XXVI. Sale quanto basta.

Oggi Victor compie cinquantuno anni. Non ama ricevere gli auguri ma lo diverte andare al bancomat per leggere sulla ricevuta gli auguri che la banca gli porge cordialmente il giorno del suo compleanno.
A Victor piace rintanarsi in genere e in occasione delle feste in particolare. Preparo una cena su ordinazione, perché gli ho chiesto cosa avrebbe desiderato mangiare e lui ha compilato il menu. Così questa mattina ho acquistato il necessario. Algernon ed io siamo arrivati a casa con le borse della spesa, primo indizio della nostra piccola festa famigliare.
Adesso non ci resta che metterci ai fornelli per Victor. Cerco di coinvolgerlo ma per il momento Algernon pare interessarsi solo alla sua ciotola, che raggiunge e scopre ancora vuota. Merito uno sguardo di rimprovero: ormai dovrei aver capito che al rientro gradisce mettersi subito a tavola. Naturalmente più tardi sarà ancora nei paraggi, per assistermi nei preparativi e impietosirci durante la cena.

Questa sera vale la pena di tirar fuori i vecchi piatti di famiglia, quello scheggiato lo prendo io. Devo anche ricordare di tenere a portata di mano una candela, una qualsiasi. No, la candela marrone a forma di chiocciola acquistata in Borgogna. Il giorno del compleanno bisogna affidare un desiderio alla breve vita di una fiammella.

Il cuoco è lui. Io cucino volentieri le ricette ereditate da mia madre e dalla zia Rose, artefice di piatti di cui ancora si parla, moglie silenziosa che con il cibo ha ottenuto quanto desiderava dallo zio, autoritario despota di famiglia puntualmente raggirato in sala da pranzo.
Oppure seguo diligentemente quanto dicono i ricettari, sale e pepe quanto basta, servire caldo.

Mi piace soprattutto servire le pietanze; trovo l’atto in sé un gesto rispettoso e premuroso, nei confronti del cibo e di chi siede con noi. Tenere fra le mani le posate giuste per prendere una porzione e porgere il piatto è certamente un rito che può risultare piacevole per chi lo celebra e per chi assiste. Servire una minestra in special modo mi procura non poca soddisfazione: perché si adopera il mestolo – uno dei miei utensili da cucina prediletti – perché lo si immerge nella zuppiera – una perla di stoviglia – e perché il tutto viene svolto sotto la nuvola protettrice del vapore che sprigiona dalla portata. Faccio fatica a pensare a qualcosa di più accogliente.
L’intimità di due persone sedute a tavola che impiegano il tempo necessario per godere del momento significa molto per me. Io non servo il cibo stando in piedi; mi piace farlo da seduto, con la portata al centro del tavolo. Prendo un piatto e provvedo a riempirlo, poi faccio altrettanto con il mio. Tanto poi ci accorgiamo di essere sempre in tre e accarezziamo la testa di Algernon appoggiata ora alla mia gamba ora a quella di Victor.

Siamo rimasti a tavola per quasi due ore. Avevamo deciso di mangiare lentamente, non abbuffarci. Abbiamo bevuto vino rosso e poi stappato una bottiglia di cidre fermier, dolce, acquistata a Saint Malo. Ho visto Victor felice e lo sono stato anch’io.

Appagato dal sapore del cibo che credo avesse pregustato e cullato dalla calma con cui abbiamo consumato la serata, Victor ha assecondato un piacevole torpore e, spogliandosi per metà, si è lasciato cadere sul letto, un sorriso ebete e gli occhi chiusi sul cuscino stretto tra le braccia, come fanno i bambini. L’ho raggiunto con un libro. Al momento di  riporlo sul bordo del comodino, ho memorizzato la pagina a cui ero arrivato, come faccio se non ho a portata di mano un biglietto del métro. Posseggo un gran numero di segnalibri ma li colleziono e stanno in un raccoglitore.

