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32. I panni sporchi.

Lo porti a lavare il tuo giaccone blu?
Non è blu. È nero.
È un bel punto di blu per essere nero.
A me pare blu, un bel blu scuro. E comunque Victor non starebbe bene con un giaccone nero. Di nero potrebbe indossare solo uno smoking.

Nel nostro quartiere non esiste più una tintoria. Esistono due lavanderie self service a meno di 200 metri l’una dall’altra, ma nessuno pare sentire il bisogno di una tintoria tradizionale.
Se necessario Victor consegna i capi delicati a Madame Dolores, una cliente della sua gastronomia. Madame è cilena e vive a Parigi da qualche anno, da che il figlio unigenito ha preteso che lei lo raggiungesse. Lui non poteva sopportare la solitudine della madre lontana e così adesso Dolores ha trovato una sistemazione vicino alla casa del figlio e dato che c’è, si occupa lei dei nipoti – tre – dalle 6 del pomeriggio all’ora di cena e due sere a settimana.
Non credo che Dolores abbia intenzione di imparare qualche parola in francese. Ha un bel sorriso e con quello ritira la merce e la riconsegna pulita.
In effetti ha sempre restituito abiti lindi, ma mi domando perché Victor si ostini a servirsi da lei dopo che gli ha rovinato un cappello di pile facendogli saltar via i bottoni dei paraorecchi e dopo che Madame ha preso l’iniziativa di rasare il mio cappotto per eliminare gli antiestetici pallini di lana. Non l’ho più indossato quel cappotto: prima era antiestetico, ma dopo il trattamento era diventato ridicolo. Liso e frusto come se lo avessi ereditato dal bisnonno e prima di me lo avessero portato il nonno e mio padre.
In genere nei film nelle lavanderie a gettoni si svolgono dialoghi chiarificatori o comunque rilassanti; è un ambiente in cui si deve aspettare e aspettando si svuota la propria intimità: esce dalla borsa un calzino bucato o il panciotto di lustrini della gara di salsa e non si può più fingere.
Quando il magazzino dell’editore Bruffard era in rue L. avevo spesso occasione di passare davanti a uno di questi negozi, ad una sola vetrina, quattro o cinque lavasciuga, al confine tra un quartiere medio borghese in decadenza e uno popolare multietnico abitato male e male frequentato. Ho sempre visto il gestore seduto su una sedia da cucina con un pinscher in braccio; se Algernon era con me il pinscher si precipitava alla porta e ringhiava rabbiosamente finché Algernon scompariva alla vista. Questa è l’unica scena animata che ricordo di aver spiato attraverso il vetro.
Un paio di volte ho incrociato delle brigate di tre o quattro tizi che trasportavano voluminose borse di nailon in cui stavano ammassati capi di vestiario di ogni genere. Ho concesso loro il beneficio del dubbio, ma non credo fossero comitive di quartiere unite dalla passione per il bucato.
È consolante pensare che gli abiti rubati vengano lavati prima di finire sulla bancarella del mercato.

Ieri sera cucina greca procurata da Coco. Victor, ispirato dal tema, è apparso in cucina con un pareo blu cobalto che ha steso sul tavolo. Ha sistemato tovaglioli bianchi a lato dei piatti con i bordi geometrici regalatici da Antonio l’estate in cui dovevamo andare insieme a Mykonos. In centro tavola la statuina in gesso di Dioniso, dono al talento organizzativo di Victor per una festa di compleanno che rimarrà insuperata negli annali dei bagordi realizzabili in un monolocale.
Mentre aprivo la porta a Coco, Victor ha annodato un nastro blu al collo del convitato divino e Coco lo ha trovato perfetto.
Avevamo bisogno di stare insieme per imparare insieme ad accettare la malattia di Jerome, i suoi cali di attenzione, la sua confusione mentale. Coco si sentiva in colpa per aver tradito la sua intelligenza, ma ha dovuto rassicurarlo garantendo la presenza del suo coniglio di compagnia. Ha finto di cercarlo sotto il letto di ospedale: Nureyev è qui, contro il comodino.
Finalmente Jerome ha trovato pace: allora lascialo lì. Uscirà quando ne avrà voglia.
Al fisioterapista che gli ha chiesto di porsi un obiettivo nel percorso riabilitativo che stanno compiendo insieme, ha detto che vuole tornare a infilare il filo nella cruna dell’ago. Non ha dimenticato di cosa sono state capaci le sue mani.
Victor tenta un altro argomento. Ha bisogno di parlare di vita e parla di Paul, del suo entusiasmo contagioso. Io penso che gioverebbe a Babuche e lo dico.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

