17. San Silvestro in bianco e nero.

Nora è sul pianerottolo: si sistema a tracolla la bretella della sacca da sci di Victor. Infila le scale e scompare alla vista ma l’estremità della gloriosa ski bag blu cobalto di Victor – consegnata alla cantina una trentina di chili fa – ne segnala la presenza come una boa indica quella di un sub in immersione. Chiudo la porta e sorrido: Nora non ha mai nutrito alcun interesse per la montagna.
Ora è in partenza per l’Alta Savoia  perché l’uomo che le ha rapito il cuore negli ultimi mesi è un insegnante di arrampicata, alpinista, misantropo e fanatico. Passeranno un romantico capodanno isolati dal resto del mondo ma al mondo torneranno al primo trauma distorsivo di Nora che non allena i suoi muscoli da che ha lasciato Bert, un atletico cittadino britannico di mezza età che ha tentato di diventare parigino ma ha scoperto di non poter rinunciare al pragmatismo di educazione anglosassone e soprattutto alla proprietà nel Somerset ereditata dallo zio.
Perfettamente nella parte, soffocata in una giacca termica in cui pativa una temperatura tropicale, ci ha portato una generosissima porzione dei biscotti alla cannella che cucina sotto le feste, ha massaggiato a lungo la groppa di Algernon ottenendone larghi consensi, e se ne è andata augurandoci buon anno.

Marché couvert des Enfants Rouges. Paris.

Noi nel tardo pomeriggio andiamo a una mostra fotografica, la collezione dei ritratti scattati negli anni Cinquanta e Sessanta nei corridoi di Les Halles. Finisco l’anno interrogando il bianco e il nero delle fotografie. E naturalmente i grigi, soprattutto i grigi. Mi interessano i suoni, gli odori e il movimento che l’immobilità dello scatto restituiscono; nella rigidità di un gesto o di un’espressione posso infilarci tutte le azioni non compiute o gli atteggiamenti mai assunti. Posso cambiare il corso delle cose o indovinarne il seguito.

Intanto inizio a celebrare la fine dell’anno saldando i conti in sospeso: vado a ritirare un pacco ordinato per Natale. È edificante sapere che un armadietto del supermercato custodisce qualcosa che abbiamo guardato solo in una vetrina on line senza poter entrare per tenerlo in mano. D’un tratto si materializza dietro uno sportello metallico disassato e solo a noi è dato forzarlo per prelevarne il contenuto. Eccitante.
Il mio pacco contiene due libri e decido di andare da André e ordinare uno dei suoi panini caldi. Il mio pacco lo apro da lui.
Il suo furgoncino è un’istituzione nel 13° e nel 14°. André è di Pau e dice di aver sempre saputo di voler diventare un cuoco. Pure ha sempre saputo di non disporre del denaro necessario per aprire un ristorante e quindi il suo locale sta su quattro ruote: una cucina, il bancone e un dehors: tre tavoli e sei panche. André confeziona solo panini di sua invenzione; è un omone taglia comoda con la leggerezza di un fenicottero rosa.
Monsieur Sébastien oggi è da solo?Cosa le preparo con questo freddo?
Arrostisce la mia salsiccia e salta in pentola un’abbondante porzione di friarielli. Io sto un po’ a osservarlo – come tiene la paletta e come la paletta governa il cibo – e poi mi siedo e mi godo l’apertura del pacco.
Quando il mio panino è pronto me lo serve al tavolo, cosa che fa di rado perché c’è sempre un altro cliente da servire. Apprezzo il gesto e lo invito a sedersi. Mi dice che stasera cucina per gli amici e si è svegliato di buonora per preparare la marinatura della carne. Ama cucinare con i grandi rossi della regione di Bordeaux ma non beve vino.
Scopro che ha una figlia, la ragazza che la sera è con lui e prende le ordinazioni, che ama dormine nelle lenzuola di flanella e che divide il letto con tre gatti, Cloppete, Mimi e Mimi (stessa cucciolata, cresciute insieme, impossibile distinguerle).
La sua sagoma mi sovrasta e toglie ogni altra visuale. È rassicurante e io finisco il mio panino fumante, tenendolo stretto con entrambe le mani per farle stare al caldo. Intanto arrivano una signora in pelliccia e un uomo più giovane di lei che la tiene a braccetto. André si alza per servirli e mi saluta.
È una giornata fredda e lui indossa solo un maglione e una sciarpa di pile. Io tiro su il bavero della giacca, butto il tovagliolo e vado a casa con i miei libri sotto braccio.

