XXII. Tramezzino tonno, pomodoro e uovo.

Questa mattina al chiosco c’è Miguel. Ragion per cui posso concentrarmi sul disbrigo di alcune faccende lasciate in sospeso, commesse e pagamenti. Mi alzo prima del solito, consumo la mia colazione nella penombra – preparo un angolo del tavolo in soggiorno e lascio accesa solo la luce del cucinino che lambisce le fette di pane e il coperchio della burriera sulla tovaglietta – e poi mi siedo al computer indossando un maglione sopra il pigiama.
Non basta. Penso a dove ho lasciato la sciarpa l’ultima volta che l’ho usata. La recupero e l’avvolgo distrattamente al collo; intanto il computer si è avviato e posso iniziare il mio lavoro.

Prima del solito si sveglia anche Algernon e scende dalla sua poltrona. Mi cerca e quando mi vede torna a dormire. Più tardi scenderà ancora per elemosinare un boccone del pane tostato che Victor immerge nel latte e quando Victor avrà terminato attenderà che gli versi un poco di latte nella ciotola prima di ritirare il bricco in frigorifero.

Se il tempo lo concederà, più tardi farò fare il bagno al cane. Ormai la cosa non lo preoccupa più: sa di che si tratta, quanto dura, cosa gli spetta se si comporta bene.
Vado a prelevarlo in poltrona, lo tengo fra le braccia sino a calarlo nella vasca da bagno, convenientemente preparata ad accoglierlo. Lo appoggio lentamente perché lentamente lui possa adattarsi allo spazio ristretto e alla superficie scivolosa. Mostra sempre di gradire l’acqua tiepida, specie sul treno posteriore, spesso dolorante in questi ultimi mesi. Gli parlo e il tono della mia voce lo mantiene tranquillo, tanto che prende a leccarsi le zampe anteriori mentre lo insapono sul dorso, come se anche lui avesse cura della sua toeletta.
Tra le mie braccia esce dalla vasca e aspetta che lo avvolga in un asciugamano. Questa è la fase più delicata dell’intera operazione: una minima esitazione da parte mia può stimolare una libera, autonoma e soddisfatta scrollata con conseguente girandola di spruzzi ad ampio raggio.
La scrollata – libera, autonoma e soddisfatta – non può essere negata a un cane, ma risulta meno rovinosa se preceduta dall’uso di un asciugamano. Algernon rispetta il cerimoniale – anche quando rientra dopo essere stato sotto la pioggia si ferma poco oltre la soglia e aspetta di essere asciugato – e solo in un secondo tempo raggiunge la cucina perché sa di aver meritato qualcosa di goloso.
Poi si avvicina ancora per essere strofinato, specie sul collo e dietro le orecchie. Risale in poltrona: lo copro con un mio vecchio maglione e, al caldo, si addormenta quasi subito.
Ho constatato quanto avevo letto a proposito della complicità tra padrone e cane cementata dai massaggi: sollevo Algernon dal prurito grattandolo dove occorre e distendo i muscoli delle cosce quando non riesce da solo nell’intento e lui ricorda di poter contare sul mio aiuto.

Lo lascio al suo pisolino e raggiungo Victor: oggi mangiamo ai giardini di fronte la gastronomia. Capita di tanto in tanto di darci appuntamento al giardino pubblico, stretto e lungo, dove è sempre possibile assicurarsi una panchina e un tavolo. Una fila di alberi da una parte, una dall’altra, due strisce di terra e in mezzo un passeggio lastricato, non particolarmente edificante ma un luogo storico per il quartiere, sopraelevato rispetto la strada su cui affaccia la gastronomia di Victor. Ci arrivo in bicicletta, la appoggio all’albero, metto sul tavolo il pacchettino con il dessert che ho acquistato e aspetto.

