35. Conversazione sull’arte contemporanea.

Per i suoi figli è un’esperienza sfibrante. Li ho visti crescere e defilarsi appena un margine di indipendenza gliene dava l’opportunità. Non si può dar loro torto: accompagnare Sara nelle sue uscite per gli acquisti può risultare davvero snervante.
Non sempre. Se dispone di poco tempo e ha con sé la lista della spesa si comporta come la maggior parte dei parigini: va di fretta e dimentica di comprare ciò di cui aveva più bisogno.
Tuttavia nella vita caotica di Sara ci sono delle interruzioni, sorta di bolle di sapone in cui viene risucchiata e sospesa. Dice di sentire quando è il momento giusto; dice che si tratta di un’esigenza fisica: allora si rilassa andando in cerca delle novità.
Non fa propriamente shopping, non si lancia in acquisti compulsivi per colmare l’insoddisfazione o compiacere la vanità. Lei dice che è necessario guardarsi intorno per vedere cosa c’è di nuovo sul mercato.
Spesso cerca di coinvolgermi e passa al chiosco a reclutarmi a fine giornata. Ieri mi ha trovato chino sulla mia vecchia bicicletta mentre ingrassavo il bullone arrugginito a cui era fissato il pedale.
Non è facile andare in bicicletta senza un pedale – parlo per esperienza – e io ne ho perso uno attraversando boulevard de Sébastopol. Ho evitato la caduta ma la bicicletta si è piegata a terra e la leva del freno è finita nei miei pantaloni: squarcio a L sopra il ginocchio.
Ho proseguito a piedi, a fianco la bici riaddomesticata, e ho incrociato i passi pesanti di Madame Pilot, sempre più grassa. Era riuscita a infilare le gambe in un paio di leggings a fiori; sulle cosce i petali si dilatavano e sbiadivano. Il tessuto era talmente teso che pareva trasparente, come la pasta del chewing gum quando ci si soffia dentro quanta più aria è possibile.
Monsieur Sébastien ha forato?
No, ho perso il pedale. E ho finto di riderne. Poi le ho mostrato il mio jeans rovinato e lei mi ha detto: andrà benissimo così. Sono in vetrina jeans stracciati che le costerebbero una fortuna.
Io ho finto conforto e lei si è accertata che non avessi ferite mentre si sfilava il golfino rosso e rimaneva in canotta:
fa troppo caldo e sono allergica al polline.
Anche Victor ha iniziato da qualche giorno a starnutire e imprecare contro la primavera. Starnutisce e impreca. Stamane a colazione – gli occhi lucidi e il naso gonfio – ha avuto una brillante intuizione: perché nessuno ha mai pensato a delle mutande con le tasche per tenerci i fazzoletti?

Stavo appunto cercando di sfilare il perno per agganciare il pedale rimediato dall’ex coinquilino di Miguel, che andandosene ha lasciato la bicicletta e un bigliardino in eredità, quando Sara è apparsa al mio fianco.
Questa volta si trattava di fare un sopralluogo nella bottega di prodotti leggeri, sfusi, aperta in rue Beaubourg. Ambiente un po’ asettico per me che avrei preferito l’accoglienza di un negozio di granaglie, ma pregevole la combinazione cromatica degli infiniti cassetti trasparenti in cui Sara ha pescato svariati tipi di pasta e fatto provvista di legumi.
I vasi delle spezie disposti in semicerchio mi hanno fatto pensare al particolare di un quadro sull’arte dei tintori medievali. Mi sarei fermato di più ma Sara ha voluto che la raggiungessi per scegliere insieme una combinazione per una tisana rilassante: ho insistito per il rosmarino anche se lei mi ha detto che con tanti profumi a disposizione mi rivelavo privo di originalità.
Sei prevedibile. Da te mi aspettavo qualcosa di meno banale. Non ti piaceva il sambuco?
Quando Sara dice così è perché da un gay si aspetta sempre eccentricità, arditezza e sensibilità, intesa come sinonimo di empatia sino alle lacrime. Ma io sono un uomo piuttosto convenzionale a cui piacciono gli uomini e il rosmarino nelle tisane.
Mi ha detto che voleva comprare qualcosa per me e mi ha messo in mano qualche sacchetto di carta. Io li ho riempiti con delle farine, di segale, di farro e di mandorle. Mi piaceva il suono delle parole tracciate a mano su un cartoncino; ci penserà Victor a cucinarle.
Nel reparto detersivi per la casa mi stavo annoiando e ho cominciato a chiacchierare mentre Sara studiava i componenti di ciascun prodotto. Sembrava mi ignorasse ma poi mi guardava, spingeva gli occhiali sulla fronte e mi rispondeva:
ma se hai sempre avuto cani.
Si ma all’improvviso ci siamo posti domande inutili. Tipo: una persona quanti cani può condurre al guinzaglio? Compriamo lo sdoppiatore?
Ci stanno da soli in casa?
In casa sono perfetti. E poi sono in due; non sono mai soli..
E allora?
E allora non lo so. Per ora vengono al chiosco con me. Lui è incuriosito dalla gente, lei sta volentieri sul cuscino, dentro. È tutto quasi perfetto capisci?
prendo questo, con cera d’api e birra. Mi passi un contenitore da un litro?

Sulla via di casa ho visto due ragazzi abbarbicati su una scultura, qualcosa simile alla cassa toracica di un cetaceo arenato nei giardini dietro casa. Parlavano e sembrava una di quelle conversazioni confidenziali e profonde fatte in piena adolescenza. Uno stava a penzoloni sulla costola in acciaio e l’altro lo ascoltava a gambe incrociate sullo sterno della carcassa.
Ho pensato che era un modo naturale di appropriarsi dell’arte contemporanea, di farne parte.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.