42. Spilla da balia.

Non pensavo che ne avrei più sentito parlare e invece Coco giura di averli visti: calzini corti bianchi in un paio di mocassini neri. L’uomo che li indossava stava seduto alla fermata del 58 e non faceva alcun tentativo per sottrarli allo sguardo altrui.
– non sembrava nemmeno imbarazzato, riesci a crederci?
È stata la prima cosa che mi ha raccontato Coco quando ci siamo incontrati. Ieri è arrivato un suo messaggio, una richiesta di aiuto che il mio vecchio telefono ha trasmesso prima di precipitare a terra, aprirsi come una conchiglia forzata ed espellere la batteria per la forza dell’urto, come le viscere dal torace pugnalato. Se ne è andato fissando il soffitto: il display sudicio di impronte, uno dei perni su cui ruotavano le valve fuori asse e un nastro che non avevo mai visto prima srotolato sul fianco inerme.
Il corpo disfatto di un servitore discreto. Non potevo ricevere immagini e tanto meno inviarne e scorrere il dito sullo schermo sarebbe valso solo a pulirlo. Ottuso, anacronistico, snob: poco importa. Io lo trovavo pratico: potevo telefonare, inviare messaggi agevolmente e programmare la sveglia. Soprattutto la sveglia.
Il messaggio di Coco era costituito da due parti. Una premessa – la necessità di sottoporsi a una visita specialistica – e una considerazione: da sola non ci sarebbe mai andata. Ne traessi io le dovute conseguenze.
– le gambe. Qualsiasi altra parte del corpo ma non le gambe. Non è beffardo?
In effetti Coco ha sempre saputo cosa fare delle sue lunghe gambe sottili; sa come muoverle e sa cosa farne anche quando è seduta. Le espone come una tela fiamminga, una ceramica di Andrea della Robbia, il vinile God save the Queen dei Sex Pistols.
Ora le caviglie raddoppiano di volume prima del pranzo e tornano a dimensioni più ragionevoli solo durante la notte, quando Coco le tiene issate su una pila di cuscini mentre sogna di avere polpacci snelli sorretti dai tacchi Pigalle.
L’appuntamento era fissato per le 18, nello studio del dottor Glain, rue de Surène, terzo piano. Ci ha accolti il sorriso rassicurante della segretaria – capelli neri raccolti in uno chignon sulla nuca, labbra e occhiali rossi- che ha interrotto Coco nel tentativo di spiegare la ragione per cui ci trovavamo lì. Continuando a sorridere ha lasciato intendere di essere al corrente di quanto fosse necessario sapere e ci ha pregati di infilare la porta della sala d’attesa.
Io ho osato chiedere dove fosse il bagno. Ottenuta l’indicazione sono riuscito ad aprire la porta sbagliata. Avevo la mano sulla maniglia quando lei mi ha raggiunto; autorevole e piuttosto seccata, mi ha guidato alla porta giusta come un geriatra guida il suo vecchio paziente.
Lasciato solo ho fatto ciò che intendevo fare e invece dello sciacquone ho tirato il campanello. Nell’istante in cui ho stretto in mano quel dannato filo bianco ho avuto la consapevolezza di sbagliare, ma era già tardi. Sulla porta c’era ancora lei e non era più rassicurante.
Attendeva una spiegazione e cercando di sdrammatizzare credo di essermi reso ancor più ridicolo. Intanto alle sue spalle passava un tale in camice bianco che doveva aver sentito l’allarme e che mi ha guardato con pietosa condiscendenza.
– sei imbarazzante. È di conforto averti qui – Coco non era più certa che la mia presenza fosse di consolazione.
L’unica persona che sedeva in sala d’attesa ha seguito una dottoressa lungo il corridoio. Siamo rimasti soli, seduti vicini sulle sedie verdi contro la parete bianca.
Coco mi ha mostrato le caviglie appesantite; poi si è avvicinata alla finestra e scostando la tenda mi ha mostrato il palazzo di fronte.
– si vede il teatro. Adoro pensare di essere al centro di Parigi.
Quando è tornata a sedersi ha detto qualcosa che mi ha fatto pensare:
– se fossi da sola probabilmente starei leggendo qualcosa e poi mi renderei conto di farlo in un appartamento a pochi passi da Place de la Concorde. Non avrò mai un appartamento in centro ma adesso qui sono in una stanza e sto leggendo. Voglio dire è un ambulatorio ma prima di tutto è una casa e io sto vivendo qualche minuto del mio tempo in una confortevole casa nell’8°. Voglio pensarci per gustarmi questi istanti della mia vita.
Coco è così. Fiuta la poesia nell’aria. Per questo scrivo, per questo racconto: non posso assistere a tutto questo senza condividerlo. Senza invitare a fare altrettanto.

