VIII. Tutti in auto appassionatamente.

La panchina è un passaggio obbligato nella vita di ognuno. Una sorta di tappa nel percorso di crescita intellettuale e ormonale. Di traguardo anche.
Stavo alla guida della mia auto, dalle parti di porte de Montrouge, e ho osservato il ragazzo – un diciassettenne credo – seduto sullo schienale della panchina, alla fermata del bus. Piedi enormi nelle sneakers slacciate che li fanno sembrare ancora più invadenti, piantati sulle assi dove chi ha appena qualche anno di più appoggia le terga e quindi decalca sul pantalone la planimetria della suola altrui.
Lo abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita: ci siamo seduti sullo schienale con l’aria di chi prende le distanze dal conformismo borghese, di chi intende distinguersi o semplicemente assume una posa che spera dissimuli l’imbarazzo di proporsi agli altri.
Sedersi in quel modo non è più comodo della seduta tradizionale, coi piedi a terra. Quindi ne deduco che se ci si abbarbica sul dorso stretto e duro dell’asse che serve da schienale lo si fa per gridare il proprio dissenso: calpestare platealmente la generazione precedente e con essa tutto quanto è riuscita a creare o distruggere.
Generazioni di ragazzi continuano a farlo. Pensavo fosse passato di moda. Non è facile essere degli uomini in fieri, prevedibili e ridicoli quando invece si cova un universo in eruzione.
Anche quando fanno l’amore respingendosi come animali in corteggiamento i ragazzi mi suscitano tenerezza e un’infinita nostalgia per il sentimento che provano. Il calore con cui scorre a quell’età brucia come non accadrà più, con la dolcezza dello zucchero che ammorbidisce il caffè caldo.
Quando sono in gruppo li distingui subito i due che si cercano. Hanno voglia di camminare a fianco, di toccarsi; inscenano un combattimento al rallentatore dandosi spintoni lenti, stringendosi in prese che osano l’abbraccio, provocandosi anche verbalmente. La presenza degli altri è necessaria e insopportabile.
Non ho dimenticato nulla di quei primi scambi: li guardo e spero che possano amarsi, disarmati e liberi.

Ultimamente viaggio spesso in auto. Viaggiamo insieme, io, Gwendolen ed Ernest e ogni volta ho l’impressione che la macchina sia satura di gioia e di fiducia mentre lo è solo di peli e di terra.
Nelle giornate di pioggia il fango si stipa nei corridoi di pelo tra un cuscinetto e l’altro delle loro zampe che si muovono affannose sull’argine del fiume, nell’erba alta che decolora coricandosi servile al freddo di questi ultimi giorni, sulle foglie nere, marce della pioggia pedante di novembre.
Al ritorno dalla passeggiata l’odore del loro pelo bagnato impregna l’aria: è l’odore dell’appagamento che leggo nei loro occhi calmi.
Salgono in macchina fradici e presto Gwendolen inizia a leccare il muso di Ernest che rimane immobile sui sedili posteriori abbassati, spingendo lo sguardo tra il mio sedile e quello del passeggero. Poi anche lei sporge il muso tra i sedili davanti e attacca a leccare il mio pile, umido di pioggia. Smette per appoggiare il naso al lobo del mio orecchio.
Stamane c’era la nebbia sull’argine e la rugiada aveva ripassato il profilo delle tele di ragno sospese tra un ramo e l’altro dei cespugli di rovo.
C’era anche Arsène, un bassotto anziano che non incontriamo spesso. Aveva un ingombrante impermeabile nero a pois bianchi e stava fermo ad annusare l’aria. Dietro di lui il padrone provava ogni tanto a spingerlo piano per fargli fare qualche passo:
– è un testone. Fosse per lui rimarremmo sempre a casa.
Abbiamo riso entrambi di quella pigrizia viziata. Un autentico dandy.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

