XVI. Filo di Scozia.

 

Cosa guardano i vecchi quando stanno alla finestra? Cosa pensano le vecchie signore con il naso contro il vetro, appoggiate alla mensola di marmo sopra il calorifero? Perché in genere sono donne: sopravvivono ai loro uomini e talvolta alla loro stessa vita.
Ne vedo una al piano terra in place Verlaine ogni volta che porto il cane al giardino. D’un tratto mi rammento che sto passando sotto la sua finestra; allora alzo lo sguardo e la trovo intenta a guardare cosa fa la gente che lei non può fare più o concentrata nel tentativo di comprendere come va il mondo adesso che non ne fa più parte.
La sua capigliatura bianca si confonde con la tenda scostata e spiccano gli occhiali: una montatura rossa arricciata in alto come se il suo angolo di visuale fosse compreso tra un accento grave e uno acuto. Mi pare di ricordarla rossa o forse è l’espressione dei suoi occhi a farmela apparire di un colore brillante. Lei si accorge di essere osservata e sposta su di me la sua attenzione per un attimo, interrogativa: due pupille vivide, due capocchie di spillo vigili e curiose.
Si gira per seguire i rumori improvvisi, come ho visto fare a due cormorani che allungavano sincroni il lungo collo per ruotarlo in cerca di risposte prima di spiccare il volo.
Poi torna a un monitoraggio sistematico con lunghe pose su singoli obiettivi.
Non ne ricavo l’impressione di una vecchia malata, a cui sia impedita l’uscita, e nemmeno di una donna arresa alla paura, come accade in vecchiaia quando gli ostacoli ingigantiscono e scoraggiano l’iniziativa.
Piuttosto mi pare in attesa. Di qualcuno più che di qualcosa.
Qualche sera fa attraverso il portone a vetro del suo palazzo l’ho vista sulla soglia del suo appartamento, con le pantofole di panno e le braccia incrociate. Un mazzo di chiavi pendeva dal pugno affossato sotto la mammella floscia, nella piega del braccio opposto.
Ho pensato che il figlio o un nipote erano in ritardo di qualche minuto.
Forse dovrei ricordarla di qualche anno più giovane in un negozio del quartiere o in coda alla posta. Probabilmente ci siamo incontrati in passato ma adesso è il mezzobusto al centro della finestra di sinistra, sopra la citofoniera.
E tuttavia a Natale ha decorato la sua vetrina con delle stelline luminose appiccicaticcie come gelatina: un po’ stantie, come lei. È importante che lo abbia fatto; è un buon segno.

Anno nuovo.
Di solito sono io che stiro la biancheria. Victor afferma di non pretendere da me questo genere di lavoro ma quando non trova il necessario dice che devo avvisarlo se non provvedo al suo guardaroba. Ci pensa lui ma deve sapere di doverlo fare. Ne deduco che spetta a me il compito di sovrintendere ai suoi cassetti e fornire un quadro aggiornato: quello che c’è, quello che manca.
Ieri sera mi sono coricato con la maglia a collo alto. Mi pareva gentile giustificare l’apparente trasandatezza:
– se tengo il maglione è perché ho male alla gola – gli ho detto sorridendo innamorato.
– se metto la canottiera è perché non ho altro – ha risposto Victor, indispettito per non aver trovato le magliette in filo di scozia con cui generalmente va a letto.
Anno nuovo: tutto nella norma. Bene.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.