31. Le vacanze di Victor.

Non so dire perché mi riesca tanto difficile decidere di avvicinare il cane a cui continuo a far visita sul web. Lui è sempre lo stesso nell’unica fotografia che lo ritrae e io non ho cambiato il modo di guardarlo. Provo premura verso di lui. E un gran senso di colpa perché io ho già goduto della compagnia di un animale del tutto simile.
Ho pensato che il timore di tradire la memoria di Algernon potesse inibire la ricerca di un cane come lui, ma non ho mai sostituito un amico e non lo farei ora. In quel cane io non vedo il doppio di Algernon ma tuttavia riconosco un carattere simile e mi pare una benedizione insperata. Qualcosa di bello a cui ho dovuto rinunciare.

Giacché abbiamo visto Babuche perché non andare a conoscere l’altro? Victor sta scaricando un’immagine, un quadro di Magritte credo:
è Magritte?
sì mio caro. Le vacanze di Hegel cita trionfante e inclina il video del computer perché io possa vederlo. Un bicchiere in equilibrio sull’ombrello aperto. Non indago la dialettica hegeliana e non provo a capire cosa si intenda per equilibri plastici, ma stabilisco subito un legame tra Victor e quella immagine:
perché ridi? mi chiede lui, sapendo che Magritte non è tra i miei preferiti.
sorrido. Per il titolo «Le vacanze di Hegel». Penso che tu saresti capace di trascorrere le tue vacanze cercando di tenere un bicchiere in equilibrio su un ombrello aperto.
Victor è capace di essere pignolo nelle faccende più banali, meticoloso sino al ridicolo e naturalmente pedante. Io riduco in burla i suoi eccessi, eppure rimango certo dei risultati che può raggiungere con la sua perseveranza.

Per Victor il discorso canile può avere fine: domenica andiamo a vedere l’altro… com’è che si chiama?
Non replico e aspetto con impazienza la domenica. Come se qualcosa fosse nell’aria e stesse per succedere, Monsieur Ronsard mi ha chiesto ieri se avessi intenzione di prendere un altro cane. Me lo chiedono in molti, ma mi è parso di buon auspicio che fosse Monsieur Ronsard a parlarne. Sempre discreto, sempre riguardoso. Ha acquistato il suo giornale e ha fatto per andarsene; poi si è voltato: io ho pronti i biscotti per il cane, si ricordi. E mi ha sorriso.
Nel frattempo io e Victor continuiamo a infilare Babuche nei nostri discorsi, come un simbolo di punteggiatura: un punto interrogativo per l’esattezza. Dacché l’abbiamo vista ci domandiamo cosa possa averla spaventata tanto e soprattutto quante possibilità abbia di finire in adozione. La definiscono un cane problematico e propongono un avvicinamento graduale ma temo che tanta sollecitudine nel tutelarla scoraggi i visitatori.