Ho riflettuto qualche giorno fa sullo stesso tema. Avevo tra le mani un borsone da viaggio appartenuto a mia madre; un borsone in cuoio consunto negli angoli e scucito lungo la tracolla. Conserva il fascino di una borsa di pelle, morbida e calda, e reca i segni degli spostamenti subiti al seguito della mia famiglia.
Mentre controllavo la capienza ho riconosciuto la spilla da balia appuntata sulla tasca interna. Mia madre portava sempre con sé una spilla da balia, anche nella borsetta da passeggio. Poteva tornare utile all’occorrenza: rimediare uno strappo, sostituire un bottone, agganciare il cursore di una cerniera. Rivedere quella spilla fissata là dalle sue mani e rimasta al suo posto per anni mi ha restituito il ricordo delle premure casalinghe di mia madre. Per questo scrivo, per raccontare incontri come questo.

È comparso il dottor Glain e ha dato la mano a Coco invitandola nel suo studio. Era l’uomo che aveva sorriso della mia goffaggine sulla soglia della toilette.

 

Mentre aprivo il portone di casa ho visto una donna che porta a passeggio il suo cane nei giardini all’angolo; lo tiene al guinzaglio ed evita ogni contatto con gli altri animali. Negli anni si è costruita la fama di una donna scostante sempre nascosta sotto maglie ampie, pantaloni lunghi, giacche informi e un lungo muso contratto in un’espressione di rabbia.
Adesso che è passata alle mie spalle per proseguire lungo il marciapiede ho potuto vedere un generoso taglio procurato ai jeans sotto entrambe le natiche.
Mai sottovalutare il potenziale di una persona. Pensare che un esemplare umano all’apparenza scorbutico e schivo possa covare propositi sconvenienti mi riconcilia con il mondo. Andate in pace.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