E sono felice di aspettarlo, di sapere che scambieremo qualche chiacchiera maneggiando a fatica i tramezzini – confezionati da Victor sull’ispirazione del momento – cercando di tenere uniti pane e companatico e a distanza i piccioni.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

XXI. Sono di Parigi, la campagna non mi fa bene.

Sono di Parigi, la campagna non mi fa bene. Sono parigino e non mi muovo. [Colette, Mitsou]

In effetti io in città sto proprio bene. Mi piacciono le consuetudini di quartiere – stesse facce, stessi movimenti – e di orario – nel senso che, per esempio, se percorro in bicicletta il parco alle sei la sera la scena è sempre la stessa: una moltitudine di persone in tuta e calzoncini da jogging, fascia nei capelli e musica nelle orecchie, saltellante lungo il viale che circonda il parco e che è percorribile anche dai ciclisti. Nell’insieme soldatini che avanzano molleggiando in file scomposte; pare che tutto il viale sobbalzi e io attraverso su due ruote queste onde che si alzano e si abbassano ubbidendo all’attrazione della luna.

Mi piace scambiare quattro chiacchiere e so dove assicurarmi l’anonimato quando occorre; mi piace sapere di trovare in un angolo della città ciò che voglio o sapere di poter disporre degli strumenti appropriati per cercare qualcosa di nuovo.
E in città mi muovo volentieri. Non solo in bicicletta. Come tutti i parigini io e Victor facciamo largo uso del Métro e siamo tra quanti navigano regolarmente sulle rotte degli autobus cittadini.

La convivenza forzata nei mezzi di trasporto può rivelarsi scomoda, soffocante, spiacevole anche, ma il più delle volte è soltanto curiosa. Ci si osserva tutti fingendo di non farlo: il modo di tenere le gambe, il volume della voce, un orlo scucito, un bel paio di scarpe, il gesto di riporre qualcosa in borsa e richiudere la cerniera.

Credo di essere rimasto tra i pochi a leggere un libro di carta; stanno tutti in intimità con il loro telefono: sbrigano la corrispondenza, finiscono un lavoro, leggono, ordinano la spesa. Vero è che anche prima potevi continuare a distanza di parecchie fermate a ignorare il contenuto del libro di chi ti stava seduto di fronte, ma adesso l’atmosfera è rotta, il fascino prodotto dalla ricostruzione immaginaria della personalità altrui vanificato. Si può supporre tutto e il contrario di tutto: troppo facile, troppo banale.
Tanto per gradire, talvolta mi sono finto inglese ringraziando chi mi faceva passare per scendere o chiesto scusa in qualche altra lingua per aver cercato di guadagnare l’uscita penetrando il corridoio di corpi in stand by. È divertente, ma si deve esser certi di allontanarsi in tempo, sennò si rischia di trovare chi conosce la lingua: imbarazzante dover ammettere di non saper dire altro.

Nella maggior parte dei casi comunque guardo fuori: la città scorre e scorrono le persone. Per Robert Doisneau Parigi era un teatro e lui lo spettatore che aspettava che accadesse qualcosa.  Aspettava e poi metteva a fuoco. Diceva che ci sono giorni in cui si è semplicemente felici di guardare e lui desiderava condividere questo piacere, lasciare traccia di ciò che amava. [J.C.Gautrand, Robert Doisneau 1912-94].
Aspetto anch’io e poi prendo nota: uno scenario, un gesto, un incontro. Ovvio che preferisca ricordare qualcosa di buono, nobile, armonico, ma questo non significa ignorare i toni bui; del resto solo chi osserva dall’ombra può accorgersi della luce e sapere che è il loro incontro a generare figure e contrasti altrimenti impossibili.

Guardo fuori mentre l’autobus rallenta e vedo una signora che trattiene con una mano il bavero rialzato del suo giaccone di panno a campana, a proteggere il collo dal freddo di questa mattina. Con l’altra mano, calzante un guanto di pelle nero, si tira dietro il carrellino della spesa.
Guardo passando davanti il negozio del Mastro cioccolatiere dal 1930 e vedo un uomo intento a scegliere quale tipo di cioccolata acquistare, gli occhi fissi sulle confezioni, l’indice alzato e appoggiato al labbro superiore, la bocca socchiusa come a trattenere ancora un poco l’ordinazione alla commessa.
Vedo una donna che all’apparire del semaforo verde si avvia con passo deciso trainando un cucciolo di boxer che durante l’attesa aveva valutato con scrupolo la base del platano alla loro destra per poi decidersi a sollevare la zampa posteriore e procedere secondo natura. Strattonato ha dovuto mettersi in cammino prima di riuscire a interrompere il flusso liquido di secrezione renale, lasciando una traccia del loro passaggio senza che la sua padrona si accorgesse di nulla.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XX. Passaggio in India.

