schiena di Ernest. Si arrotolano come gomitoli e dormono vicini.

La festa dell’anniversario non arriva mai. È la scena finale in effetti. Ha ragione lui: l’avevamo già visto.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

III. Amami a basso costo.

Una vita, per quanto a lungo venga concesso di viverla, è affare fuggevole: troppo breve se hai capito il meccanismo e vorresti sfruttarne le opportunità. Geniale e perverso, con il passare degli anni ti vengono pure sottratte le forze così rinunci ai tuoi progetti perché non riesci a sostenerli fisicamente.
Del resto nell’arco di un’esistenza ci è dato di entrare e uscire da più di una vita con sufficiente disinvoltura; talvolta non ne abbiamo coscienza, talaltra il passaggio va raccontato a un analista.
Capita che la vita cambi: scompare una generazione di persone conosciute, il nostro corso di studi non esiste più, la vetrina del turkish kebab pare più grande della vetrata in legno del bistrot che c’era prima, ci dicono che i dvd sono superati e noi conserviamo le copie in vhs.
Hanno sostituito il nastro perforato e la pianola suona una canzone diversa. Tocca adeguarsi ed io, alla soglia dei cinquanta, mi proclamo pronto al cambiamento. Prima covavo un rassicurante senso di conservazione che talvolta degenerava nella celebrazione di una personale memoria storica – la casa della nonna, la cartella rossa, il biglietto della Royal Albert Hall la notte della Vigilia.
Era tutto prevedibile, tutto conformabile; alla fine tutto molto noioso.

Ho sempre letto molto e quindi ho vissuto l’esistenza dei personaggi di carta.  Inoltre presto attenzione alla vita degli altri e assistere è un po’ come partecipare: come assaggiare il sugo in cottura sapendo che non sarò in tavola quando sarà servito.
Guardarsi attorno è un’operazione divertente e utile: basta un po’ di esercizio e l’interesse antropologico si alimenta da sé. Certamente la mia collocazione è privilegiata; stare in un chiosco di giornali a mezzo tra il passaggio della gente e quello delle macchine è come nascondersi in un casotto di palude per osservare una dendrocygna viduata che spolvera le penne del gregario.
La gente sa di essere raggiungibile dallo sguardo altrui ma in strada allenta il controllo sul proprio comportamento. In coda alla cassa o nello studio del dentista le persone sono più attente al proprio contegno; fuori meno.
Stamane ad esempio ho notato una bambina peruviana – gli occhi piccoli e gli zigomi alti e larghi -alla fermata del 72. Stava seduta sulle ginocchia di quello che probabilmente era il padre e gli pettinava la frangia. Passava e ripassava la piccola mano olivastra sui capelli neri appiattendoli sulla fronte e lo faceva restando concentrata sulla testa di colui che, reggendola in vita, fissava immobile le auto in strada . Malgrado l’indifferenza apparente era evidente che lui gradiva il tocco di quella mano, carezzevole e soporifero.
Più avanti ho seguito i passi di una donna bellissima nell’erba dello spartitraffico. Aveva la pelle marrone scuro – il marrone delle castagne – e indossava un abito nei colori del bianco e dell’arancione, coperto in parte dal cardigan di lana marrone, stretto alla vita sottile. Camminava in un paio di francesine basse – nere e marrone scuro – e io ho pensato che le persone eleganti non si sporcano mai. Io ne sarei uscito quasi certamente con la terra appiccicata alla suola e i tacchi infangati ma lei era perfetta prima e dopo la traversata.
Mentre ritiro nell’imballaggio i quotidiani non venduti mi accorgo di una signora sulla sessantina ferma a fianco del palo semaforico. Suo malgrado diffonde un chiaro messaggio al resto del mondo: alla tracolla pende una borsa di stoffa fucsia su cui leggo “love me” a caratteri argentati mentre dal suo pugno spunta il volantino del supermercato, arrotolato distrattamente, su cui è visibile il monito “a basso costo”, nero su giallo. Sarà l’automobilista che si è appena fermato a cogliere la sua modica richiesta di affetto? Ma la signora ubbidisce al segnale semaforico e attraversa la strada.