Vorrei che il prossimo anno Algernon continuasse a camminare al mio fianco.
Vorrei per Victor tutto il bene del mondo.
Vorrei continuare a farne parte.
Permettete che vi sottragga 3’16” del vostro tempo. Buon anno: https://www.youtube.com/watch?v=ydtryV65UGk

16. I cavoli della Vigilia.

Il telefono non trilla più di sei volte di seguito la domenica mattina. Se lo fa dall’altra parte c’è  Coco. E ha un problema.
Victor ha tempo per fare commenti ma non ne ha per alzare la cornetta. (Non alziamo più la cornetta ma è un’espressione talmente bella che la scrivo lo stesso).
In effetti è Coco e ha bisogno di sapere dove può acquistare un certo tipo di biscotti di cui ha letto in un blog: devo farcirli con crema al cocco, mascarpone, cioccolato e rotolarli in un trito di mandorle.
Chi devi uccidere? Le chiede Victor quando gli passo il telefono.
In effetti un dolcetto natalizio, per quanto goloso, dovrebbe permetterti di arrivare a Capodanno.

Victor oggi lavora, come ogni Vigilia. Gli ho visto preparare la vetrina ed era davvero spettacolare. Il cinico Victor ha superato se stesso disponendo i rami di vischio che avevo chiesto a Honoré lungo il perimetro del piano su cui disporrà le sue pietanze. Ne ha fissati alcuni alle travi del soffitto e ha preparato i tradizionali cinorrodi delle rose – lucidi, infiocchettati con il filo di lana bianca – minute gemme benaugurali che a Natale i suoi clienti si aspettano di trovare nelle vecchie tazze, sul bancone.

Io esco con Algernon e andiamo a passeggiare lungo la strada che conduce agli orti urbani di rue Rubens. Cammina volentieri, fiutando a terra con l’interesse dei suoi giorni migliori: indugia a lungo nello stesso angolo, qualche passo e torna dove la traccia è più chiara.
È un cane da caccia e fa ciò che il suo naso gli detta di fare. Negli anni ho visto una lunga sequela di lepri selvatiche e di scoiattoli dileguarsi prima che Algernon terminasse di seguire il loro percorso a terra. Un cane cacciatore non si guarda attorno.
Il padrone di un cane cacciatore invece ha tutto il tempo di guardarsi attorno mentre aspetta il suo cane. Oggi ho potuto accorgermi di quanto degno di attenzione possa essere un orto in pieno inverno. Lo si direbbe inespressivo perché a riposo, spoglio e stinto.
All’interno di una recinzione comune i singoli orti sono divisi tra loro da ordinate staccionate in legno o reti metalliche. Sono numerati e per alcuni di essi il numero è ripetuto su una mattonella fissata al casotto degli attrezzi, come un numero civico.
Evidentemente chi ottiene un orto urbano ne ha cura con la dedizione e l’orgoglio del collezionista. C’è chi lucida gli argenti e chi mette in fila i francobolli; il giardiniere ortolano semina il suo tempo libero nelle aiuole di ortaggi.
Gli entusiasti dell’orticoltura fanno circolo a sé e non badano ai curiosi come me. Sto con le mani in tasca a guardare le file dei cardi avvolti nella carta come io sto chiuso nel mio giaccone in questa mattina di freddo. E poi le larghe foglie dei cavoli, quelle aperte e distese sulla terra dura e quelle ripiegate sul frutto, sodo e umido di galaverna. Cavoli verdi e cavoli viola, ancora nella neve ghiacciata negli orti esposti più a nord.
Sento abbaiare e vedo due retriever che corrono nella nostra direzione. Quando sono finalmente vicini ad Algernon rallentano e poi decidono di ignorarlo per raggiungere il prato poco più in là. Procedono insieme e insieme prendono a giocare, rotolandosi addosso con leggerezza, sotto gli occhi innamorati della loro padrona. Un cane sa bene che il gioco è finzione e mima la lotta mitigando gli affondi, accennando le prese, simulando i morsi.
Il loro pelo chiaro, color dell’ambra, conferisce loro un’eleganza lieve che le confonde in un’unica figura in movimento fra gli arabeschi di nebbia che il loro alito caldo dissolve nell’aria fredda. Vederla mi fa pensare a una cucchiaiata di miele, denso e dorato, immerso nell’acqua calda in una tazza trasparente, rimestato lentamente e lentamente disciolto.
Le osservo e mi accorgo che anche Algernon le sta a guardare. Credo di capire che le raggiungerebbe se fosse certo di poter reggere il confronto con la loro giovinezza. Ci guardiamo e lo accarezzo, chino su di lui.
Davanti a me il piano di lavoro al riparo sotto un pergolato di vite, interamente piastrellato di mattonelle bianche. Pare tutto perfetto. Gli orti e i capanni paiono un presepe.
Meno male che risalendo la strada colgo le ingiurie che un uomo indirizza a un piccolo cane senza guinzaglio che ha tentato di esplorare la sua borsa della spesa. L’uomo si alza dalla panchina su cui si credeva al sicuro e caccia l’animale: di chi è la bestia?
La cattiveria e la maleducazione mi sono di conforto: la perfezione continua a manifestarsi con qualche imperfezione. E io rischiavo di credere nell’incantesimo della Vigilia.