Désolé. Je suis en retard.

Non ha mai detto come si chiama ma so per certo che proviene dallo stato indiano del Bengala occidentale perché ne va orgoglioso e lo ripete spesso.
All’inizio lo vedevo nel quartiere con uno zaino lacero ma pulito sulle spalle e un plico di volantini pubblicitari stretti tra avambraccio e ventre. Due occhi penetranti e grandi e un’espressione dignitosa sul viso olivastro, lucido. I capelli nerissimi e le pupille scure, una statura bassa e il passo veloce.
Poi lo avevo riconosciuto in un negozio mentre ritirava la merce per una consegna a domicilio e infine ce lo siamo ritrovati alla porta una sera che avevamo ordinato la pizza.

Adesso quando ci incontriamo in strada scambiamo qualche frase, sul tempo, sugli impegni della giornata e sul cibo, perché sto tornando a casa e ho appetito o arrivo con la spesa, e lui racconta qualcosa dei piatti che tradizionalmente si preparano nella sua famiglia, rimasta bengalese e impiegata nella coltivazione della juta.
Recentemente gli ho raccontato di aver visto un film di Satyajit Ray, il primo della Trilogia di Apu, al cineclub che io e Victor frequentiamo con una certa regolarità. O forse sarebbe meglio dire che Victor ha visto il film e io ne ho visto una gran parte, perché temo di aver ceduto al sonno a metà proiezione, ma ho comunque ripreso agevolmente le fila della trama che ho seguito sino alla fine. Durata un po’ fuori della norma, ma un ritratto riguardoso e attento di una famiglia di contadini poveri in un villaggio bengalese a inizio Novecento. Il ragazzo ha mostrato di sapere di cosa stessi parlando, del regista intendo, e certamente anche delle condizioni in cui vive ancora la sua gente, ma non ha detto molto al riguardo.

Passato qualche giorno l’ho sorpreso inquieto, quando mi ero ormai abituato a credere alla sua imperturbabilità. Doveva probabilmente dar sfogo al suo disappunto perché non è stato necessario incoraggiare una confessione: aveva appena ceduto a un impulso del momento ed era evidente che gli dava fastidio non aver dimostrato maggior dominio di sé.
Il palazzo a fianco, più basso e più vecchio, è suddiviso in quattro appartamenti e uno di questi è abitato dalla signora Verrall, distintissima vedova del signor Gilou, ufficiale, installatasi a Parigi dopo il matrimonio e rimasta austeramente inglese fino al midollo. Ignoro da quale parte dell’Inghilterra provenga, ma non vi è dubbio che Mrs. Verrall navighi seguendo rotte britanniche: abiti inglesi, orari e abitudini inglesi e un francese con accentuata inflessione inglese – sufficiente a dichiarare la sua appartenenza alla benevola (per lei) Albione.
Ho appreso dal giovane ciò che avevo già intuito da solo, passando davanti al palazzo di Mrs. Verrall e afferrando talvolta passaggi della conversazione tra lei e l’indiano. La signora non mancava di cogliere qualsiasi pretesto per ricordare quanto dovesse l’India all’amministrazione inglese e al controllo esercitato dal lungimirante Raj britannico. Lo faceva con un largo sorriso e solo dopo aver elogiato la gentilezza del ragazzo che stazionava davanti al portone con i suoi volantini e le dava il braccio per scendere pochi scalini o essersi complimentata con il colore dei suoi capelli, tanto per scadere in un cliché, uno dei tanti che è in grado di declinare Mrs. Verrall, “voi siete tutti così, vero?”

