31. Le vacanze di Victor.

Non so dire perché mi riesca tanto difficile decidere di avvicinare il cane a cui continuo a far visita sul web. Lui è sempre lo stesso nell’unica fotografia che lo ritrae e io non ho cambiato il modo di guardarlo. Provo premura verso di lui. E un gran senso di colpa perché io ho già goduto della compagnia di un animale del tutto simile.
Ho pensato che il timore di tradire la memoria di Algernon potesse inibire la ricerca di un cane come lui, ma non ho mai sostituito un amico e non lo farei ora. In quel cane io non vedo il doppio di Algernon ma tuttavia riconosco un carattere simile e mi pare una benedizione insperata. Qualcosa di bello a cui ho dovuto rinunciare.

Giacché abbiamo visto Babuche perché non andare a conoscere l’altro? Victor sta scaricando un’immagine, un quadro di Magritte credo:
è Magritte?
sì mio caro. Le vacanze di Hegel cita trionfante e inclina il video del computer perché io possa vederlo. Un bicchiere in equilibrio sull’ombrello aperto. Non indago la dialettica hegeliana e non provo a capire cosa si intenda per equilibri plastici, ma stabilisco subito un legame tra Victor e quella immagine:
perché ridi? mi chiede lui, sapendo che Magritte non è tra i miei preferiti.
sorrido. Per il titolo «Le vacanze di Hegel». Penso che tu saresti capace di trascorrere le tue vacanze cercando di tenere un bicchiere in equilibrio su un ombrello aperto.
Victor è capace di essere pignolo nelle faccende più banali, meticoloso sino al ridicolo e naturalmente pedante. Io riduco in burla i suoi eccessi, eppure rimango certo dei risultati che può raggiungere con la sua perseveranza.

Per Victor il discorso canile può avere fine: domenica andiamo a vedere l’altro… com’è che si chiama?
Non replico e aspetto con impazienza la domenica. Come se qualcosa fosse nell’aria e stesse per succedere, Monsieur Ronsard mi ha chiesto ieri se avessi intenzione di prendere un altro cane. Me lo chiedono in molti, ma mi è parso di buon auspicio che fosse Monsieur Ronsard a parlarne. Sempre discreto, sempre riguardoso. Ha acquistato il suo giornale e ha fatto per andarsene; poi si è voltato: io ho pronti i biscotti per il cane, si ricordi. E mi ha sorriso.
Nel frattempo io e Victor continuiamo a infilare Babuche nei nostri discorsi, come un simbolo di punteggiatura: un punto interrogativo per l’esattezza. Dacché l’abbiamo vista ci domandiamo cosa possa averla spaventata tanto e soprattutto quante possibilità abbia di finire in adozione. La definiscono un cane problematico e propongono un avvicinamento graduale ma temo che tanta sollecitudine nel tutelarla scoraggi i visitatori.

Domenica. Il canile in cui vive Paul è piccolo e all’apparenza trascurato e povero di mezzi. Attraverso la rete vediamo un cane lupo dal pelo lungo che gira in tondo sul suolo di ghiaia, tenendo la testa inclinata a sinistra.
Victor si avvicina alla porta di ingresso per cercare di parlare con qualcuno e io rimango a compatire la pena di quel povero cane che pare pilotato da un meccanismo inceppato.
È cieco e questo è il suo modo di stare in mezzo agli altri. Mi spiega una donna che sta lavando il pavimento di un box con il getto d’acqua di una pompa. Va a chiudere il rubinetto e mi passa davanti: sente le voci degli altri cani e inizia a correre così. Poi gli si avvicina e si abbassa e lui si appoggia al fianco di lei: sembra abituato alla sua presenza e alle sue carezze.
Quando Victor mi chiama mi dirigo all’entrata. Paul è chiuso dietro una porta scura: è il suo turno di uscita ma è stato isolato per dare la precedenza a un maschio rissoso di taglia più grande.
Poi la porta viene aperta e Paul salta fuori e travolge Victor che gli sta di fronte. Gli preme le zampe sul ventre e continua a dimenarsi in cerca di attenzione, facendosi reggere sulla zampa su cui la chirurgia recente ha lasciato una traccia appena visibile. Io provo ad unirmi a loro e allora il cane sposta una zampa su di me e spinge avanti il muso arrivando a leccarmi guancia e orecchio; io arretro e lui affonda. Paul è un frangente, un’onda che vedi piegare la cresta e rompersi, spumeggiando. Nella fotografia appariva serio, perfino triste.
Volete provare a fargli fare due passi? Un uomo grasso con un mozzicone di sigaretta spenta all’angolo delle labbra esce dalla veranda a cui sta appeso un cartello: “Ufficio-Orari”. Ci porge un guinzaglio sfilacciato e con le mani libere si sistema la camicia nei calzoni.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.