XI. Qualcosa è cambiato.

Sabato 1 dicembre, h. 04.00.

Alla fine ho aperto gli occhi. Tanto tenerli chiusi non serviva a precipitare ancora nel sonno. Erano trascorsi una decina di minuti, forse di più: emerso dai miei sogni non riuscivo a trovare interessante riafferrare le briglie di un discorso esaurito nelle prime ore di sonno.
Doveva trattarsi di insonnia. Io non so gestire l’insonnia, non so riconoscerla: non rimango mai sveglio durante la notte. Tuttavia credo si possa ragionevolmente parlare di agripnìa trascorsi trenta minuti a osservare il dorso dei volumi nella libreria al fondo del letto, senza provare alcun cedimento.
L’unico pensiero che ho maturato è stato quello di andare in cucina. Ho riempito una tazza di caffè caldo con latte e ci ho immerso i crackers salati. E ho acceso la tivù.
Intanto ho indossato sul pigiama il pile col cappuccio che uso per uscire coi cani: non ho mai modo di constatare l’abbassamento di temperatura in casa in piena notte.
Bello: un’intervista a Woody Allen per celebrare il suo compleanno. La sua New York preferita? Quella delle case a tre piani, strette, di mattoni rossi. E le fanno vedere.
Sorbito il caffè ed esaurite le proposte televisive torno a letto e mi corico nello spazio rimasto. Da quando Ernest e Gwendolen vivono con noi non si può mai contare su uno spazio certo nella grande cuccia che condividiamo. Appena uno di noi si alza gli altri ridefiniscono le proprie posizioni estendendo i confini.
Il maschio è addormentato nell’incavo delle gambe piegate di Victor, con il muso appoggiato ai suoi talloni. Gli tremano un poco le labbra molli e regolarmente interrompe con un sospiro profondo. Gwendolen è racimolata contro la schiena tiepida di Victor.
La camera non è immersa nel buio e nemmeno nel silenzio. Sento sfilare in strada i banchi del mercato trainati a motore, il formaggiaio, il pescivendolo, l’odioso macellaio che teneva il vecchio Algernon a distanza, la panettiera Carole.
– Quasi quasi vado al mercato: per fare due parole – Victor si gira e leggo negli occhi vigili lo stesso risultato di un’irritante insonnia improduttiva.
– Ma come ti sei conciato? – mi vede con il pile abbottonato fino al mento mentre avvolgo la sciarpa in testa. Mi fa ridere: rido di me stesso e di come mi vede lui:
– ho freddo e non ho coperta.
Lui prova a tirare la trapunta verso di me ma il peso del cane che ci sta sopra esclude qualsiasi risultato.
Accendo la luce sul comodino e impugno il libro. Allora Victor inizia a raccontare ciò che ha letto ieri sera prima di addormentarsi:
Non ci lascia nemmeno il tempo di litigare. La moglie di Emilio era perseguitata dall’invadenza di Stanley Kubrick.
Invece di prendere anche lui il suo libro, io poso il mio e parliamo. Di cose diverse, in ordine sparso e ritornando a caso su un argomento:
– è stupido pensare sempre allo stesso posto per un viaggiooo? – articolo in uno sbadiglio dal bozzolo in cui mi sono rinchiuso.
– Perché? Se ti piace.
– Ma piace anche a te?
– Ma certo che si. Andremo dove vuoi tu e dove voglio io.
Ho paura che lui stia invecchiando perché una volta non accadeva mai che rimanesse sveglio durante la notte, ma Victor rende tutto quietamente normale:
– mi riaddormento, stai tranquillo.
Confido di crollare sotto il peso del latte e dei crackers e in effetti, girandomi a pancia sotto,  avverto che il sonno sta tornando:
– ci siamo!!- e riattacco a ridere.
Sento che siamo una famiglia.

Lunedì 3 dicembre, h. 02.45.

Apro gli occhi sulla sagoma di Gwendolen, seduta in margine al letto. Piagnucola a volume sempre più alto: ho poco tempo per intervenire. Il suo avvertimento non lascia mai spazio a tentativi di persuasione e occorre considerare di avere a disposizione un paio di minuti per indossare qualcosa di vagamente confortevole e provvedere il cane di pettorina e guinzaglio.
Ovvio che Ernest voglia essere della partita. Ovvio che Victor ignori che intorno a lui si stia organizzando una missione.
Infilo i calzini e scivolo nelle scarpe da trekking anche se già so che presto i calzini – quei calzini, corti e con l’elastico allentato – si ammucchieranno sotto il piede, oltrepassando il tallone. Trovo estremamente scomodo camminare in inverno con il piede per metà nudo in una scarpa pesante e  ha pure piovuto.
Ernest ci ripensa a metà scala e devo trascinarlo fino al portone per assecondare la premura di Gwendolen, terrorizzato all’idea che possa liberare la vescica nell’entrata del palazzo.
Così, con un cane trainato – ventre a terra – e il guinzaglio teso a trattenere la corsa dell’altro, arriviamo ai giardini.
Solo lì ricordo di aver accondisceso alla golosità di Gwendolen concedendole il pollo. È colpa mia se adesso stiamo sotto le larghe foglie goccianti dei platani in attesa che la sua pancia sfoghi il dolore dei crampi in liquide evacuazioni itineranti. Il pollo sortisce questo effetto. Girando su sé stessa a gambe larghe riesce anche a lordare il guinzaglio prima che possa porvi rimedio.
Al rientro i cani riprendono il loro posto accanto a Victor che nel sonno mastica qualche domanda sulla nostra assenza. Non sente la risposta che comunque io non gli fornisco e allunga il braccio per accarezzare prima un cane e poi l’altro.
Mettere a mollo il corredo di Gwendolen mi toglie le ultime velleità di sonno. Vado in cucina e preparo caffè, latte e crackers salati che consumo nella solitudine, ignorato dal resto della famiglia.
Sento che siamo una famiglia e mi sento un membro non tenuto in giusta considerazione.

 

Elsa Poudou. Paperart.

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.