Lui non deve aver mai creduto che valesse la pena replicare, ma certo sarà stato tentato di ricordare a Mrs. Verrall che il suo paese era stato capace di dar vita a qualcosa di nome Movimento di indipendenza indiano. Parlandone con me si è limitato a commentare “quello che il Bengala pensa oggi, l’India lo pensa domani e il resto del mondo il giorno dopo”. Ma si vede che non ne poteva più e giorni fa, sinceratosi di essere solo, ha introdotto uno dei suoi volantini nella cassetta postale e poi ha strisciato una chiave sulla targhetta, sfigurando le anglosassoni lettere che compongono il nome Verrall.
Ha ottenuto da me tutto il sostegno morale che ero in grado di fornire, così, con la borsa della spesa in una mano e le chiavi nell’altra. Comunque ho apprezzato che abbia scelto di condividere il fiero amor patrio.

Tuttavia l’animo puro del mio giovane amico deve aver pagato caro l’abbandono a tale manifestazione di inciviltà e ha dovuto porre rimedio. Victor lo ha colto per caso nell’intento di nascondere in un depliant del supermercato all’angolo un’edizione economica dei versi di Tagore per poi introdurre il malloppo nella cassetta Verrall. Un tentativo di far conoscere alla lady di ferro la nobile cultura indiana.
Fatto sta che Victor avrebbe pagato per vedere la reazione di lei e ha deciso di rimanere nei paraggi almeno per una mezz’oretta. In effetti ne è valsa la pena poiché, di ritorno dal suo giro mattutino, Mrs. Verrall ha svuotato la cassetta e Victor ha fatto cenno di voler entrare nel palazzo quando lei stava esaminando la sua corrispondenza.
Dunque Victor era con lei quando il libricino è uscito allo scoperto; la destinataria non si è scomposta e certo non lo ha collegato a nessuna persona di sua conoscenza.
Victor ha allungato lo sguardo e ha chiosato: “Mrs. Verrall, che delizia… Tagore”.
“Lo conoscete?” sorpresa.
“Lo adoro. La profondità e la saggezza del popolo indiano…”
“Oh…si” esitante.
“Dovete leggerlo”.
“Oh…voi francesi, sempre così sentimentali, sempre a pensare all’amore”.
“Anche a farlo Mrs. Verrall. Soprattutto a farlo … ogni volta si renda possibile! Buona giornata Mrs. Verrall”.
“Ma non dovevate entrare nel palazzo?” sorpresa.
“Tornerò. Si è fatto tardi”. Ed è scivolato via lasciandosi alle spalle un “good afternoon Mrs. Verrall” in puntuto stile londinese.

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 On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit presque tous les mardis(!)

XIX. La vecchiaia a due zampe.

Parigi non si spoglierà di tutti i suoi orpelli di natalizio decoro prima di una settimana. Inutile rimandare: la magia si è già esaurita e semmai indugia in equilibrio sul filo a cui sta stesa la tovaglia rossa dell’ultimo pranzo di festa o fra gli aghi dell’abete di plastica riposto per metà nello scatolone da un commesso in divisa arancione.

In divisa arancione un collega del supermercato pulisce la verdura prima di esibirla. È mattino, presto. Non ci sono state consegne negli ultimi giorni. Rientriamo a Parigi e prima di aprire la porta di casa, con il borsone in una mano e il naso di Algernon contro il polpaccio, stacco la modesta coccarda appesa allo spioncino. Una bacca di agrifoglio cade sullo zerbino e un’altra rotola nell’angolo e Algernon coglie il movimento e la raggiunge per fiutarla.

Victor nel pomeriggio va in negozio e ritrova sul bancone la tazza a due manici Limoges in cui aveva riposto i cinorrodi delle rose offerti ai clienti in segno di buon augurio, procurati da Honoré e poi lucidati col panno e avvolti nel nastro argentato, uno ad uno, in un dopocena di raffreddore e latte caldo.