Sébastien e Victor augurano Buon Natale e sono lieti di farvi dono di un piccolo calendario per il nuovo anno (scaricatelo qui).

Supplemento.

Cette semaine on se revoit Dimanche.

15. Fine giornata.

Ho assistito al dipanarsi di più storie dai finestrini del bus di quante ne abbia viste sul grande schermo. Con la differenza che al cinema si va per un film di cui si conosce la trama, riassunta  nel giornale, nel trailer programmato in tivù o nel racconto di un amico, che nel caso più fortunato omette il finale.
Questa sera ero seduto vicino alla porta di mezzo e non avevo distrazioni all’interno per cui ho iniziato a guardare la vita che scorreva fuori mentre la mia era momentaneamente in stallo, in attesa della fermata.
All’imbrunire ho visto sul viale del parco quattro uomini in leggings a gamba tesa sullo schienale di una panchina – due per lato – i loro muscoli di sportivi in trazione come ballerine alla sbarra. Molto aggraziati. E poi dicono che i gay sono effeminati.
Complice il semaforo rosso che ha costretto il bus a sostare accanto al marciapiede sono stato terzo intruso nel litigio di una coppia: l’una gesticolante, l’altro accigliato ma evidentemente travolto dalla verbosità pedante di lei. Indelicato da parte mia non distogliere lo sguardo ma i due continuavano a dibattere e sono rimasto a guardarli provando a prevedere le loro reazioni. Un litigio classico, piuttosto scontato. Lui si è acceso una sigaretta continuando a dondolare il capo in segno di diniego: pareva irremovibile dalla sua posizione o forse già pensava ad altro. Comunque è scattato il verde e la scena è cambiata: un piano sequenza sui platani di boulevard Auguste Blanqui. Quindi nessuna conclusione della litigata. Del resto anche al cinema un film può finire senza che la vicenda sia giunta a una risoluzione.

Mi sono concentrato su me stesso, mi sono alzato e prenotando la fermata ho ripensato con fastidio alla mia incorreggibile distrazione. In mattinata mi ero reso conto di aver smarrito il giorno prima l’ombrello. L’ennesimo ombrello perso in una lunga carriera di ombrelli lasciati in giro per Parigi. Soffro di distrazione selettiva: smarrisco ombrelli e penne a sfera.
Non è la perdita dell’oggetto in sé a ferirmi, ma la mancanza di attenzione che dimostro. Ero al lavoro e ho scambiato qualche parola con un signore che lamentava di essere uscito di casa con l’ombrello che ora gli era di impaccio. Ho subito ricordato di aver appoggiato il mio al binario su cui scorre il nastro in cassa. L’ho subito ricordato… più di 24 ore dopo.
Sceso dal bus, incolonnato nella fila di persone che percorreva il marciapiede, lo sguardo è caduto su una brioche nella vetrina di un caffè, sola sul vassoio unto e cosparso di zucchero in grani: non era una brioche dimenticata, era una brioche non scelta. Ho compreso il suo stato d ‘animo ma ho tirato avanti.
Sono passato al negozio per chiedere se qualcuno si era accorto del mio ombrello e mi sono sentito dire ciò che mi ripetevo da ore: chi era dopo di lei se lo sarà preso. Il mio ombrello ore vive la sua seconda vita; mi domando con chi e mi auguro non sia costretto a lasciare Parigi. È bella Parigi sotto la pioggia.

