7. Si accettano caramelle dagli sconosciuti.

Ieri sera è successo due volte. La prima durante la cena, la seconda al momento dell’ultima uscita della giornata. Le gambe di Algernon non sostengono il corpo offendendo la dignità del nostro vecchio cane: si beffano delle intenzioni di Algernon che vuole poggiare le zampe sul bordo della sedia di Victor per ottenere un boccone di pollo. Invece cade e cadendo il suo muso striscia pesante lungo il polpaccio dell’amico che lo osserva impotente e smette di mangiare.
Algernon va alla sua poltrona e riesce a salire; sta arrotolato a occhi chiusi e respira piano. Victor lo raggiunge, si siede accanto senza dire nulla e il cane lo sente vicino, allunga il muso sino al suo collo e lo annusa. Poi torna a nascondere il naso sotto le zampe piegate e non si muove più quando mi avvicino anch’io. Seduto sul tappeto, mi appoggio alla poltrona e sistemo il piatto in grembo, sul tovagliolo, per finire la mia insalata.

Alla solita ora Algernon si prepara a uscire: nessuno gli chiede di farlo ma lui sta dietro la porta. Entra con me nell’ascensore dove le gambe lo abbandonano ancora; rimane appiattito nello stretto vano e a nulla valgono i miei tentativi di rialzarlo. Ci guardiamo senza dirci nulla sino a che l’ascensore tocca terra. Arriva Victor e lo prende tra le braccia e Algernon pare assecondarlo ma le zampe si muovono nel vuoto con scatti nervosi e un’unghia si infila nella trama del mio maglione mentre cammino al loro fianco.
Attraversiamo insieme la strada e Victor lo deposita lentamente a terra, dandogli modo di provare a reggersi sulle gambe. Il tentativo fallisce e lui si accuccia nell’erba, ai piedi di un platano. Trascorrono minuti lunghi e impietosi. Ancora ci guardiamo – non possiamo fare altro – rassicurandoci a vicenda.
Quando Algernon si rimette in piedi e tenta i primi passi io mi convinco che il peggio è passato. Rientriamo come sempre – noi lo precediamo e lui si attarda fiutando il piscio degli altri cani – e una volta in casa va a bere nella sua ciotola e torna alla poltrona per la notte.
Come sono felice, Victor. Con che forza ce la fa sempre.
Ma Victor non risponde. Sappiamo entrambi che tutto sta per precipitare.

Inverno a Saint Malo. Nel pomeriggio c’era vento e montava la marea.

Oggi Victor porta Algernon in negozio. Mette in auto due cuscini e vi adagia il cane che è chiaramente felice: Algernon ha sempre gradito il viaggio in macchina.
Posteggiano e fanno pochi passi a piedi passando davanti a un centro per gli anziani. La porta è già aperta e ne esce un vecchio con una caraffa piena sino a metà, stretta da una mano tremolante e segnata da vene rigonfie. Ai piedi della porta stanno due vasi e lui versa l’acqua nel sottovaso di entrambi. Sfiora le foglie della pianta che sta nel vaso più piccolo e passando Victor fiuta un netto profumo di menta.
Poi Victor si accorge che dalla tasca della giacca scura di un uomo anziano che sta camminando sul marciapiede cade una caramella. Una caramella nel suo involucro colorato precipita a terra mentre lui sfila un’agendina di tasca. Ancora pochi passi e Victor lo incrocia e allora lo ferma e raccoglie la caramella da terra.
Quando gliela porge l’uomo, stupito del gesto, sorride timidamente. Nasconde la mano in tasca e poi tende il palmo pieno di altre caramelle a Victor. Lui rifiuta ma poi ne prende una, alla menta – come quelle che sua nonna portava sempre con sé per mantenere un alito fresco. Si augurano buona giornata.
In negozio Algernon fa un giro e annusa il portaombrelli; poi si accuccia nel retro mentre Victor tira su la saracinesca.

Ancora il solito ascensorista.

