VI. Un carattere di carta.

Street art. Mimi The Clown
Brutta copia di Paris. Le Marais

In qualche modo ho realizzato un sogno. Ho vissuto un giorno da portinaia.
Ho sempre guardato con interesse al lavoro della portinaia, anche prima che Muriel Barbery mostrasse i reali orizzonti della vita apparentemente monotona e insignificante di Madame Michel, Renée.
La portinaia è l’incarnazione del palazzo: si crede sia sempre nella sua stanza e spetta a lei filtrare ciò che viene da fuori ad uso degli abitanti del palazzo.
Le cattive abitudini degli inquilini inciampano senza scampo nel suo zerbino e quindi lei conosce aspetti della vita di ognuno che sarebbe meglio non andassero oltre la citofoniera condominiale.
In verità crede di conoscere tutti ma tutti evitano di approfondire la conoscenza. E del resto tutti credono di averla inquadrata fra buca delle lettere e cortile.
Non posso passare davanti allo sportello della portineria senza lavorare di immaginazione. Anche quando non conosco nessuno e tanto meno la portinaia. Anche quando la portineria è vuota, come accade in molti palazzi che rinunciano al servizio.

Oggi hanno sostituito i citofoni nel nostro stabile, come annunciato nell’avviso affisso nell’entrata sabato mattina.
Sabato pomeriggio ottenevo già il primo ingaggio come vicino di fiducia a cui affidare le chiavi in caso di assenza.
È stata Madame Bonnet a chiedermi se avessimo potuto, io o Victor, badare al suo appartamento durante la sostituzione.
Poi è stata la volta della signora del piano terra, la minuta Madame Mercier. Ha accampato una scusa ed è riuscita a fare in modo che in vece sua ci fossi io a vegliare sull’onestà del tecnico elettricista che avrebbe violato la soglia di casa.
Infine sul nostro pianerottolo mi è stato chiesto di rimediare all’assenza di Madame Poulain. L’ho cercata al telefono e lei mi ha candidamente ricordato che una copia della sua chiave era in nostro possesso: la usassi pure.
Non ricordavo nemmeno di averla, ma effettivamente i signori Poulain ci avevano chiesto di custodirla per le emergenze.
Quindi ho trascorso la mattinata entrando in casa altrui e, dopo aver appurato che l’installazione nel muro del nuovo apparecchio procurava qualche calcinaccio, l’ho fatto armato di scopa e paletta per rimediare ai danni maggiori.
Per la prima volta mi sono sentito ufficialmente investito di un certo qual ruolo di rappresentanza: mazzi di chiave in pugno ho salito e sceso le scale facendo da anfitrione all’elettricista e suo figlio. Credo pure di aver fatto invidia a Monsieur Leval che avrebbe volentieri collezionato le deleghe che sono invece toccate a me. L’ho incontrato davanti all’ascensore e pareva indispettito.
Da Madame Bonnet, in colonna sopra il nostro appartamento, ho raccolto in terra frammenti di muro e qualche capello, di quelli che di solito raccolgo sotto, sul nostro balconcino.
Come mi era stato chiesto ho cercato di tranquillizzare il loro piccolo cane che ha tentato due volte di mettersi in salvo dall’intrusione per poi tornare all’angolo sotto il tavolo dove si credeva al sicuro.
Dai Poulain invece nessun tentativo di fuga da arginare ma piuttosto la constatazione consolante che sopravvivono in qualche angolo di Parigi i salotti cerati di imbarazzante lucentezza e le angoliere a due ante ricoperte col centrino e la damina in porcellana di Limoges in scena bucolica.
Ho faticato a non guardare ma non ho potuto ignorare ciò che era evidente. Con un disagio consapevole e un’infondata sensazione di colpevolezza. Non fa per me; non ci riesco.
Forse perché mi disturba l’idea che qualcuno possa fare altrettanto in casa mia. Non so.
In breve, finisce qui la mia carriera di portinaia. Spero di non aver appannato nemmeno un angolo delle piastrelle lucide di Madame Poulain e credo che d’ora in poi guarderò il nipote di Madame Mercier con un poco di quella tenerezza con cui lo guarda la nonna che tiene incorniciato in soggiorno un suo scarabocchio fanciullesco: il sole, la casa col tetto spiovente e un tale dalla testa enorme e l’enorme naso.

Monsieur Delannoy è a Parigi per vendere il suo vino a Victor. Siamo stati insieme a mangiare alla gofreria di rue S. ed è stato tutto molto piacevole. Monsieur Delannoy è un uomo dalla conversazione varia e mai banale ed è inoltre un perfetto padrone di casa. Eravamo stati suoi ospiti a Chablis e mi ha fatto piacere poterlo incontrare ancora.
Alla fine del pranzo ho lasciato che  lui e Victor discutessero di affari e mi sono guardato attorno. Quando lo sguardo è tornato al nostro tavolo ho notato che i cartocci che avevano contenuto i nostri gofri erano stati congedati in tre modi differenti.
Monsieur Delannoy se ne era disfatto accartocciando la sua busta – energico e risoluto – mentre il mio cartoccio giaceva a fianco del bicchiere, piegato in quattro lungo linee segnate e ripassate tra pollice e indice, per essere ordinati ma anche definitivi.
Victor era riuscito a estrarre il suo gofre di formaggio alsaziano senza lasciare traccia del passaggio – nessuna macchia di unto, nessuna briciola – e la carta che lo aveva custodito rimaneva intatta, perfettamente liscia, accanto al suo smartphone. Maniacale come quando piega e ripone i suoi ascots nel cassetto. O i calzini che colleziona come francobolli. Nulla di tutto il resto.
Tre caratteri diversi apparecchiati su un tavolo pubblico con maggior chiarezza che in una cartella clinica.

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.