Domenica. Il canile in cui vive Paul è piccolo e all’apparenza trascurato e povero di mezzi. Attraverso la rete vediamo un cane lupo dal pelo lungo che gira in tondo sul suolo di ghiaia, tenendo la testa inclinata a sinistra.
Victor si avvicina alla porta di ingresso per cercare di parlare con qualcuno e io rimango a compatire la pena di quel povero cane che pare pilotato da un meccanismo inceppato.
È cieco e questo è il suo modo di stare in mezzo agli altri. Mi spiega una donna che sta lavando il pavimento di un box con il getto d’acqua di una pompa. Va a chiudere il rubinetto e mi passa davanti: sente le voci degli altri cani e inizia a correre così. Poi gli si avvicina e si abbassa e lui si appoggia al fianco di lei: sembra abituato alla sua presenza e alle sue carezze.
Quando Victor mi chiama mi dirigo all’entrata. Paul è chiuso dietro una porta scura: è il suo turno di uscita ma è stato isolato per dare la precedenza a un maschio rissoso di taglia più grande.
Poi la porta viene aperta e Paul salta fuori e travolge Victor che gli sta di fronte. Gli preme le zampe sul ventre e continua a dimenarsi in cerca di attenzione, facendosi reggere sulla zampa su cui la chirurgia recente ha lasciato una traccia appena visibile. Io provo ad unirmi a loro e allora il cane sposta una zampa su di me e spinge avanti il muso arrivando a leccarmi guancia e orecchio; io arretro e lui affonda. Paul è un frangente, un’onda che vedi piegare la cresta e rompersi, spumeggiando. Nella fotografia appariva serio, perfino triste.
Volete provare a fargli fare due passi? Un uomo grasso con un mozzicone di sigaretta spenta all’angolo delle labbra esce dalla veranda a cui sta appeso un cartello: “Ufficio-Orari”. Ci porge un guinzaglio sfilacciato e con le mani libere si sistema la camicia nei calzoni.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

30. L’ardire di credere alla felicità.

Ma dov’eri finito? Ti ho detto vado a prendere la macchina e ti aspetto sotto.
Ho pensato che potevamo averne bisogno.
Ho sistemato dietro il sedile due paia di stivali di gomma e siamo partiti. Una giornata di pioggia è l’ideale per andare a conoscere un cane. Una giornata di pioggia è l’ideale per fare un sacco di cose. Io poi riesco a conservare più a lungo il ricordo di ciò che è accaduto in una giornata grigia; mi rimane impresso con una resa migliore, sospeso in un alone atemporale, sentimentale.

 

Le indicazioni di Monsieur Abraham erano chiare. Usciti da Beaumont-du-Gâtinais l’auto ha infilato una strada che presto si è ristretta a una sola corsia. Victor ha incollato il naso al parabrezza appannato e ha decifrato il percorso tra i campi mentre io mi guardavo attorno. Il suono regolare del tergicristallo misurava i nostri pensieri.
Davanti all’insegna del canile Victor ha spento il motore e siamo rimasti a guardare, sotto la pioggia che continuava a scivolare sul parabrezza e ticchettare sul tetto e sul cofano: un cancello in lamiera che non lasciava intravedere nulla, con un’unica feritoia – l’asola per la corrispondenza – e un grosso contenitore chiuso, sulla destra, per la raccolta delle coperte donate al canile.
Una volta scesi, due verità sono parse inequivocabili : oltre quel muro c’erano dei cani e gli stivali di gomma sarebbero stati utili.
Le voci degli animali accolti nel rifugio si sovrapponevano discordanti – una mescola sconsolata di pianti e di latrati – cercando di oltrepassare le mura di recinzione. Al cancello è venuto un ragazzo e ne ha chiamato un altro perché ci accompagnasse attraverso il cortile. Con lui che ci precedeva abbiamo percorso i corridoi che separano i box, incrociando per pochi istanti le storie degli animali che li occupano.
L’impressione è stata buona: i cani dispongono di spazi piuttosto grandi e un bel gruppo di volontari garantisce a tutti lo sfogo di una passeggiata nella campagna intorno. Alcuni di loro stavano prendendo una tazza di tè con la torta che la più anziana aveva preparato. Abbiamo accettato un bicchiere di quel tè ambrato che il termos aveva conservato bollente e quando abbiamo detto di aver perso un cane cacciatore hanno pensato di mostrarci Babuche, l’unico segugio in canile:

