V. La potatura nei giardini reali.

Stavo servendo un cliente quando ho udito una ragazzina parlare:
– è solo un’oca giuliva – il giudizio su una compagna di scuola pareva definitivo.
Doveva avere dodici o tredici anni e stava svuotando il sacco con una donna giovane – la zia o la babysitter ho pensato – che nel frattempo prendeva dall’espositore un monografico su Vienna.
– Vuoi qualcosa Sylvie?
La ragazzina ha interrotto il suo resoconto per fare sbrigativamente cenno di no con la testa. Poi ha ripreso a raccontare, indugiando con pollice e indice sullo scuby doo azzurro e rosso appeso alla cerniera del suo zaino.
Ho pensato quanto fosse consolante che l’espressione “oca giuliva” fosse ancora in uso presso la generazione più giovane. Mi ha fatto sentire parte di una comunità ancora attiva.
– Ci facciamo una cioccolata calda a casa?
– È una buona idea. Ma ne abbiamo? Andiamo a comprarne una scatola – e così dicendo la donna mi ha teso un biglietto da 5 euro.
Mentre ritirava la rivista nella borsa a tracolla ho intravisto in copertina la Gloriette, a Shönbrunn.
Sono rimasto solo e un ricordo tiepido di malinconica dolcezza mi ha attraversato le viscere. Ci sono immagini e gesti e parole che non perdono negli anni il loro valore simbolico. Senza di essi la vita di ognuno è ben poca cosa.
Il viaggio a Vienna – un fine settimana di fine febbraio – è stato il primo viaggio che ho fatto con Victor. Vivevamo nella stessa casa da meno di un mese ed era capitata l’occasione di andare in Austria; per caso.
Era tutto perfetto: felici a casa nostra, felici di preparare insieme i bagagli, felici di prendere l’aereo, felici di essere soli in una capitale di composta bellezza che non conoscevamo.
Io ero consapevole allora come lo sono ancora della generosa dose di felicità che mi era toccata. E a distanza di parecchi anni, adesso come allora, è sufficiente pensarci per avvertire l’autentico spirito con cui ero partito. Intatto.
Non ricordo quasi nulla di Vienna. Conservo una guida, un Baedeker che Victor mi aveva regalato per l’occasione, qualche giorno prima di partire. È sgualcita e porta i segni di un servizio reso fino in fondo. Abbiamo dunque calcato i percorsi turistici e lo abbiamo fatto consultando le fonti, con consapevolezza documentata.
Eppure il pensiero riesce a toccare solo la sensazione della libertà goduta. Lo sente palpabile e integro.
Cosa ricordo? Ricordo che avevo un cappotto verde scuro e ricordo di aver raccolto una foglia di vischio a Shönbrunn, sul viale davanti la fontana di Nettuno. L’acqua era cristallizzata in un pavimento di ghiaccio grigio bianco su cui pattinavano le anatre; io non vedevo tanto vischio sui rami degli alberi da quell’inverno lontano in cui con mia madre avevo attraversato la regione del Rodano e dell’Alvernia in autobus, di ritorno a Parigi.
Ricordo che Victor mi ha scattato una fotografia mentre stavo seduto sul primo ripiano di una di quelle alte impalcature mobili che abitano i giardini della reggia. Come degli uccelli tra gli alberi, i carrelli alti più di dieci metri sostano servili tra le fila disciplinate di rami piegati alle leggi di un’architettura superba. Ci salgono i giardinieri per la potatura, ora come un tempo.


Ricordo la tovaglia a quadri di un locale al Prater – l’unico che trovammo aperto quella sera in cui il parco era deserto – dove facevano della musica e dove mangiammo il gulasch, serviti da un tale che indossava una giacca da ussaro e aveva modi impeccabili ma negli intervalli tra una portata e l’altra stava appoggiato al bancone e batteva il tempo impugnando un würstel mezzo morsicato.

– Scusi è uscito Tuttomoto?
Controllo ma deve ancora essere  consegnato. Il signore ringrazia e se ne va.

Così ricordo Vienna per i ponteggi nei giardini e poco altro.  Eppure negli episodi che ho narrato annuso l’odore tonificante di una felicità piena. La ritrovo pulsante e provo una timida gratitudine.


Stamane ho rivisto sul balconcino la signora accanto a lui. Sono due vecchi e sono lieto di non vedere più lui da solo. Lo vedevo spesso; suscitava simpatia la sua espressione amichevole sulle labbra plasmate in un sorriso.
Ho detto a Victor che ero certo si fosse innamorato:
– che bello. Adesso si addormentano insieme. Due vecchi innamorati.
– con il rischio che si svegli solo uno di loro – ha commentato lui.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.