A casa Algernon mi è venuto incontro. Si era appena svegliato: si è allungato prima sulle zampe anteriori e poi sulle posteriori, tendendo prima l’una poi l’altra gamba. Intanto nel corridoio è passato Victor, forbici e sacchetto di terriccio compost organico, pomice e lapillo.

Potevi dirmelo. Quando è successo?

Il suo ennesimo tentativo di creare un bonsai era fallito più di una settimana prima. Avevo adagiato in superficie quel che era rimasto del suo Acero Rosso Giapponese ma non lo avevo informato. Volevo constatare dopo quanto tempo Victor se ne sarebbe accorto: dice sempre che io non mi devo occupare delle sue piantine, ma poi non ricorda di farlo lui.
L’ho seguito in cucina e sono stato a guardare come alloggiava l’ennesima pianta nel vaso:

Sei troppo serio. No, sei.. triste.
Mi ero ripromesso di non parlartene ma mi pesa talmente… ho incontrato Simon…

Victor ha incontrato il netturbino che lavora nel quartiere e che ha due cani. Le cose non vanno bene e sta rischiando di perdere definitivamente l’appartamento che era della zia. Il suo lavoro non gli consente di trovare subito un’altra sistemazione e soprattutto teme di essere costretto a fare a meno del vecchio pastore tedesco e del meticcio di pochi anni. Il costo di una pensione è fuori discussione, ma il pensiero di separarli e di cederli ad altri lo consuma da giorni.
Il piccolo passi, ma l’altro è vecchio e pure  ingombrante e non sarà facile trovare qualcuno…
Sappiamo bene entrambi cosa significhi.
Mi avvicino al tavolo e tengo il vaso fermo così che Victor riesca più agevolmente ad assestare il terriccio. Restiamo in silenzio praticamente per il resto della serata.

Supplemento.

Cette semaine on se revoit Dimanche.

 

 

14. La consistenza della vanità.

Felix: Io odio la sporcizia, odio il disordine. Sono andato da uno che fa l'ipnosi per curarmi.
Oscar: Non ha funzionato?
Felix: No, è arrivato in ritardo, gli ho riordinato lo studio e me ne sono andato.
La strana coppia, II

Ieri sera il dentista ha confermato che Victor dovrà far a meno di uno dei suoi denti. Victor me lo ha comunicato per telefono dichiarandosi dispiaciuto ma proprio non ho capito cosa intendesse dire con dispiaciuto.
In verità Victor non tollera l’idea. Ho compreso quanto gli desse fastidio il pensiero di iniziare a servirsi di pezzi sostitutivi quando ha ripetuto per la decima volta che la notizia lo aveva immalinconito.
Io non ricordo con quanti impianti condivida la mia vita, non ci penso mai. I miei denti e quelli che fingono di essere miei compiono un ottimo lavoro con spirito di collaborazione: i primi non fanno pesare ai secondi di non appartenermi biologicamente e i secondi non vantano una prestanza che gli altri non posseggono più. Insomma ne ho lasciati alcuni per strada ma perdo quotidianamente anche un buon numero di capelli: è naturale e non vale rimuginare.
Victor invece ha speso la serata a celebrare il commiato. Lo stesso fa con la calvizie: si specchia ovunque possibile per misurare il perimetro dell’area colpita dal processo di desertificazione.
Comunque la mattina si è alzato di buon umore: senza un molare peserò di meno.
Per questo lo amo. Non per il suo ottimismo, apparente. Piuttosto per il fatto che mi fa ridere.