Questo non è un segugio. È un coso ha commentato Victor sorridendo intenerito davanti a Babuche.
Il Coso in verità è una Cosa ed è evidente che la paura condiziona ogni suo movimento. Probabilmente uno dei genitori era un cane da caccia e ha orecchie sottili e lunghe come un segugio; i suoi colori sono quelli di Algernon tranne una peluria bianca e nera, sottile e rada, che dal mento arriva alle prime mammelle, come uno sparato prima di essere inamidato.
L’abbiamo sorpresa racimolata contro un vecchio cane da pastore, Sandokan e per non provocare oltre la sua paura, Victor si è accovacciato a terra dandole le spalle. Lei ha mostrato curiosità e tuttavia la paura l’ha costretta a una coreografia nervosa: sfiorava le sbarre dov’era appoggiato Victor e tornava subito a Sandokan e di lì saltava sul tetto della sua cuccia. Ridiscendeva all’istante per ricominciare daccapo, spinta dall’ardire di credere che qualcuno fosse capace di avvicinarla come avrebbe desiderato lei.

Quando ho chiuso la portiera ho pensato che nel caos dell’abbàio continuo non c’era la voce di Babuche. Non abbiamo sentito la sua voce durante tutto il tempo in cui siamo stati con lei. Però i suoi occhi neri sono stati eloquenti: lucidi e cisposi, ci hanno analizzato a lungo e il suo sguardo furtivo non ha temuto di reggere il nostro.

La sera siamo di nuovo in macchina per andare al cineclub – una rassegna di corti animati – e Victor è ancora alla guida. Sui grandi boulevards in periferia io osservo la gente, poca, sui marciapiedi bagnati. Passando vedo un uomo appoggiato al balcone, stretto. Lui è di bassa statura e a giudicare dal volto tondo ha forme ingombranti e flosce; tiene con una mano i due lembi di una coperta che si è gettato sulle spalle, come una mantella. Li tiene serrati sul petto perché non filtri l’aria umida della notte. Lo guardo e vedo un soggetto colto dall’obiettivo di Martha Cooper, immobilizzato nel bianco e nero di una sua fotografia.
Nel fine settimana abbiamo visitato una retrospettiva sul suo lavoro a NYC negli anni Settanta. Io adoro condividere queste esperienze con Victor: lui nota cose che io non noterei mai – mai nello stesso modo – e questo è molto stimolante.
In uno scatto un bambino fingeva di stare alla guida di un rottame abbandonato in strada, nel Lower East Side: una mano sul volante e l’altra alzata. Ho pensato a un segno di saluto verso un amico non inquadrato. Non ho nemmeno messo in conto un’altra possibile interpretazione.
Victor mi ha detto che ha avuto l’impressione che il bimbo si stesse riparando dal sole.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

29. In principio era una melanzana.

Sembra più vecchio.
Forse Victor non avrebbe preso in considerazione l’idea di accogliere in casa un altro cane. Non ora. Comunque gli ho detto di aver trovato un segugio simile ad Algernon e il giorno dopo mi ha chiesto di vedere la fotografia.
Ha detto: Sembra più vecchio.
Scrivono che probabilmente non ha ancora compiuto un anno, ma nella foto in cui avanza verso l’obiettivo – la testa abbandonata in avanti, il corpo magro – nulla in lui mostra il vigore e la vivacità di un cucciolo.
Va detto che le labbra di un segugio ricadono molli anche sull’animo più lieto. Algernon è stato spesso giudicato triste a causa delle labbra pesanti che nascondevano l’espressione della bocca e il contorno scuro che infossava gli occhi, languidi.
In canile lo hanno chiamato Paul: recuperato in strada con una zampa fratturata e curato a spese del canile. Spera di trovare una famiglia che ricambi il suo amore: queste le parole che dovrebbero commuovere i visitatori.