Ero a pagina cinquantuno.
Victor. Sai a che pagina del libro sono arrivato stasera? Cinquantuno. Quando me ne sono reso conto l’ho trovata una coincidenza curiosa, no?
Non credo mi abbia sentito.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

XXV. Gigolo portapacchi.

Se una persona mi colpisce, anche solo per l’aspetto che ha, non posso fare a meno di cucirle addosso una vita, quella che a mio giudizio le calzerebbe meglio. Come se un sarto immaginasse i ritocchi necessari ai vestiti dei passanti che incrocia. È raro che una persona indossi il vestito su misura, in grado di valorizzarne i meriti, almeno quanto è difficile trovare qualcuno che viva l’esistenza più giusta per lui, tagliata sulla sua indole e il suo talento.
Allora intervengo io e invento. Se poi capita di incontrare ancora la stessa persona, raccolgo altri indizi e arricchisco la storia. Di solito la conoscenza finale di quella persona spegne ogni luce e immiserisce il quadro ma non è detto che io rinunci alla mia versione delle cose e continui a proiettarla in un altro orizzonte.

Si da il caso che questa volta io abbia esagerato. Da più di un anno trovo alla porta del discount vicino casa un ragazzo poco più che ventenne che propone la sua mercanzia ai clienti del negozio, accendini e fazzoletti di carta. Puntuale come un orologio stende a terra la sua cassettina con l’alzata della serranda alle sue spalle. Da qualche tempo lo vedo sul retro, dove affaccia la porta del piccolo magazzino e dove vengono pulite le verdure; impila cassette di legno e poco altro ma pare che le quattro persone che lavorano nel negozio lo abbiano arruolato nella formazione.

Le sue mansioni lo costringono nelle retrovie e lui arrotonda offrendo i suoi servigi ai clienti: arriva all’ultimo ripiano quando il braccio di una signora non lo raggiunge, ripone il carrello dopo aver scortato il proprietario alla macchina e trasporta a domicilio la spesa a gentile richiesta. Mi è sembrato di capire che alcune signore facciano scorta di acqua da che un volontario è disposto a portarla sino a casa.
È di pelle scura ma non troppo, un nordafricano credo. Ha bei lineamenti compromessi però da una statura medio-bassa che sacrifica un potenziale che certamente il ragazzo avrebbe saputo sfruttare: si muove bene e ha uno sguardo sufficientemente intrigante.

Tutto è cominciato da una battuta colta per caso. Io frequento abitualmente il negozio ma io e lui non ci siamo mai detti nulla; tuttavia, mentre giravo col mio cesto cercando di rammentare di cosa avessi bisogno, l’uomo occhialuto che sta al banco degli ortaggi, la pancia cadente che gli gonfia il grembiule, ha insinuato il dubbio che una cliente avesse beneficiato di ben altro che della forza necessaria a trasportare la spesa fino al suo appartamento, tre isolati più in là.
La soddisfazione della signora era parsa evidente: “oltre a portare i pacchi chissà cos’altro le hai fatto…”. All’altro lato del negozio il salumaio ammiccava.

Prima di arrivare alla cassa avevo già iniziato a guardare il ragazzo con occhi diversi. Ora quando lo vedo considero le sue movenze e misuro l’energia di cui può essere capace; ne ho fatto un gigolo che soddisfa l’ardore di una signora tra una consegna e l’altra, mentre la sua fama circola nel quartiere. Gli ho attribuito una resistenza non comune, grandi idee e tanta condiscendenza. Adesso non posso più fare a meno di osservare come le sue mani tengono una borsa o afferrano un oggetto, come il suo sguardo scivola su quello di chi gli chiede aiuto, come le sue labbra si muovono parlando o sporgono appena, inumidite, quando beve un caffè in compagnia di un commesso in pausa.
Ho trasfigurato anche il comportamento delle signore perché ormai ho innescato un meccanismo perverso che macina vittime contro la mia volontà. Basta un cenno, una parola e ai miei occhi l’incontro è stabilito.

Quando inizierà a negarsi vorrà dire che avrà fatto soldi sufficienti per andarsene di qui, lasciando a terra la sua scorta di accendini e fazzoletti di carta e tra le clienti il tacito ricordo di aver condiviso un piacere segreto, consumato tra le braccia di un gigolo porta pacchi.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXIV. Un quarto d’ora.

