X. Basta che funzioni.

Io penso che sarebbe una buona idea. Victor lo dice da tempo e credo che non faticherei troppo a convincerlo a seguire le lezioni con me: ha un buon senso del ritmo e un po’ di movimento gioverebbe alla sua salute, ridisegnando i contorni della sua figura di pera capovolta.

tip-tapHo sempre avuto un debole per il tip tap, espressione della leggerezza, sulle note della musica che ascolto: It had to be you, They can’t take that away from me, Beyond the sea, I get a kick out of you, I’ve got the world on a string. Lo trovo un modo elegante di muoversi, di danzare come per ringraziare di stare al mondo, sussurrandolo con morbidezza.

Ho percorso una strada dove non passo quasi mai, tornando al chiosco dopo aver fatto una consegna. Madame Giraudeau è la portinaia di un palazzo liberty di rue S. e il venerdì acquista il settimanale di giochi enigmistici e la copia di Asterix ripubblicata in bella edizione. Dice di essersi appassionata da bambina alle storie degli invulnerabili Galli e di rileggerle adesso con rinnovato piacere. Se i coniugi Plum le affidano il piccolo Philippe – “solo per una mezz’oretta, massimo un’ora, per non lasciarlo solo in casa” – lei gli legge il fumetto facendo le voci di tutti i personaggi. Adesso Philippe quando la vede le chiede una nuova avventura, quando lei sbaglia una voce pretende che riprenda daccapo e si indispone se vengono interrotti dal suono del campanello o perché Madame Giraudeau deve ritirare la posta e ordinarla nelle cassette.
Il fratello di Madame Giraudeau coltiva ortaggi e alleva polli e conigli in campagna; con una certa regolarità porta alla sorella i suoi prodotti e li vende anche a noi. Quando viene a Parigi Madame Giraudeau mi avverte e io vado da lei con gli ultimi numeri dei suoi giornali.
Al chiosco rimane Miguel, spagnolo di non ricordo dove, che studia arti grafiche a Parigi e mi da una mano per le consegne. Ha la pelle scura e lineamenti da modello: troppo bello per prenderlo in considerazione. Troppo sensuale – istintivamente, naturalmente  provocante – per diventare oggetto dei desideri. Mi ha eletto suo confidente senza consultarmi sul mio interesse a diventarlo. Miguel ama le donne di cui vince rapidamente le resistenze, deboli peraltro; la sua vita sessuale non conosce noia e lui si fa un cruccio di tenermi costantemente aggiornato sui particolari.

Venendo alla strada in cui passo di rado, ho indugiato davanti alla vetrina del negozio che vende abiti e accessori agli appassionati del ballo da sala. Un telo nero ricopriva le calzature in vetrina perché non sbiadissero esposte alla luce del sole ma una scarpa nera, con un seducente tacco alto e un sottile cinturino di chiusura alla caviglia, sfuggiva dal gruppo.
È stata la sua visione a fermarmi. Dentro: una tappezzeria cremisi e una poltroncina, un manichino con un vestito nero scollato e lunghe frange al fondo, poco sotto il ginocchio. Non un negozio ma un boudoir, un baule foderato di rosso. Un baule delle meraviglie per chi ama scivolare sul parquet con il valzer e il fox trot o esprimersi in un tango, per essere altro da sé oppure per essere pienamente sé stessi, con l’abito giusto e le scarpe adatte, lucide.

sala-palestra Non mi dispiacerebbe sapere che un gruppo di persone si riunisce a una certa ora sulle stesse tavole di legno opache, scarabocchiate dai passi di danza, davanti agli stessi larghi specchi a parete. A fine lezione cambiarsi e uscire in strada, custodendo il segreto di essere parte del gruppo, di sapere come ci si muove con la musica e sapere quanto sia edificante, energetico, liberatorio farlo. Questa sera ne parlo con Victor e cerco una scuola di tip tap.