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C’è stato un periodo in cui i nostri percorsi si incrociavano praticamente tutti i giorni, ma mai ci siamo scambiati più di un formale saluto di cortesia. La signora portava il suo cagnolino, un maltese, a fare una breve passeggiata ai giardini – che per noi rappresentano la prima tappa di un giro più lungo – e sapeva di potersi fidare di Algernon, più grande e sciolto ma innocuo. Non l’ho mai vista sorridere e dire che sarebbe bellissima se non fosse sempre incupita; possiede un volto proporzionato, iridi chiare e capelli bianchi vaporosi, corti e ben acconciati. Veste capi di sartoria e procede con distinzione. Ma non parla. Non con me.

La signora con il barboncino grigio invece è esile e stropicciata su se stessa come sembra spiegazzata la sua faccia rugosa, ha una capigliatura riccia e giallognola di cui pare curarsi poco e ama indossare pantaloni di panno attillati, come la calzamaglia di un mimo, e sgraziate scarpe con la zeppa. In passato le avevo viste insieme con i cani nello stesso angolo di giardino; la seconda sempre con una sigaretta tra le smilze dita tremolanti. Poi deve essere passato del tempo senza che ci incontrassimo e io non me ne sono reso conto sino a che le ho viste insieme sedute al tavolino di un caffè.

Ho fatto più caso a loro nei giorni seguenti ed è stato chiaro che al loro fianco non c’erano più i due cani. Il barboncino lo ricordavo già vecchio, ma avrei creduto il maltese in ottima salute.

Non ho potuto fare a meno di pensare che avessero rinunciato per età a possedere un altro cane e adesso colmassero la loro solitudine passeggiando insieme, senza nemmeno parlare tanto, sino al caffè di quartiere dove prima non le avevo viste mai. Una porta l’altra a passeggio e viceversa nelle stesse ore in cui prima uscivano con i loro quadrupedi.

Spesso le persone anziane che hanno posseduto un cane mi fermano quando sono con Algernon e si informano su di lui. Desidererebbero ancora avere un animale ma sanno quanto sarebbe difficile garantirgli un’assistenza adeguata quando loro stessi abbisognano d’aiuto. Altro discorso merita la vista di un vecchio quando il cane ancora ce l’ha e lo costringe al cappotto quando lui stesso sente freddo, oppure di una persona attempata con un cane non più giovane, lenti entrambi e propensi a indugiare seduti, guardandosi attorno.

Io incoraggio chiunque a vincere ogni timore per dare quanto più affetto possibile a un cane, salvandolo dall’abbandono. Ho sempre avuto un cane accanto, quando non due, da che sono nato e non riesco a pensare di doverne fare a meno: non si tratta certamente di sostituire un amico con un altro, ma di offrire un’opportunità a chi non aspetta altro. Ho capito che un vecchio che rinuncia a un cane compie un gesto rispettoso; forse sarebbe più facile cedere al desiderio di avere compagnia trascurando le difficoltà pratiche della convivenza. O forse meglio sarebbe dispensare amore a un animale, lasciandosi travolgere dal suo malgrado tutto, affrontando i problemi al loro insorgere e non prima.

Spero segua questa seconda linea di condotta un uomo che ha perso la sua Lili poche settimane fa e che si intrattiene volentieri a raccontare di lei, di loro insieme. Io so che ne ha piacere e lo ascolto ma parlarne gli provoca lacrime e questo lo imbarazza molto. È un uomo tutto di un pezzo, impettito, tanto che lo credevo un ufficiale dell’esercito, per poi sentirgli dire che ha trascorso la vita alla biglietteria di un cinema. Sempre in ordine, occhi azzurri e bei denti, e chiede scusa se gli occhi si arrossano e la voce si spezza, inspirando profondamente per ricomporsi e non cedere al sentimentalismo. L’ultima volta io l’ho ringraziato per non aver trattenuto il pianto e aver diviso i suoi ricordi con me. Dice di aver già ricevuto delle proposte per occuparsi di un altro cane ma di avere la sensazione di mancare di rispetto alla cagnetta che lo ha lasciato, dopo una vita di comune lotta contro una malattia congenita che la condannava a una morte prematura. Ma credo che non saprà rifiutarsi a un nuovo amico; quando lo incrocio gli ripeto che aspetto di vederlo nuovamente con il guinzaglio in mano.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.