Capita che lo sguardo si avvilisca sulla panchina su cui rimane la lattina di birra e il contenitore delle crostate all’albicocca scartate lì attorno. E se ripassi più tardi ci trovi seduta la vecchia Madame Roüan che fa tappa con la borsa della spesa prima di affrontare l’ultimo tratto verso casa.
Capita che volti le spalle a un’altra panchina mentre cerchi di liberare il cane dal guinzaglio legato a una zampa e quando ti giri intravedi Madame Vincent – ottant’anni e le pantofole di pile chiuse col velcro – che sostiene una donna che non credevi avesse un qualsiasi legame con lei.
Eri abituato al passo rigido di quella donna sulla quarantina, i capelli corti e gli occhiali e un gusto squisito per l’abbigliamento, sempre roba di buon taglio in british style. Eravamo abituati tutti nel quartiere a vederla fermarsi per riassestare l’equilibrio e spingere gli occhiali sul naso con il polso perché la mano accartocciata non poteva più farlo. Chi ancora indugiava a osservarla non era del quartiere.
La rivedo al braccio di Madame Vincent che raggiunge la panchina e la spinge cautamente incontro allo schienale perché lei possa ancorarvi le mani e ruotare lentamente il busto per sedersi, ancor più lentamente.
Questa volta il sugo che assaggio è acido, rivolta lo stomaco, ma è necessario inghiottirlo.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

II. Tisana curcuma e zenzero.

Siamo arrivati sotto casa che era calata la notte. Al solito ho sentito Gwendolen avvicinarsi alla porta mentre la chiave girava nella serratura. Si siede davanti alla porta di casa e aspetta che venga aperta per metà. Lo faccio piano per non guastarle il piacere del momento: i nostri sguardi si incrociano e lei si alza per salutare. Io pronuncio il suo nome, le dico quanto mi sia mancata e lei attacca a scodinzolare dimenando la parte posteriore del corpo come se fosse svincolata da quella anteriore – che frattanto rimane composta.
– Ed Ernest dove l’hai lasciato? – Coco si è chinata per stare sullo stesso piano di Gwendolen e ricambiare le attenzioni che ha ricevuto da lei. Coco è capace di comprendere cosa significhi per Gwendolen tutto questo dispendio di energia, la libertà di manifestare i suoi sentimenti. Quindi si lascia annusare rimanendo accovacciata sul pavimento.
– Ernest starà dormendo. Ma arriverà. È più lento di lei – e infatti lo vediamo oltrepassare la soglia della camera e venirci incontro sbadigliando rumorosamente e iniziando a scodinzolare di lontano, senza precipitarsi. Una volta vicino pretende una certa esclusività; si alza sulle zampe posteriori e allunga quelle davanti sul mio petto spingendo il naso bagnato sino all’attaccatura delle mie orecchie.
Ordiniamo qualcosa alla gastronomia cinese e io mi infilo sotto la doccia.