Di solito coincide con i nostri rientri in città in tarda serata, ma ci sono anche stati pomeriggi trascorsi a Parigi, durante il fine settimana, che si sono conclusi con una prenotazione in gastronomia cinese per assicurarsi  la cena.
Telefono io dopo aver recuperato dalla mensola della cucina, accanto al barattolo del tè, la brochure con l’elenco delle pietanze e aver raccolto le preferenze di Victor ed espresso le mie. Facciamo parti eque di ogni piatto, di porzioni sempre generose. Personalmente prediligo il profumo e il gusto del curry e amo il sapore della carne di anatra e del bambù, mentre Victor è un cultore del riso e ordina la sua porzione dopo aver premesso che gli spiace ricadere sempre sugli stessi piatti. A me sta bene.

Frequentiamo da anni la gastronomia cinese del quartiere e temo che al telefono, riconoscendo la voce, il solito ragazzo indovini quali saranno le nostre richieste. Mi dice “un quarto d’ora” e noi mettiamo le tovagliette in tavola, piatti e posate e ci vestiamo per uscire. Andiamo a ritirare la cena senza cambi d’abito, indossando un maglione sui vestiti tenuti in casa, in compagnia del cane che nel tragitto di ritorno fiuta il contenuto della borsa.
Ci sono state occasioni in cui abbiamo dovuto aspettare qualche minuto e mi ricordo le chiacchiere scambiate durante l’attesa, seduti sulle scomode sedie approntate nel negozio, ridendo di argomenti futili.

 

Se siamo stati fuori città, Victor mi aspetta in auto e io vado da solo e allora mi piace osservare gli altri clienti e i ragazzi addetti alle consegne che arrivano con le borse termiche. L’ultima volta che ho dovuto indugiare ho seguito i gesti della giovane che al banco confezionava le portate, le introduceva in borsa e depennava di volta in volta le ordinazioni appuntate su smilzi fogli bianchi. I cuochi le passavano i contenitori in tetrapak da una stretta finestra dietro la cassa e lei – capelli lunghi e neri, sguardo timido, corpo sottile e disciplinato in una postura eretta come quello di una ballerina – provvedeva a richiuderli imprigionando il calore. Intanto io spiavo i movimenti in cucina, per quanto mi era dato di farlo, e l’abilità del cuoco nel maneggiare una larga padella.
Poi ho rivolto lo sguardo fuori, alla strada e al marciapiede, attraverso le lettere incollate al vetro e ho guardato la cornice di metallo verde chiaro di quella vetrina: retrò, spoglia ma pulita. Ho avvertito di essere parte di una grande città.
Avevo voglia di città, di quel senso di solitudine, desolante anche, e indipendenza di cui un individuo può avere coscienza solo in mezzo a tanta altra gente. Ho goduto dell’anonimato e ho pensato che non avrei voluto essere altrove: mi sarei alzato e al banco mi avrebbero consegnato una borsa di nailon annodata che io avrei trattenuto con l’indice. Sarei tornato al mio appartamento, con la persona con cui sto meglio e con il nostro cane, in mezzo ad altri appartamenti, fra altri palazzi e molte altre storie di persone che talvolta subiscono la città ma più spesso ne colgono le opportunità, ne compongono consapevolmente o meno la trama.

 

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

 

XXIII. (Il padre) L’amico della sposa.

 

Daniel e Sara hanno deciso di sposarsi. Sara me lo ha detto mentre scorreva la colonna dove sa di trovare il mensile di arredamento che legge. Come di consueto aveva l’aria di chi cerca una logica con cui disporre i molti impegni della giornata, il figlio più piccolo appeso a un braccio con il naso che colava e la borsetta a tracolla soffocata dalla sacca della spesa. Sfilato il giornale e rimesso a posto la rivista sulla Casa in campagna che usciva dall’espositore insieme al mensile che stava un piano più su, mi ha dato il borsellino perché cercassi le monete mentre lei recuperava un fazzoletto dalla tasca e ripuliva la faccia del piccolo Gilbert. Quando ha finito di strofinargli il naso e il figlio ha ripreso a respirare, mi ha detto “Daniel pensa che un matrimonio sarebbe divertente”.
L’idea è venuta alla figlia più grande, Marie, che ha tredici anni e attraversa una fase di romantica predisposizione all’innamoramento. Pare cambi il soggetto dei suoi sogni rosa con una certa regolarità e frequentare i corsi di danza, di nuoto e di inglese – il martedì, mercoledì e venerdì –  non fa che complicare la situazione aggiungendo candidati a quelli già selezionati durante le consuete ore di scuola. Con la madre consuma i film d’amore raggomitolata sul divano e l’idea del matrimonio dei genitori deve esserle venuta sui titoli di coda di una commedia sentimentale.