VII. Con riguardo della formica.

Tornando dall’erboristeria di Nora me lo sono trovato davanti. L’ho riconosciuto subito: era il naso di Monsieur Papotin, un vecchio amico di mio padre morto nel 2004.
Il resto del volto non l’ho osservato. Non saprei dire se fosse proporzionato, se avesse personalità.
Il possessore del naso si è fermato al chiosco e ha chiesto a Miguel il numero di Nautica da diporto uscito la scorsa settimana. Miguel ha domandato a me che stavo arrivando se ne avessimo ancora una copia e così ho servito io il signore.
Ma sempre fissando quel caro emblema. Perché lo conoscevo bene anch’io Monsieur Papotin e il grosso naso a patata su cui poggiavano i suoi occhiali squadrati dalla montatura scura era la caratteristica principale di un viso altrimenti consueto.
Un naso dal corto setto nasale che si innestava in un bozzo poroso di proporzioni notevoli. Un naso che a quanto pare aveva gran fiuto per gli affari perché Monsieur Papotin aveva creato un piccolo impero nel commercio dei tessuti di arredo. Seguiva egli stesso la ricerca della merce e poi ne presentava la qualità ai clienti con la calma necessaria a persuaderli per quella e per le volte successive.
Un uomo di buon carattere, estremamente generoso con i suoi amici e sinceramente affezionato a mio padre sin da quando giocavano a biglie nel retro della merceria di Madame Papotin, donna parsimoniosa e autoritaria a dire di mio padre.
Oggi ho rivisto il naso di Monsieur Papotin. Dopo tanto tempo. E dopo tanto tempo che non pensavo più a lui.
Del resto non è raro incrociare persone che ce ne ricordano altre. Talvolta capita di trovarci di fronte a qualcuno che è in tutto e per tutto la persona che abbiamo conosciuto noi; solo veste come l’altra non avrebbe mai vestito e consegna la posta invece di insegnare al liceo.
Sono occasioni per rivedersi. La morte non è che un cambio d’abito.

Quando il naso se ne è andato con tutto il resto del corpo di quel capitano di mare ho visto Miguel interrogare con aria èbete il suo telefonino.
– Qualcosa che non va?
– Non so.
La verità è che non aveva compreso il significato del messaggio ricevuto e stava digitando una richiesta di chiarimento.
Asserviamo la lingua a una comunicazione che deve essere rapida; abbreviamo le parole e usiamo più spesso quelle che appartengono a un linguaggio parlato, gergale. Concepiamo rapidamente l’ambasciata e la inviamo ancor più rapidamente ma siamo lenti a decifrare i concetti altrui.
Io sono lento. Più di una volta ho attribuito un significato a una parola e mi sono pure arrabbiato per quello che mi avevano scritto. Poi ripensandoci ho capito quello che il mio interlocutore voleva dirmi. Forse.
E quello che ci diciamo attraverso la rete non lo confrontiamo quando ci incontriamo fisicamente. Preferisco la profondità dell’oceano se in superficie sfrecciano tutti questi gommoni sgonfi e lo affermo senza nostalgia di sorta. Nessun rimpianto per la carta assorbente: solo il divertimento per la generale incomprensione alimentata da una varietà notevole di mezzi con cui comunicare.

Alex & Barti

Continuo a pensare che il professor Higgins-Harrison sia l’uomo più affascinante che abbia desiderato nella vita. Quando avevo quattordici anni convinse in un solo colpo Liza Doolittle e me della maestà della lingua, la più grande ricchezza che possediamo. Uno straordinario, immaginifico e musicale miscuglio di suoni (https://www.youtube.com/watch?v=yywktzpmLsU).
Solo qualche altro film ha significato tanto per me.
Quindi continuo ad accorgermi delle formiche: ieri stavo per appoggiarmi alla staccionata sull’argine del fiume da dove vedevo correre i cani. Ho rinunciato perché il legno era umido di pioggia; poi ho smesso di considerarlo un palo orizzontale e ho fissato le gocce infilate nella spaccatura alla mia sinistra. Allora mi sono accorto della testa rossa-arancione di una formica dalla sottile vita nera. Probabilmente l’avrei schiacciata se mi fossi lasciato reggere.

È arrivato Gaspard con il suo furgoncino e sta incollando al muro la locandina di uno spettacolo al teatro Rive Gauche. Stira l’angolo superiore accompagnandolo in cima con il bastone e intanto ricomincia a piovere. Ritira in fretta bastone e secchio di colla e riparte.
Mi avvicino a leggere la locandina e scrivo a Victor: Rive Gauche, Adieu Monsieur Haffmann. Paris, 1942. J.P.Daguerre.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.