36. Spalancate le finestre.

Non si può dimenticare la sensazione che si prova ascoltando musica jazz dal vivo. Può passare anche molto tempo prima di tornare a uno spettacolo in un sottoscala di Saint Germain de Prés, in un club del 6° o nell’angolo di una piazzetta nel Marais.
Ma il jazz è uno stile di vita, è un linguaggio con cui parlare ed è un modo di ascoltare. Quando le luci sul palco scaldano il legno del contrabbasso che pare melata di abete, le dita pizzicano le corde vocali dello strumento traendone una voce bassa e scandita. E nell’ombra gli altri strumenti declinano la stessa frase e ne pronunciano altre. Inizia così e satura l’ambiente, filtra nei corpi.
Si muovono le mani, si muovono i piedi, dondolano le teste in un abbandono fiacco. I nervi come i fili che animano la marionetta.
Io mi sento nudo davanti ai miei pensieri e mi sento pienamente me stesso. La musica jazz mi dà tempo di riflettere, di riepilogare più che di progettare.
Ero un ragazzo quando mia madre mi regalò il biglietto per il primo concerto jazz, a teatro. Ci andai con un compagno di scuola. Non ho nessuna competenza, non ho mai provato interesse a costruirla, e non sento molta musica, non quanta ne ascolta Victor. Però il jazz mi fa star bene.

Qualche sera fa ho vissuto una fortunata circostanza: mi sono presentato a uno spettacolo a ingresso gratuito pochi minuti prima dell’inizio e mi sono sentito dire che i posti erano esauriti. Cacciato, escluso, serata interdetta. La coda di ritardatari si è disfatta con la lentezza della delusione, del disincanto per un giocattolo promesso ma negato.
Una donna con i capelli corti viola, un abito largo a palloncino e il pass appeso al collo, ha tentato una parola di conforto: le finestre sono tutte aperte. Potete sentire anche dalla piazzetta.
Per piazzetta intendeva il cortile di quella che fino alla fine degli anni Settanta è stata la conceria Colbert e durante l’occupazione ha dato rifugio agli uomini della Resistenza. Piena di tavoli lunghi e di gente che mangiava, che discuteva, che aspettava le pietanze e intanto sbirciava i piatti altrui.
Io ho visto una panchina e una sedia. È la sedia che ha visto per prima me perché io non la stavo cercando. Avevo con me un libro di Roger Grenier, Le veilleur, e ho iniziato a leggere mentre una coppia che in coda era dietro di me è venuta a sedere sulla panchina. Li ha visti un amico e si è avvicinato: mangiamo qui. Cucinano il pesce da Dio.
Le finestre erano spalancate al primo piano ma le note del violino, quelle che tutti eravamo venuti a sentire, arrivavano sfiancate, sciupate. Il vocio dai tavoli le rimbalzava, le sporcava. Comunque io avevo trovato un angolo su misura e quello che stavo facendo avevo voglia di continuare a farlo per un poco.
Victor è arrivato dopo. Aveva un bicchiere di vino rosso in mano e ne ha portato uno anche a me. Poi siamo usciti in strada, di fronte alle finestre aperte su rue Blainville dove il fraseggio del violino arrivava chiarissimo. La gente stava appoggiata al muretto che divide il giardino pubblico, stretto e lungo, dagli stalli del parcheggio; un tale stava rallentando con la bicicletta per trovare un angolo da cui partecipare. Persone che desideravano restare lì finché il violino ce le avesse tenute, inchiodate alle loro scomodissime posizioni di ascolto.
Il vino era buono.
Verso la fine ho visto un palloncino levarsi dal buio. L’ho visto con la coda dell’occhio, alla mia sinistra, consapevole che fosse certamente qualcosa di diverso ma incapace di comprendere cosa. Il palloncino saliva e io gradualmente decifravo a cosa stesse legato: un uomo dal cranio calvo e lucido si levava da dietro una siepe. Aveva ascoltato il concerto seduto sul marciapiede e si rimetteva in piedi.

Devo risolvere il problema. Cercare una soluzione. Ieri Gwendolen si è improvvisamente fermata durante la passeggiata. Ha fiutato l’aria o ha sentito un rumore sgradevole, evocativo di un episodio sgradevole. Non so cosa sia accaduto; so soltanto che si è irrigidita e poi è riuscita a svincolare. Si è come rimpicciolita e, indietreggiando, si è disfatta della pettorina.
Ha attraversato la strada costringendo un camion della nettezza urbana a una brusca frenata. La donna che stava alla guida mi ha insultato. Lunghi musi di diniego mi additavano mentre tentavo di raggiungerla, trascinando Ernest al guinzaglio. Il panico le ha turato le orecchie; non sei più sola ho continuato a sussurrarle mentre me la premevo al petto.
Il suo comportamento è diventato esasperante; vincola Ernest e rende snervante ogni tentativo di uscita. Non posso fare a meno di pensare come sarebbe bello avere solo lui.
Poi penso che vorrei difenderla da tutto.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.