27. Quarantotto ore.

Quando Nureyev ha paura comincia a battere a terra la zampa posteriore e accelera rapidamente il movimento per scaricare la tensione. Il coniglio di Jerome conosce bene la vicina di pianerottolo, Madame Colette, ma quando lo abbiamo portato da lei e insieme a lui abbiamo traslocato la sua cassetta e la coperta arancione – quella che sfilaccia un poco ogni sera dopo aver mangiato il suo gambo di sedano – ha compreso che non si trattava di una visita di cortesia e non ha nascosto il suo disappunto.
Poverino, ha continuato ad agitarsi per tutta la mattina. Ha trovato un po’ di pace nella cesta dei gomitoli… crede che possa farsi del male con i ferri da maglia?
Madame si è subito resa disponibile a tenere con sé Nureyev in assenza di Jerome. È a lei che Jerome ha chiesto aiuto quattro giorni fa ed è lei che gli ha tenuto compagnia in attesa dell’ambulanza.
Lo hanno portato via in piena notte e Madame ha pensato che gli avrebbe fatto piacere avere i suoi amici accanto. Ha scorso la rubrica nel telefonino di Jerome e ha inoltrato la chiamata:
Signor Victor? Madame Colette tradiva l’imbarazzo che aveva deciso di vincere per il bene del caro Monsieur Jerome. Insomma si scusava per l’ora, per aver violato il telefono altrui, per non essere salita sull’ambulanza.
Ha fatto benissimo. Andiamo noi. Grazie… no, ha fatto benissimo.
La voce di Victor si è fatta subito seria; lui si è seduto sul letto e ha meccanicamente racimolato calzini e jeans mentre congedava Madame Colette.
Jerome ha avuto un ictus. Lo hanno portato in ospedale.
Jerome? Ma cosa ti ha detto, ha perso conoscenza, è grave? Ho formulato qualche domanda inutile mentre mi legavo le scarpe. In macchina non abbiamo più detto nulla: avevamo solo una gran voglia di vederlo.

Lo abbiamo intravisto cinque ore più tardi. Un attacco ischemico ha calcato sul volto di Jerome un ghigno obliquo che non ha nulla a che vedere con il suo spirito quieto e accogliente. Il suo braccio sinistro è piegato, accartocciato su sé stesso, e la mano è rimasta chiusa in un pugno impotente, la punta delle dita che preme sul palmo.
Mi accorgo solo ora che la sua discrezione ha custodito il segreto di un’esistenza che ignoro. Non gli avremmo mai chiesto di parlarcene, è ovvio, ma l’idea di fare a meno della sua presenza nella nostra vita ci ha fatto riflettere sulla sua.
Jerome ha compiuto ottantadue anni lo scorso novembre ed è uno degli uomini più amabili che conosca. Negli anni della sua giovinezza è stato costretto a tacere la sua omosessualità contro la codardìa di chi non mancava certo di epiteti sguaiati, mortificanti, per marchiare definitivamente un individuo. Più tardi non ha imparato a contestare tanto pudore però è il sostenitore più combattivo delle follie di Coco e osserva compiaciuto anche me e Victor. Jerome non è capace di nutrire invidia; semplicemente è felice quando ci vede insieme, liberamente insieme.
Non ha mai fatto cenno a un legame particolare che abbia solcato profondamente il suo grande cuore, ma sarebbe davvero un peccato se un uomo come lui non avesse incontrato un’anima capace di fondersi con la sua. Completamente. Lungamente. Impudemente.
E adesso ha dovuto lasciare il suo appartamento e il coniglio che lo segue di stanza in stanza: un distacco crudele di cui soffriranno entrambi.

Passate le prime 48 ore la vita di Jerome è stata dichiarata fuori pericolo. Victor si è fermato con lui e io gli ho promesso che sarei tornato presto con pigiama, pantofole e rasoio.
Mi sono chinato su di lui per posare un bacio sulle sue grosse guance flaccide: è passata Jerome.
Lui ha sorriso, paziente, e ha alzato la mano sino a toccare il mio volto. Ho sentito il calore e il peso di quella mano rimasta a lungo immobile.

Nel suo appartamento ho radunato in breve il necessario e poi ho suonato il campanello di Madame Colette, per darle notizie e chiedere se le servisse nulla nella convivenza con Nureyev.
Madame è comparsa sulla soglia con una ciocca di capelli sugli occhi e il resto della frangia  fissata a due grossi bigodi gialli e rossi. Stava ridendo:
mi sono appena sfilata un bigodo che è finito sotto il divano e mentre cercavo di raccoglierlo ho visto due occhi neri… Almeno è uscito dalla cesta…
Mi sono offerto di recuperarle l’aggeggio arriccia capelli, ma Madame ha deciso di sacrificarlo per buona pace del coniglio:
sembra divertirsi… tanto ne ho altri. Li metto per rendere più vaporosa la frangia…
Madame è davvero gentile ma io me ne vado pensando a Jerome e al suo conglio. Allora mi sale un pianto malinconico rievocando la mia vita con Algernon.
Non concepisco la  vita di un uomo senza un cane al fianco. La nostra casa senza un cane. Ho letto la raccomandazione di un architetto paesaggista a proposito della necessità di spostare regolarmente il proprio angolo di visuale per guardare lo stesso giardino in modo sempre diverso. Ecco, vivere con un cane significa trascinare continuamente la sedia da un angolo all’altro.

In ospedale Victor cerca il rasoio nella borsa che ho appoggiato sul tavolo: vanità di una vecchia checca: ecco qui il tuo rasoio. Poi con premura prepara Jerome per la rasatura e il nostro amico mostra sollievo, il pelo duro lo solletica. L’irriverenza di Victor, il sarcasmo – che in questo momento deve costargli caro – ci fanno sentire uniti e ci convincono che andrà tutto per il meglio.

La sera tornando a casa mi cade l’occhio su un avviso stampato su foglio A4 nella bacheca dell’entrata nel palazzo.  Monsieur Leval ha corretto l’ultima frase – forse un indirizzo – e poi ha ribadito la necessità di rispettare la regola n.5:  il sacco della plastica va esposto  il martedì sera: Ricordare. Non prima che puzza.
Disponiamo di un consigliere di scala che corregge con la biro blu i comunicati stampati in inchiostro nero. Meraviglioso.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.