Uscendo di casa incontro l’ascensorista. Mi vede  prima lui perché quando il mio sguardo incrocia il suo, lui sta già sorridendo dietro enormi occhiali da sole Yves Saint Laurent di foggia femminile che Dio solo sa come si sia procurato. Calza sandali ortopedici sui calzini scuri e si avvicina tendendo la mano. Sempre cortese. Sempre in vena di una chiacchierata che gli consenta di rievocare il mestiere di tecnico ascensorista. Esce quotidianamente a far la spesa nella speranza di incrociare qualcuno disposto alla conversazione: Sempre chiuso in casa, io che a casa non ci stavo mai.
All’argomento ci arriva da solo. Non ricordo perché ma questa volta mi spiega che non è possibile che le porte si aprano sul vuoto se non nel caso – doloso sottolinea con una pausa a indice alzato – di un ascensore manomesso: Se uno sta lì in attesa all’apertura delle porte precipita. È inevitabile. È una questione di baricentro. E mima la caduta.
È un saggio e ne trae una morale, qualcosa come una filosofia di vita: per questo dico sempre a mia figlia “guarda dove metti i piedi”.

cropped-cropped-logo-url.jpgOn se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

6. Coco veste Chanel.

 

Si possono immaginare molti luoghi in cui la presenza di Coco si potrebbe rivelare utile, interessante, divertente, eccitante. Certamente però fra questi non figurerà mai la cucina.
Coco invita di rado a casa sua per occasioni che si consumino attorno a un tavolo da pranzo. Quando lo fa c’è sicuramente qualcosa di speciale da festeggiare e malauguratamente io e Victor siamo tra i suoi più intimi amici, quindi tra i primi a figurare nella lista degli ospiti.

Coco non ha la più pallida idea di cosa si possa definire commestibile e cosa invece sia meglio conservare altrove. Ignora da sempre come si possano combinare tra loro i cibi, i condimenti, i tempi di cottura. Con candida ingenuità però è convinta di poter riprodurre facilmente i piatti illustrati dagli innumerevoli blog di cucina. Secondo l’ispirazione del momento sceglie una pietanza e prende nota degli ingredienti; di seguito legge una prima volta il procedimento della ricetta, guardando le illustrazioni, memorizza i passaggi ed esce a far la spesa.
Per Victor tutto quanto avviene attorno ai fornelli ha carattere sacro e pertanto non ammette profanazione: in cucina non è dato indugiare al telefono o indugiare in chiacchiere. Del sesso poi nemmeno parlarne. Victor in cucina ha due modalità: la concentrazione quando crea e la commozione quando ha creato.
Conosciamo Coco da sempre e Victor non ha ancora rinunciato a insegnarle che la creazione di un piatto poco ha a che fare con la tecnica e molto con i sentimenti. Lei minimizza: è sufficiente seguire le istruzioni. Poi non le segue e serve portate dai colori pastello, piuttosto tristi e certamente indigeste.
Ieri sera invece ha confessato di aver avuto poco tempo per produrre la cena e di aver procurato tutto al ristorante olandese Le sei mosche. In tavola hanno sfilato nell’ordine: minestra d’anguilla, salmone selvaggio e salsa al burro, zucchine alla panna.
Con noi a tavola c’era il caro Jerome e c’erano Cecile, un’attrice senza ruolo, e Max, arrivato a Parigi dai sobborghi londinesi per amore di un maestro di fagotto e innamoratosi poi di Cecile.
A cosa si brindava? Alla nuova vita di Coco, ufficialmente assunta in qualità di commessa in un’esclusiva pelletteria di avenue Marceau. Non è da lei tenere segrete le belle notizie – nemmeno le brutte a rifletterci – ma è riuscita a serbare la sorpresa sino ai calici finali.

Ho già detto altrove che Coco ha competenza nel settore e sa blandire il cliente di cui inquadra agevolmente gusto e debolezze. Ho anche già detto altrove del modo discutibile in cui veste Coco. Ebbene le hanno imposto un abbigliamento sobrio e raffinato e pare le sia piaciuto. Con il suo fisico può permettersi di tutto e ha scovato un paio di negozi dove procurarsi firme usate.
Adesso possiede un petit robe noir, pantaloni in tessuti morbidi, tailleurs beige e adora il jersey. Adegua con più giudizio l’altezza del tacco a tutto il resto e ha ridotto notevolmente la gamma dei colori. I suoi modi invece sono sempre stati eleganti; eclissati in parte dalla stravaganza dell’involucro ma eleganti.