Ho messo in forno tre pizze e ho atteso che arrivassero gli altri. Sono arrivati insieme; Victor ha trovato Nora davanti al portone, occhiaie e naso rosso al solito, dopo l’ennesima delusione amorosa.
Nora produce una gran quantità di favole per bambini durante le sue relazioni, che durano mediamente tre o quattro mesi, poi ripone carta e penna e inforca i ferri da maglia per sfogare nell’esercizio il rancore verso il genere maschile che ha nuovamente tradito le sue aspettative.
L’errore lo compie Nora: insegue uomini attraenti, attraentissimi, e di manifesta, evidentissima, natura libertina. Lei costruisce castelli in aria e loro approfittano dell’occasione: non è complicato comprendere il meccanismo.
Nora è una persona piacevolissima, ricca di interessi e capace di una dolcezza confortante; è stata corteggiata e lo è tuttora da uomini di provata fede che lei trova davvero davvero bruttini. Noi la mettiamo in guardia a ogni nuova relazione che ci presenta come quella giusta e poi, sempre noi, inforniamo la pizza e prepariamo il DVD per celebrare la fine della relazione e l’inizio del periodo depressivo.
Nora ha bisogno di noi e di Woody Allen, non un film in particolare, ma uno degli ultimi anni. Ha bisogno di vedere Manhattan e di sapere che la maggior parte dei newyorkesi, quelli che mantengono agli studi i figli del loro analista, comprenderebbe il suo stato d’animo.

Noi adoriamo Allen e abbiamo la collezione quasi completa dei suoi film. Personalmente anch’io prediligo le storie più recenti, di cui non ricordo mai la trama. Ma ciò che importa è che alla fine mi sento come se avessi fatto una passeggiata tra la Quinta, Park Avenue e Central Park. Proprio come i libri di Wodehouse, che mi hanno insegnato che sorridere per aver colto lo humour in un’allusione è molto più gratificante che ridere a una battuta grassa; se ci si abitua lo humour lo si usa dappertutto e fa bene, come ci si abitua a usare meno sale e la salute ne giova. Fatto sta che i suoi libri li ho letti quasi tutti e ho chiaro lo spirito dei suoi personaggi e il mondo in cui si muovono, ma non saprei citare nemmeno uno degli intrecci che dipana nei suoi romanzi.

Nora singhiozza, impreca e mangia la pizza. Ha portato con sé una vera golosità da mangiare con il cucchiaino davanti allo schermo; si tratta di un sacchetto di riso soffiato al cioccolato che lei trova delizioso da sgranocchiare sul divano. Apre il sacchetto e inizialmente lo offre anche a noi, che sinceramente abbiamo già gustato di meglio; poi finisce per tenersi stretta la sua confezione e ruminare durante tutto il primo tempo del film.
L’importante è che raggiunga lo scopo, se ne faccia una ragione e si distragga un po’: basta che funzioni!

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

IX. Peccato a volte l’ombrello si debba bagnare.

Il più delle volte dimentico di portare con me il fazzoletto e l’ombrello, di solito, lo perdo. È così da sempre. Tuttavia, se esco per una passeggiata e non devo prendere un mezzo pubblico o entrare dove devo depositare l’ombrello, riesco a riportarlo a casa e all’occorrenza servirmene come merita.
Perché l’ombrello ripara dalla pioggia – e questo è un dato di fatto – ma è quando lo si tiene avvolto, portato come una canna da passeggio, che l’ombrello diventa un oggetto di irresistibile interesse.
E non è cosa facile mostrare disinvoltura quando si ha a che fare con un accessorio così importante. Deve sembrare un accessorio utile, ma si tratta in realtà del complemento più consono all’eleganza, che l’eleganza svela o smentisce.

Innanzi tutto richiede un movimento controllato e ripetuto con un ritmo preciso, che all’esterno deve apparire leggero e naturale. Stretta saldamente l’impugnatura ricurva, l’indice e il pollice allungati sul manico, sta al polso levare l’ombrello da terra e portarlo con movimento rapido in posizione inclinata, sospeso in aria come ad indicare qualcosa che sta poco più in là, mentre il braccio si allinea quasi interamente al fianco. Così deve rimanere il tempo di una pausa inavvertita, ma necessaria alla cadenza dell’intero movimento. Poi la punta tocca terra con fermezza, il braccio allungato in avanti si appoggia al manico, con l’impugnatura spinta lievemente in avanti, e intanto si compie il passo che sposta la figura, lasciando che braccio e ombrello si attardino un poco dietro. Un attimo dopo l’ombrello viene nuovamente sollevato.