Fatto sta che Sara e Daniel hanno intenzione di farlo sul serio e la sposa ha pensato a me perché le facessi da chaperon alla ricerca dell’abito da cerimonia.
Sara aveva in mente un luogo preciso. Ci siamo dati appuntamento nel pomeriggio in rue S.B. dove lei è arrivata trafelata al suo solito e io l’ho raggiunta in bicicletta.
Il negozio a cui pensava sta all’angolo di rue V. con rue M. ed è piccolissimo. Si suona il campanello e si aspetta che una ragazza dai capelli ricci e una vita sottile venga ad aprire; una volta dentro è chiaro che ci si vorrebbe trattenere a lungo.
Le pareti sono foderate di carta tappezzata a righe, avorio e bordeaux, e una serie di cappellini retrò stanno sospesi su due lati del muro sopra gli armadi in cui stanno gli abiti da sposa, appesi a grucce rosse; un tavolo di legno scuro da un lato e due sedie di legno scuro, foderate di bianco, dall’altro.
Gli abiti sono vintage, capi unici che sono già stati indossati almeno una volta. Sara aveva riservato l’atelier per cui era presente anche il sarto, portaspilli appuntato al cuore.

Abbiamo trascorso un’ora piacevolissima. La commessa individuava l’abito fra gli altri, lo sfilava e lo isolava e allora emergevano i dettagli: il ricamo, il tulle, l’organza, i pizzi, i nastri, le piume, i minuti bottoni di stoffa cuciti in lunghe fila, sulla schiena o sulle maniche, la coda  racimolata sulla gruccia e poi sciolta a prolungare il profilo della gonna e conferire movimento.
Un trionfo di eleganza in fogge d’altri tempi, di cura artigiana: io ero felice per Sara e poi adoro farmi sorprendere dalle cose belle. Così mi perdo sempre nei racconti di Jerome, vecchio amico a cui le case di haute couture hanno affidato per più di cinquant’anni la confezione dei ricami, la cesellatura dei bordi e degli scolli.
Sara ha riconosciuto subito il suo vestito. L’ho visto quando è comparso il sorriso un po’ trattenuto, soddisfatto, che le illumina tutto il viso, distendendo le guance e socchiudendo gli occhi. È lo stesso sorriso che Sara adopera quando incassa i complimenti per la sua soupe à l’oignon o quando ci mostra le copie in bianco e nero degli scatti che ha preparato per il corso di fotografia. Il sorriso con cui guarda i suoi figli è diverso, colmo di quella tenerezza che addolcisce i contorni delle labbra, arcuandole appena.

In effetti l’abito le stava d’incanto. Non era la sua taglia, ma il sarto è subito comparso alle sue spalle per riprendere la stoffa quel tanto che le consentisse di vedere nello specchio la silhouette di una sposa anni Venti, molto femminile e spiritosa. Perché Sara ha saputo subito come muoversi in quella delicata architettura di ruches in tonalità cipria, sovrapposte a donare leggerezza al suo corpo magro e lungo. Lineare, chic … ho approvato subito.

Poi è stato tutto un divertimento. La prova delle scarpe tacco midi  e soprattutto una cloche in tinta, un vero gioiello: linea perfetta per il suo taglio alla garçonne, ricamata e punteggiata di perle, con un fiore a lato, larghi petali di stoffa un po’ appiattiti ed eterei filamenti terminanti in una minuscola perlina, un’antera lucida e bianca.
Usciti di lì abbiamo commentato a lungo l’esperienza; non la finivamo più di parlare, le nostre voci si mischiavano e abbiamo riso come bambini, camminando nelle strade vicine, io con le mani appoggiate al manubrio della bicicletta al mio fianco.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.