Ho parlato di Paul anche a Jerome e lui ha continuato a sorridere mentre raccontavo ciò che ho letto sul suo conto. Evidentemente l’idea che ci siano novità in arrivo è una ventata d’aria fresca nella sua camera di ospedale.
Nel pomeriggio di sabato ha ricevuto la visita di Madame Colette che gli ha mostrato le fotografie scattate a Nureyev con lo smartphone di Zaza, il ragazzino che abita sul loro stesso pianerottolo:non sono venute molto bene, ma…
Articolando lentamente le parole Jerome ha detto che in una foto c’era il divano di Madame – a fuoco, in primo piano – e lei assicurava che sotto c’era il coniglio. Ha mostrato di crederle.
Solo al momento dei saluti lo sguardo interrogativo del mio vecchio amico mi mette in difficoltà; ogni volta mi indica il braccio ritorto, un ramo secco, e si aspetta che gli spieghi come è potuto accadere e quando tutto tornerà come prima.

Nora ha raccolto la mia inquietudine durante una telefonata diretta a Victor. Ho risposto io e alla fine Nora non ricordava il motivo della chiamata. Mi ha strappato la promessa di accompagnarla ai giardini del Luxembourg la domenica mattina: non c’è niente di meglio. Se ho troppi punti interrogativi in testa cammino fino al lago e ce li butto dentro.
La passeggiata è stata piacevole ma Nora aveva in mente di portarmi in un punto preciso del lago. La domenica mattina arrivano prima delle 9; si riconoscono e si salutano. Appoggiano alle sedie le loro borse e ai bordi del lago il basamento a cui è ancorato lo scafo: sono gli appassionati di modellismo; sono anziani per la maggior parte e costruiscono essi stessi le loro barche a vela.
Parliamo con uno di loro dopo avergli fatto i complimenti. Ci dà le spalle e monta la vela, passando la mano sulle stecche e controllando di averla fissata a dovere all’albero:
un pretesto per ritrovarsi la domenica minimizza, ma poi racconta di essere appassionato di modellismo da sempre: costruisco le mie barche a partire dal disegno.
Nora si avvicina all’acqua e io mi siedo accanto al vecchio. Non gli chiedo nulla a parte qualche informazione sul tipo di legno che lavora – la balsa, per la leggerezza – ma lui decide di parlare ancora e mi dice che è iniziato tutto durante la guerra. I nonni abitavano vicino ai canali e lui ricavava barchette dalle melanzane: le scavavo e ci fissavo un bastoncino. La vela la facevo con la carta dello zucchero.
Quando ho detto a Victor dove eravamo ha risposto che ci avrebbe raggiunto. Ho una sorpresa ha aggiunto.
Tuttavia arrivato al lago non ha menzionato nessuna sorpresa e ha scambiato qualche impressione con un tale che aveva portato diverse imbarcazioni. Doveva avere la nostra età; ha moglie e un figlio e non ha più un lavoro da qualche mese. Sta cercando di inventarsi un mestiere sfruttando le sue competenze sui motori – la maggior parte dei miei modellini sono a motore e li ho costruiti io – e la domenica la moglie lo forza a uscire di casa per andare al Luxembourg: l’ho sempre fatto. Se non esco e rimango a pensare impazzisco.

La sera, a casa, Victor mi ha sorpreso: ho parlato a Monsieur Abraham, sai l’emporio di fronte,… insomma gli ho detto che cercavamo un cane… forse. Il figlio è volontario in un rifugio per cani e gli ho detto che ci andiamo.
Io stavo sistemando delle scatole nell’ultimo ripiano dell’armadio in corridoio e sono sceso dalla scala. Gli era rimasto appeso il sorriso compiaciuto che nasce da un gesto compiuto per rendere felice una persona cui teniamo. Il più delle volte ignoriamo di tenerlo sulla faccia – ci conferisce un’aria appagata e inebetita – ma il sorriso persiste perché si nutre del sorriso che germoglia sulle labbra dell’altro.
Li abbiamo spenti entrambi in un bacio. Allegro. Poi Victor ha sentenziato: spaghetti, zucchine e curcuma ed è sparito in cucina.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.