Dunque gonfi di orgoglio abbiamo brindato alla nostra Coco, crogiolandoci su un dessert alla pesca che avrei voluto non finisse mai.
Poi le chiacchiere sono andate oltre sino a che la voce di Coco è prevalsa sulle altre. In realtà stava raccontando l’episodio a Jerome, ma tutti noi, cogliendo i suoi commenti,ci siamo zittiti per sentire sino a che punto si sarebbe spinta.
Il fatto è questo: durante un giro di shopping Coco si è vista passare accanto un energumeno su zeppe di paglia che involontariamente l’ha spintonata con la sua borsetta rossa. Sotto una brutta parrucca di ricci biondi il tale soffocava in una giacchetta rossa e lucida e in un paio di jeans attillati, rossi manco a dirlo. La descrizione di Coco finiva sulla cucitura spessa e tesa che separava con taglio netto le natiche costringendo le lunghe gambe muscolose a procedere infilando una serie infinita di passettini veloci.
Non si discute il buon gusto di Coco ma piuttosto la sua abitudine al pettegolezzo che sconfina ormai nella moralità più ipocrita. Intanto doveva aver indugiato a lungo sul corpo dell’energumeno per poter raccogliere tanti dettagli e di fatto all’anagrafe Coco continua a chiamarsi César.
Tutti noi abbiamo disapprovato e abbandonato il campo dandole della bacchettona. Non ha avuto diritto di replica e tanto meno un aiuto per sparecchiare.

Questa mattina le ho inviato un messaggio per ringraziarla della cena. Non ha ancora risposto e quindi fa l’offesa. Riproverò più tardi.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

5. Indovina chi viene a colazione.

 

Sono stato al saggio di danza di Marie, la figlia quattordicenne di Sara. Me lo sono potuto permettere: l’invito era per il tardo pomeriggio, in tempo perché i genitori fossero usciti dal lavoro e la direzione della Scuola di Madame Rose Fabre potesse offrire un piccolo buffet a base di clafoutis, pomodorini confit, crostoni di salmone, uova in salsa olandese e bignè di formaggio. Un bicchiere di vino scortava le mini porzioni onorandone il gusto, lodando l’arte del buon vivere e riappacificando i nervi con il mondo universo.
A nervi distesi ci hanno invitato ad assistere allo spettacolo nel salone grande e ci siamo accomodati, Sara, Daniel ed io vicini e due amiche di famiglia davanti a noi. Alla fine del programma un bambino della platea – che durante la seconda esibizione era rotolato in prima fila sui cuscini disposti a terra perché i più piccoli potessero stare in compagnia – ha commentato: finalmente!Io ho atteso il mio petit rat nell’atrio della scuola per stringerla tra le braccia e sussurrarle che mi aveva fatto emozionare. Avevo con me un pacchettino rosso in cui lei ha trovato un libro sulle giovani promesse dell’Opéra di Parigi; sapevo che lo desiderava e lei sapeva che prima o poi qualcuno lo avrebbe acquistato per lei ma non si aspettava di riceverlo dalle mie mani. Ha riconosciuto subito la copertina e lo ha stretto al petto mentre posava un dolcissimo bacio sulla mia guancia. Il dolcissimo bacio di una giovane donna.
Presto la mia Marie non sarà più la mia Marie. La danza ha dato al suo corpo una gentilezza delicata e guardarla – con un velo di cipria e i capelli raccolti – cancella ogni immagine della bambina e disegna invece i tratti della donna elegante che presto sarà. Come se, a sua insaputa, lei recasse in sé il presagio di una magnifica metamorfosi in divenire. È visibile a tutti tranne a lei, che continua a giocare come una bambina. Ha scelto la danza tra tutte le discipline che ha sperimentato negli ultimi anni – numerose discipline perché potesse comprendere quale attività più le si addicesse e soprattutto perché fosse occupata in qualche modo nelle ore in cui padre e madre non potevano badare a lei. Adesso si dedica seriamente alla danza e sembra ricavarne felicità.

Siamo usciti insieme e insieme abbiamo percorso il marciapiede sino alla fermata del bus: loro sono saliti sul 18 e io ho atteso il 15. Fuori era già buio e dietro e avanti a noi camminavano le altre ballerine, sacca a tracolla o in spalla al genitore, tensione esaurita e un chiacchiericcio inesauribile: ti è piaciuto?, Madame mi fissava, Dio ero nel panico totale, mi sentivo la calzamaglia prudere e pensavo solo a quello.

Marie si è appesa al mio braccio e si è raccomandata: avrei dovuto fare a Victor un resoconto preciso del saggio e dirgli che nella dedica in frontespizio il suo disegno di una topina in tutu rosa era davvero spaziale.

Una volta salito sul mezzo che mi avrebbe portato nel 13° ho trovato un angolino in piedi accanto a una donna con un bambino e a un ragazzo che sbrigava la sua corrispondenza sullo smartphone. L’unica voce che giungeva in quell’angolo di umanità era quella di una donna di generose proporzioni e ancor più generoso timbro vocale. Probabilmente costretto a rimanere inoperoso per altre sette fermate avrei finito comunque per origliare la sua telefonata, ma si da il caso che era impossibile fare altrimenti.

