28. La chat che fa troppe fusa.

Victor si alza e si dirige in bagno, una mano che strofina il fianco e scivola sul gluteo e l’altra che tiene lo smartphone: mi domando questi che cosa abbiano nella testa…
Una cliente mi ha detto che il nipote vorrebbe impedire agli ultra settantenni l’utilizzo dei social. Ci ho pensato: io estenderei il divieto alla generazione dei cinquantenni. Per quanto possa essere condivisibile l’idea della condivisione il suo rapido degenerare nell’accumulo sconclusionato di immagini e di parole è cosa piuttosto triste.
Non penso che nessuno creda veramente che i suoi messaggi vengano letti con interesse costante ed è piuttosto scoraggiante stare in compagnia di chi attacca a scorrere il polpastrello sullo schermo per mostrarti gli ultimi scatti o i filmati esilaranti che ha ricevuto nelle ultime 24 ore.
Il numero di Victor è stato inserito nel gruppo dei fortunati che possono rimanere costantemente aggiornati gli uni sulle faccende degli altri. Nora è l’artefice di questa comunità di eletti e da circa tre settimane è l’amministratrice solerte e propositiva che ha promesso di essere. Ci augura buona giornata e ci augura la buona notte e durante il giorno semina emotions a margine dei messaggi altrui con munifica benevolenza.
Victor ha preso atto della decisione di Nora ma non partecipa alla vita comunitaria della chat. In verità solo quattro o cinque persone usufruiscono della banchina comune dando regolari cenni di vita e Victor li segue con l’interesse del ricercatore che mappa il percorso delle sue cavie.
Purtroppo mi tiene al corrente del suo studio sociologico e quindi da circa tre settimane faccio parte della chat senza comparire fra gli iscritti: gli altri non sanno della mia esistenza ma io so cosa li ha fatti piangere il lunedì e cosa li ha fatti ridere il martedì sera. So quali interrogativi si pongono e so che spesso rimangono senza una risposta o peggio senza un tentativo di risposta; qualcuno pubblica subito dopo la caricatura di Trump o la foto del gatto e gli altri glissano disinvoltamente sul quesito che mendicava un suggerimento.
Poi succede che Monsieur Schmitt – che regola ancora la sua vita di pensionato secondo gli orari di quando faceva il panificatore ed è il primo a passare al chiosco la mattina – si commuova raccontandomi di aver rivisto su facebook la fotografia che aveva scattato alla sua cagnetta un anno prima che si ammalasse, al mare: mi ero dimenticato di quella foto, è stato come vederla lì… davanti a me, ancora viva.
Magia nera e magia bianca della rete.

Fatto sta che io mi muovo nella rete come chiunque altro e ringrazio il web del tempo che quotidianamente mi fa risparmiare ma più spesso mi diverto nel constatare che per quanto diverse siano le superfici su cui si muove l’essere umano, i suoi passi sono sempre gli stessi.
Voglio dire: sul parquet si volteggia più agevolmente che sulla terra battuta e certo lo si fa a ritmo accelerato, ma rimane pur sempre il passo di un valzer, ritmo ternario-quadrato antiorario-giro.
Così, per esempio, la discussione innescata da un commento apparso sui social, discussione a cui ho assistito stando due sedili più in là sullo stesso tram su cui viaggiavano due amiche ciarliere, era la stessa che avrebbe potuto alimentare i pettegolezzi in una piazza di provincia.
Perché ha riso di me? diceva l’una e poi citava a memoria le frasi apparse sui social di Tizio e di Caio, proprio come se Tizio e Caio avessero detto le stesse cose al mercato e ne fosse venuto a conoscenza Sempronio. Lui ha detto, lui ha postato, lui ha commentato, io gli ho detto e avanti di seguito sino alla fermata St. Antoine.
Quando mi sono alzato per scendere ho visto una signora sui settantacinque ringraziare l’autista che stava a fianco del tram per averle ceduto il passaggio. Una signora con un trucco anni Cinquanta che attraversava a piedi cercando di reggere in equilibrio la bicicletta. Al manubrio stava appesa una borsa da cui spuntava un mazzo di bietole. Ha sorriso all’automobilista e ha continuato a sorridere all’autista del tram che nel frattempo si era fermato. Quel sorriso mi ha rimesso al mondo.

Torno a casa prima di Victor. Devo nascondere la ventosa sturalavandino prima che la veda e si ricordi di cosa lo tormentava ieri notte. Io ero a letto e già avevo rinunciato al libro per cedere al sonno quando Victor ha chiesto dove avessimo riposto la ventosa.
Non penso di avergli dato retta ma la ventosa è riuscito a procurarsela. Convinto di dover intervenire sullo scarico della doccia e di doverlo fare subito ha iniziato a disquisire sulla manutenzione degli scarichi in generale e sul corretto utilizzo della nostra lavatrice in particolare. Io cercavo di ignorarlo ma era impossibile non sentirlo girovagare per casa brandendo quell’arma primitiva di gomma arancione. Un uomo in mutande che passeggia nella tua stanza da letto o è eccitante o è irritante. Io non ho trovato in lui nulla di eccitante.
Ho dormito malissimo e alle 3 ero davanti al computer e cercavo nel web la fotografia di un cane. Da qualche giorno torno spesso a rivederla. Un ospite del canile di S. assomiglia molto, troppo, al nostro Algernon; l’ho individuato quasi per caso e ho riletto per l’ennesima volta le poche righe su di lui.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.