Io e Coco abbiamo percorso una decina di chilometri su boulevard de l’Hopital e poi lungo la Senna: quasi sempre camminando e correndo per brevi tratti.
È stata una sua idea venire a correre con me. Tuttavia, se si esclude l’acquisto del completo in tessuto traspirante e la scelta delle scarpe con tecnologia di ammortizzazione e perfetta aderenza, l’esperienza è stata deludente. Conoscendola sembrava annoiata e al ritorno ha tentato una mezza dozzina di conversazioni salottiere alle quali ho opposto un muro di silenziosa disciplina sportiva. Poi ho ceduto e abbiamo rallentato il passo:
– così però ti dai per vinta subito.
– non ce la faccio a correre e respirare nello stesso tempo. Mi sento il cuore battere contro il palato.
– mi dici perché hai voluto provarci?
– perché alle donne dopo i cinquanta si affloscia il ventre.
– ma tu non sei una donna.
– e tu non sei un gentiluomo. Cretina.
Debbo ammettere che non avevo fatto molto affidamento sulla sua eccitazione per la corsa. Forse però mi ero illuso che potesse compiere un percorso netto di camminata veloce.
Comunque non è mia abitudine fare il giro in compagnia. È inutile credere di poter condividere le proprie abitudini: nel migliore dei casi l’uno si adatta a quelle dell’altro con il risultato di fare qualcosa di piacevole che comunque non è quello che avremmo voluto fare.
La corsa per me è un momento della giornata che serve a pensare o a non pensare affatto. A volte rifletto e prendo decisioni, altre – e sono le più numerose – mi annullo nei rumori di una città che riconosco come mia. Mi sta attorno e io ne faccio parte; specie ora che l’autunno le sta restituendo l’aria umida di freddo e inizia a sfogliare i grandi alberi del lungofiume.
Quando sono uscito dal bagno ho trovato sul tavolo un tazzone fumante con il coperchio scompagnato calato malamente sopra. Coco è uscita dal cucinino con la sua tazza:
– ho fatto una tisana zenzero e curcuma. Depurativa e antiossidante – ha letto sulla scatola – l’ho comprata stamattina e ce l’avevo in borsa. Non hai del miele?
– una tisana prima di cena? Non crederai davvero che la beva?
Coco ha sollevato il coperchio dalla mia tazza confidando nel profumo aromatizzato della bevanda e me l’ha messa sotto il naso costringendomi a un suffumigio  medicamentoso.
Appoggiata al lato più corto del tavolo, Coco sorseggiava l’infuso caldo e assumeva la posa dell’ascolto: il braccio piegato sotto la guancia, lo sguardo accogliente con cui mi ha sempre estorto le confidenze.
In fondo ci speravo di poterne parlare con lei: soffro del poco tempo che Victor riesce a dedicarmi. Soffro del fatto che ne dedica poco anche a sé stesso ultimamente.
Parlandone prendo in considerazione la possibilità che sia una proiezione sbagliata di ciò che avrei voluto fosse o che il ricordo distorto di ciò che è stato esasperi una situazione che in verità è in linea con ciò che è sempre stato. Contorto come tutti i pensieri. No, è il tentativo di spiegare il pensiero ad essere contorto.
È necessario capire per non proiettare sull’altro delle aspirazioni basate sull’immagine idealizzata degli inizi. Voglio dire: credere che l’altro non è più così attento come agli albori di un rapporto è un’affermazione che deve passare attraverso la ricostruzione oggettiva di quei primi tempi.
Il fatto è che io sono vittima di periodici accertamenti su quanto la vita sia breve. Lo constato di tanto in tanto e di conseguenza organizzo il restante tempo a disposizione per goderne con gli affetti più cari. Se nel frattempo quelli sono impegnati in altre attività ne faccio una questione personale.
– mi detesto quando do per scontato che una conquista sia fatta una volta per tutte. Diventi adulto credendo che in una coppia ci si debba conquistare continuamente ma poi chi lo fa veramente? Io lo pretendo senza farlo. Eh? Do questa impressione?
Che significa tra l’altro covare la certezza di essere sempre attraenti allo stesso modo senza mettersi mai in discussione. È presuntuoso.
Ho continuato a parlare, a confessarmi e ragionare sulle affermazioni che andavo facendo, sviscerandole sul tavolo come un babilonese versato in epatoscopìa, fino al suono del campanello di casa.

Ho tolto di mezzo le tazze per far spazio alle monoporzioni in alluminio mentre Coco cercava di identificare le vaschette con i primi. Solo poggiando le tazze sul fondo del lavello mi sono accorto che anche la mia era vuota: l’avevo sorbita per intero.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

46. La pallina da golf.

– Qual è la vita media di un lenzuolo? – Victor analizza controluce un lato del lenzuolo lacerato dall’affondo della zampa di Ernest: – ma non si può riparare?
– ormai è liso tutto intorno. Ci vedi attraverso.
– ma ci sono parti ancora buone – Non so da cosa gli derivi un intermittente spirito di conservazione che gli impone di tentare il tutto prima di separarsi da certi oggetti.
Avanzo una giustificazione ragionevole:
– è naturale che un lenzuolo non si consumi in ogni sua parte. Se non fosse già ridotto male lo strappo non si sarebbe allargato tanto… non puoi continuare a portare una camicia che ha collo e polsini sciupati solo perché il taschino è come quando l’hai acquistata.
Prendo io il lenzuolo: prima viene sottratto alla vista e prima Victor trova un altro argomento di conversazione.