È una questione di misura e di tempo, che fa il paio con l’andatura e conta su una figura che deve procedere eretta, … non altezzosamente eretta, s’intende, ma con la schiena signorilmente dritta.
Io mi cimento con grande disciplina e anche se indosso un pullover su un pantalone informale e sto accompagnando Algernon nel suo consueto giro attorno casa, mi sento subito un lord. Il cane è adatto alla parte; per età e profilo sembra fatto per procedere accanto a un ombrello avvolto e io cammino apparentemente noncurante, osservando invece se gli altri si accorgono dell’armonico quadro.

etretat

Anni fa a Étretat ho visto sfilare in passeggiata un signore di mezza età che doveva aver appreso a maneggiare un ombrello nei primi anni di vita. Non si possono raggiungere livelli simili senza applicazione e il suo nobile incedere comunicava compostezza e levità insieme.

Eravamo a Étretat per un paio di giorni ed era finito l’inverno da qualche settimana. Conoscevo Victor da poco e mi aveva proposto di accompagnarlo a trovare un amico che soggiornava al mare per curare una grave forma di asma bronchiale.
“È una persona cui tengo molto e non sopporta rimanere solo troppo a lungo. Conoscere gente nuova non gli potrà fare che bene” mi aveva detto.

Passammo le giornate in spiaggia, a camminare e parlare e ridere o seduti a guardare le onde. Dalla spiaggia vidi l’uomo con l’ombrello: assolutamente perfetto, un movimento modulato come in musica. Piacevole per lui, che pareva godersi la camminata, e per chi lo stava a guardare. Me lo ricordo ancora.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

VIII. Il ciclamino pigro.

ciclaminoÈ l’ora in cui la luce sull’acquaio, un neon,
soppianta la fiamma del sole morente
e la finestra di cucina diventa uno specchio.

     [Jill Ciment, Heroic Measures]

 

Oggi mi sono ricordato di farlo e ho controllato. L’angolo del soffitto sopra lo scolapiatti è rimasto a lungo chiazzato di un malinconico giallo sbiadito, atto d’accusa manifesto contro una perdita d’acqua trascurata. Vi ho posto rimedio qualche tempo fa, dopo aver convinto Victor che sarei stato perfettamente in grado di gestire vernici e pennelli, anche se poi ho scoperto una predisposizione naturale per l’uso del rullo. Fatto sta che mi sono documentato e ho trattato la macchia con un approccio scientifico. Tuttavia la prudenza è d’obbligo e quindi sorveglio regolarmente il punto in questione temendo una ricaduta.

Lo stretto vano della cucina è lo spazio del nostro appartamento in cui amo maggiormente stare. Tutto l’appartamento è piccolo, intendiamoci, ma io e Victor siamo certi che sia il luogo esatto dove noi dovremmo stare. Come se un sarto ce lo avesse ritagliato addosso.
In cucina mi piace riporre quanto acquistato, estraendolo dalle borse mentre Algernon elemosina qualcosa di appetitoso – quando rientro con la spesa lascia la poltrona per vedere cosa nascondo nei sacchetti – e in cucina mi piace preparare il caffè della mattina.

Al muro stanno fissati due stretti pensili bianchi, di metallo, che erano nella casa della nonna di Victor, a Beaumont-en-Auge, e sul marmo grigio della nicchia davanti la finestra, ho cura di un ciclamino bianco da quattro anni, che è di natura piuttosto indolente e quindi non porta a compimento la fioritura ogni inverno.
In cucina stanno i souvenirs dei nostri soggiorni fuori Parigi: tappi di bottiglia, magneti, pietre raccolte sulla spiaggia. L’ultimo a esser stato appeso vicino alle presine è stato un amo, con filo trasparente e finto pesce incluso, raccolto da Victor fuori le mura di Saint Malo, in riva al mare. A noi rammenta il vento e gli schizzi di acqua salata sulle labbra in una giornata d’inverno e comunque è bene che dondoli sulle piastrelle della nostra cucina ogni volta che sfilo la presina piuttosto che serva a lacerare la gola di un ingenuo pesce malouino.

Quando abbiamo amici a cena io e Victor ci dividiamo i compiti e le portate in menu, discutendo a toni alti perché procediamo con metodi diversi. All’arrivo degli ospiti le dimensioni della cucina mutano improvvisamente: non mi spiego in altro modo come i nostri amici possano concentrarsi in una superficie tanto ridotta per mettere in forno le loro teglie, assicurare il loro vino al fresco e cercare di carpire qualche anticipazione sulla cena. Fra l’altro io detesto che si entri nella mia cucina e loro invece forzano la mia intimità sapendo di essere indelicati e assaggiano il sugo o rubano un gambo di sedano per andarlo a intingere nella salsa che è già in tavola.