La mattina un cruccio di diversa natura occupava i suoi pensieri. I calzini non sono un accessorio trascurabile ma Victor ne fa addirittura una questione fondamentale. Lui non procede all’acquisto di un paio di calzini se prima non ha valutato il suo guardaroba e il cambio di stagione costituisce la circostanza più adatta per ricordare su quali abbinamenti può contare.
Vanità. Io almeno ammetto la mia vanità. Lui sostiene di farlo unicamente per una questione di stile e di rispetto del prossimo. Una volta ho avuto il tempo di consumare un croissant e di fare qualche acquisto mentre lui stava incollato alla vetrina in cui erano esposti i gemelli di stoffa, i suoi preferiti. Se si fosse staccato dalla vetrina qualche minuto prima non credo avrebbe mancato di rispetto a nessuno.
Vorrei che con la stessa dedizione si curasse del suo abbigliamento quando è tempo di ferro da stiro, cosa che invece fa di rado. Si serve della lusinga dicendo che io sono in grado di ottenere risultati di gran lunga migliori e io ancora ci casco.
In effetti io stiro piuttosto bene e poi non mi dispiace farlo. Ricordo bene la sera in cui mia madre si allontanò dall’asse da stiro per andare a rispondere al telefono in un’altra stanza. Io ero un ragazzino seduto al tavolo a fare i compiti e cedetti subito alla tentazione di prendere il suo posto per cimentarmi con i pantaloni di mio padre. Faticai non poco a togliere la piega che segnava la gamba per la sua intera lunghezza. Non fu una sorpresa gradita a mia madre che dovette spiegarmi la necessità di quella riga e poi ricominciare a tracciarla.
In seguito serbava qualche fazzoletto e mi proponeva di stirare quelli. Ma non era la stessa cosa: non c’era difficoltà, nessuna finezza da usare. Più tardi non mi permise più di avvicinarmi: non è roba da maschi.
E invece a me piace ancora prendere una camicia e renderla portabile, stenderne le pieghe, fissarne i contorni. Mettere ordine insomma. Stiro guardando vecchi film e Algernon siede al mio fianco, sulla sua poltrona, e ho idea che nelle giornate fredde gli piaccia sentire lo sbuffo del vapore caldo del ferro.
Giorni fa ho trascurato di riporre l’asse da stiro alla fine del lavoro. È rimasto davanti al mobile su cui appoggiamo le chiavi e i nostri telefoni. Siamo usciti e durante il viaggio in macchina Victor si è reso conto di aver dimenticato in casa un paio di chiavi e l’auricolare:
La colpa è tua. Lasciando lì davanti l’asse da stiro mi hai disorientato e non ho più potuto riordinare le idee su cosa dovevo  prendere e cosa lasciare.
Io non credo sia necessario un commento e quindi tralascio di esprimerne uno.

Sempre l’ascensorista.
All’uscita del negozio leggero di Madame Álvarez, dove l’ascensorista fa la spesa alla spina solo per risparmiare sull’imballaggio, impermeabile agli ideali di sostenibilità che animano la proprietaria, incontro Monsieur Macé, intabarrato in un voluminoso piumino rosso e con un colbacco calato sugli occhi. Mi sorride e mi mostra i numerosi depliants che Madame Álvarez gli ha messo in mano alla cassa strappandogli la promessa di approfondire il tema che tanto le sta a cuore.
Come faccio a dirle di no. Con quei capelli neri…secondo lei si tinge?
Credo che Monsieur Macé si perda piuttosto nel decolleté di Madame, sempre scollata anche in inverno. Può essere che Madame si tinga la chioma ma certamente la sua allegria è autentica e conturbante. Così lei strappa lo scontrino e Monsieur Macé pende dalle sue labbra e assicura di diventare un consumatore consapevole entro la fine dell’anno.
Mi dice di essere stato dal cardiologo per una visita di controllo.
Lei ha bisogno di una visita specialistica. Si sente dire e lui: pensavo che lo specialista fosse lei. Ma allora a cosa serve un cardiologo? È come se ci fosse bisogno di un ascensorista e arriva un falegname.
Come riesca a ricondurre tutto al suo lavoro rimane un incantevole mistero che non ho intenzione di indagare. Le considerazioni di Monsieur Macé sono squisitamente disarmanti. Io mi arrendo e mi congedo.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.