Comunque ci risiamo: il cielo di Parigi si è tinto di un azzurro carico di luce che francamente con Parigi non ha nulla a che fare. Tocca aspettare che torni l’autunno; lo farei chiuso in uno sgabuzzino se solo potessi.
Madame Poulain dev’essere rientrata dal suo soggiorno al mare. Il profumo di sugo che sento salendo le scale può provenire solo dalla sua cucina: l’aroma dei soffritti, il profumo del pomodoro, i vapori degli stufati cotti a lungo.
Sono entrato in casa in tempo per rispondere al telefono: Margot ci ha invitato a trascorrere qualche giorno a casa loro, nella campagna di La Haye-Aubrée.
Non manca mai di farlo, con squisita gentilezza. Ha pure annunciato una ghiotta novità: il fienile della fattoria è stato trasformato in un bilocale e adesso compare fra le gîtes de France in affitto nel parco delle anse della Senna normanna:
– abbiamo pensato che poteva essere una risorsa in più per le ragazze.
– allora lo prenotiamo noi.
– no, voi dovete stare con la famiglia… abbiamo anche un sito nostro; lo ha fatto David, il figlio di Pascal.
Victor se lo ricorda David, lo ha visto crescere.
– ormai è un uomo. Alleva maiali e costruisce siti internet.
– …?
– per lavoro. Alleva maiali e costruisce siti internet. Tutti quelli che ne avevano bisogno qui intorno si sono affidati a lui – Margot ribadisce il concetto e io mi abituo all’idea.

Ieri ho visto Jerome. Abbiamo mangiato un panino da André. L’ho visto incuriosito dalla combinazione degli ingredienti proposti da André; ha scelto subito una salsiccia e poi è rimasto a lungo davanti al menu delle verdure. Non c’erano altri clienti e André ha intuito la situazione: fare una scelta in un elenco di voci significa per Jerome compiere uno sforzo per organizzare nella propria mente quelle voci dando loro un senso.
Ha avuto tutto il tempo di farlo. Quando ha ordinato il suo panino ha cercato di cogliere nello sguardo di André un cenno di approvazione.
– anch’io ci metto sempre i funghi con la salsiccia. Ottima scelta Monsieur!
Jerome ha sorriso e conoscendolo sono certo che ha apprezzato la delicatezza di André che ha dissolto l’imbarazzo del mio vecchio amico. Perché Jerome si rende conto della sua fragilità: talvolta si arrabbia, più spesso – purtroppo – si lascia vincere dalla malinconia.
Ci siamo seduti al tavolo e abbiamo chiacchierato a lungo, anche dopo aver terminato il nostro pranzo. André è uscito dal furgoncino per fumarsi una sigaretta e passandoci accanto ci ha sorriso:
– tutto bene Messieurs?
Quando ho chiesto a Jerome che cosa avesse voglia di fare mi ha risposto senza esitazione:
– mi piacerebbe andare lungo la Senna per guardare la gente che passa.
Io sono rimasto in silenzio e lui è stato più preciso:
– mi piace vedere quelli che corrono.  Sai, quelli che fanno jogging – e ha mimato l’oscillazione delle braccia durante la corsa, ridendo – è una cosa che non ho mai fatto. Non ho mai avuto il fiato. Ma mi sarebbe piaciuto perché dà un senso di libertà. Di energia.
Ci siamo incamminati lungo il fiume.
– sai che porto i cani lungo il fiume, a Ivry? Percorriamo un sentiero lungo un campo da golf e l’altro giorno ho trovato una pallina volata oltre la rete. Me la sono presa. Non ho mai avuto una pallina da golf.

 

Je vous souhaite un bel été. Merci.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi en automne.