Del resto ognuno di noi ha gli amici che si merita. E poi io e Victor – che non lo ammette ma lo dimostra – amiamo circondarci dei nostri a tavola e imbastire con loro conversazioni infinite, attaccando a filosofeggiare sulla vita solo dopo il caffè.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

VII. Sipario.

Oggi al chiosco è passato Monsieur Marcel. Ho sentito la sua voce alle mie spalle commentare la locandina che ero intento ad attaccare e sono stato felice di rivederlo. In effetti è passato molto tempo dall’ultima volta che ho potuto parlare con lui; lo conosco da quando ho iniziato a lavorare nel M., e sono ormai alcuni anni, e non ricordo che Monsieur Marcel abbia mai acquistato nulla da me.
Tuttavia fu lui a presentarsi allora; mi disse che riparava scarpe nella bottega in cui il padre svolgeva già lo stesso mestiere, svoltato l’angolo, e credeva fosse necessario che ci si conoscesse tutti, noi negozianti della zona. Stimai anch’io fosse buona cosa, ma di fatto la maggior parte degli altri commercianti rimangono tuttora degli sconosciuti o al più delle fisionomie che identifico se incontro per strada.
Ho scoperto poi che Monsieur Marcel non si limita affatto a sostituire tacchi ed è uno straordinario artigiano della calzatura che confeziona le scarpe su misura per una clientela elitaria che se lo contende. Esce di rado dal suo laboratorio e se capita lo fa con indosso il suo camice carta da zucchero e il grembiule in pelle su cui pendono gli occhiali che mette in punta di naso quando lavora.
Nel suo negozio ha esposti vari modelli di calzature realizzati a mano e sono bellissimi: legno e pelle lucidissimi, cuciture perfette e forme sinuose di solida eleganza. Se il tempo glielo consente Monsieur Marcel mi mostra l’ultima creazione e, rigirandosela tra le mani, racconta come gli è venuta l’idea di un dettaglio apparentemente insignificante e intanto io imparo a notare particolari che ignoravo e a stimare la complessità dell’opera finita. Sui suoi clienti invece tace con signorile finezza; non vanta conoscenze e assicura a chi calza i suoi pezzi unici la dovuta discrezione. calzolaioi
Io l’ho udito molte volte parlare di tomaia, mascherina, fiosso, linguetta e ho goduto di questi termini a me sconosciuti come quando rileggo in Virginia Woolf l’elenco dei fiori che la signora Dalloway osserva dal fioraio: “delfinii, piselli odorosi, lillà a fasci e garofani, garofani a profusione”. (L’unico libro di cui ricordo l’inizio, che adoro: “la signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei”).

Non mi potrò mai permettere un paio delle sue scarpe, ma le guardo attentamente ogni volta che porto le mie per un consulto, perché Monsieur Marcel studia con attenzione ogni caso e rifiuta di accomodare qualcosa se non ritiene che ne valga la pena.
scarpaDa sempre la mia preferenza va alla classica Full Brogue tinta cuoio che lui tiene in una vetrinetta accanto alla cassa e poi non dimentico mai di trattenermi qualche minuto ad ammirare un polacchino color moka di un morbidissimo camoscio che sta nel ripiano sotto i modelli in vernice.

Monsieur Marcel ama il teatro di prosa come me e quindi si sofferma a guardare il manifesto di uno spettacolo quando ne vede affisso uno. Io e Victor li abbiamo collezionati nei primi anni in cui andavamo a teatro insieme e io accolgo sempre volentieri una locandina al chiosco quando mi viene chiesto di esibirla; in qualche modo mi sento un ingranaggio dell’incantevole meccanismo del palcoscenico.
Con Monsieur Marcel scambiamo impressioni sugli spettacoli della stagione e su quelli che ricordiamo più volentieri, aneddoti sugli artisti e sui teatri che frequentiamo. Poi si rende conto che è bene rientrare e immancabilmente si accomiata con un “si va in scena, sipario!”

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.