41. Riavvio.

Cosa spinge una persona a credere che un individuo accomodato su una panchina con in mano un libro aperto e la testa china su di esso nell’atto evidente di leggerlo, gradisca la sua compagnia? Come può l’immagine di una persona intenta a leggere essere interpretata come un invito alla conversazione?
È divertente – quando smette di essere molesto – osservare l’atteggiamento di questi disturbatori seriali. Io non ho molte occasioni di occupare una panchina e dedicarmi alla lettura; lo faccio nelle aree cintate destinate ai cani: mentre loro occupano liberamente il loro tempo io trovo regolarmente qualcuno che mi crede in difficoltà nella gestione del mio.
Gwendolen mostra di gradire la presenza di altri cani e dei loro proprietari purché non si trattengano molto e non intralcino le battute di caccia con Ernest. Confesso che sinora non avevo mai indagato il problema della vergognosa carenza di riserve di caccia a Parigi. Da quando sono dovuto scendere a compromessi con la paura di Gwendolen ho preso a mappare i parchi della cintura che più assomigliano alla campagna solitaria, a individuare gli anfratti inselvatichiti e frequentare i recessi meno raccomandabili.
I cani salgono volentieri in macchina con la prospettiva del gran tour. Lungo il tragitto Gwendolen gorgheggia come un soprano alla prova generale; trilla a pochi centimetri dal mio timpano e scodinzola di conseguenza. Nello specchietto retrovisore si staglia Ernest, seduto in fondo contro il vetro del bagagliaio, sbatte le palpebre come una diva del muto perché la coda che lei gli agita sul muso come un tergicristallo gli impedisce di tenere gli occhi aperti. Rimane fermo, con lo sguardo ottuso, fisso in avanti. Solo nel caso intraveda un suo simile in strada lo insulta con voce baritonale che non è possibile ignorare.
Ultimamente è concessa libertà dal guinzaglio a entrambi. Tanto per vedere come è fatta la felicità e tanto per trasgredire l’ennesima regola, dopo averli ospitati in una vettura priva della rete divisoria dal conducente.
Frequentiamo i sentieri lungo il fiume a Ivry; ascoltiamo i rumori sull’acqua e la gente che adopera le parole del fiume: oltre la darsena parte il sentiero ma non è pulito, l’erba è alta.
Frequentiamo anche i cespugli del Bois de Vincenne: i cani si confondono nel fogliame e io li richiamo quando passa qualcuno per giustificare la mia presenza a lato di un pruno.
Ho potuto constatare  che la filosofia di vita di un proprietario di cani e quella di un giocatore di golf non sono del tutto dissimili. Costeggiando il campo e tenendo al guinzaglio Ernest ho notato che al di là della recinzione un membro del club attraversava il prato tallonato dalla sacca motorizzata. Solitari entrambi: più indipendente il suo seguito, meno dispendioso il mio.
Forse il momento di maggior sconforto lo raggiungo quando i cani individuano una pista e scambiano informazioni con scagni concitati e sempre più frequenti man mano che le espressioni di rimprovero dei presenti si fanno meno tolleranti.
Un cacciatore non ricompare se continua a sentire la presenza del padrone e quindi il padrone tace e colleziona il biasimo altrui. Una signora mi ha raccontato delle camminate che faceva con le amiche in totale silenzio per incoraggiare il suo pointer a tornare al suo fianco.
La passeggiata termina contro la rete dell’area in cui pascolano cani più addomesticati. Un’area grande e ombreggiata da alberi e da un vecchio salice piangente che serba una fresca intimità per chi ne penetra le fronde. Ovunque sedie di foggia diversa e diverso utilizzo: per alcune è ancora possibile contare sui braccioli, di altre è meglio controllare la tenuta dello schienale. A volte le trovo radunate come in un salotto buono, a volte ne scopro una ai piedi del salice.
Leggo qualche pagina mentre Gwendolen si arrende all’erba ed Ernest provoca la pazienza degli scoiattoli che in quel parco hanno la loro casa.
Poi arriva una signora logorroica che possiede una mezza dozzina di schnauzer, neri. Una donna sulla sessantina, che fuma nervosamente quanto nervosamente gesticola. Cerca qualcuno con cui discorrere ma è difficile infilare qualche commento fra le sue parole. Ha avuto molti cani nella sua vita ma dice di essere condannata a possedere animali che ingurgitano di tutto. Naturalmente hanno avuto tutti nomi diversi ma lei ne parla più generalmente come di “quegli stronzi”.
Nevrotici come la proprietaria che li adora, sono oggetto di ogni possibile cura. Madame piange tutti i soldi spesi per loro e nel farlo dimostra di avere larghe possibilità, oltre una villetta, defilata ma pur sempre villetta. Se non ricorda qualche particolare che vuole aggiungere ai suoi racconti lancia un urlo a un tale che l’accompagna ma rimane nel parcheggio.

Nel palazzo è venuto ad abitare Matisse, un giovane gatto dal pelo color nocciola. Lo ha adottato Madame Colin. Mi ragguaglia sulla loro convivenza ogni volta che ci incontriamo in cortile, dove io vado a gettare il pattume e lei raccoglie le palline di gomma che Matisse lancia dal secondo piano, la notte, dopo averla costretta ad assisterlo mentre le allinea sul tappeto del salotto, lentamente:
– gli amici mi trovano stanca. Io dico che sarà il caldo.

Non ho conservato quasi nulla delle passeggiate che facevo con il mio vecchio cane. Non l’umore, non i luoghi, nemmeno la compagnia che mi faceva. È cambiato tutto e non è andata come desideravo. Ma, per quanto abbia sempre detestato i cambiamenti, ora li benedico. Riavvio e benedico l’opportunità di farlo.

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.