Madame era in comunicazione con qualcuno che le annunciava il suo prossimo arrivo a Parigi. Lei si diceva incantata dall’idea di incontrare il suo interlocutore e la sua famiglia e insisteva perché annullassero la prenotazione in albergo e alloggiassero invece dalla mamma. Probabilmente erano parenti e secondo lei la mamma non avrebbe accettato per loro altra sistemazione: dovevano essere suoi ospiti. Tempo di congedarsi e Madame chiamava la mamma ed esordiva con enfasi: mamma ti ho trovato ospiti. Poi spariva il sorriso dalle sue labbra e la conversazione continuava: ma no dai. Si fermano solo una notte o due… Una torta e una tazza di latte e hai risolto… No, no che non si fermano a cena… Mangeranno fuori. Alla fine Madame quasi sussurrava, mite: Scusa, grazie mamma.

Devo ricordarmi di questa conversazione quando qualcuno mi dirà di essere tanto contento di ospitarmi.

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Sébastien écrit le mardi.

4. In prima fila alla sfilata.

Dovevano ancora consegnare loro le chiavi dell’appartamento e Monsieur Leval ci aveva già servito un ampio resoconto sul passato della giovane Madame Bonnet e sul futuro dei suoi figli adolescenti: Luc e Louis – i gemelli di 14 anni – e Blanche, la ragazza di tre anni più vecchia.
Credo abbia raccolto la maggior parte delle informazioni interrogando l’agente immobiliare che li ha convinti ad acquistare la casa due piani sopra il nostro appartamento. Forse anche l’amministratore del palazzo ha ceduto all’insistenza di Leval e ha confessato ciò che sapeva.
Il fatto che Madame sia divorziata non depone a suo favore: Monsieur Leval disapprova e teme che essendo giovane e bella attiri una schiera di corteggiatori (che probabilmente si distribuiranno lungo le scale).
Io di notevole ho visto il marito di Madame, mentre riaccompagnava i gemelli. Giacca sulle spalle e cravatta sciolta; un bel sorriso e splendidi denti.

Il giorno del trasloco sono stati occupati cinque stalli del parcheggio sotto casa e un trio di ragazzi in tuta blu ha gestito il trasporto degli arredi della famiglia Bonnet cercando di evitare con educazione le intromissioni di Monsieur Leval.
Pare si sia fermato a osservare il loro lavoro di ritorno dalla prima uscita del mattino, quella destinata all’acquisto del giornale e del pane, una faluche per la colazione e due baguette per il resto della giornata. Di seguito deve aver trovato pretesti sufficienti per sostare, considerare il mobilio e porre domande.
Io ho visto altrettanto ma faticato molto meno. Stavo alla scrivania a compilare ordini per i clienti, lo sguardo allo schermo del computer; per caso ho notato la sfilata di mobili e suppelletti davanti alla finestra aperta.
Obiettivamente il gusto di Madame Bonnet è condivisibile: uno shabby chic in tinte pastello, sobrio e accogliente. Curioso come un’infilata di oggetti lungo il vano della finestra possa svelare l’intimità di uno sconosciuto.

Monsieur Leval ha trascorso l’estate a casa del figlio, in Spagna, come ogni anno e ne ha parlato in abbondanza, come sempre. Lui ha uno spiccato senso della ciclicità delle stagioni.Mi spiego: con l’arrivo dei mesi estivi lo sento parlare delle vacanze con il tono compiaciuto che doveva avere quando ancora lavorava e sospirava le ferie. Se lo si incontra sorride ed è come se si aspettasse uno scambio di auguri, come a Natale.
Anche quest’anno ha trovato l’occasione di chiedermi quando saremmo partiti e per quale destinazione. L’idea che io e Victor trascorriamo la maggior parte dell’estate a Parigi e preferiamo progettare viaggi durante i mesi più freddi lo delude e smorza il suo entusiasmo infantile. Ha commentato: ma quelle non sono vacanze.

Figurarsi come ci siamo rimasti quando nella nostra buca delle lettere è calata una cartolina che porgeva i cordiali saluti di Madame e Monsieur Leval. Eppure non c’erano dubbi: l’indirizzo era proprio il nostro. Devono aver creduto che in fondo avremmo goduto anche noi di una settimana al mare e qualcosa di simile alla commozione deve averli condotti fino all’espositore di cartoline. L’ho trovato tenerissimo ed esilarante al tempo stesso.

Dunque Monsieur Leval ha un cuore. O certamente ne ha uno durante i mesi più caldi.

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Sébastien écrit le mardi.