XVIII. Coco (Chanel) n. 8.

– Potrei stare qui il resto del pomeriggio a guardarlo. La linea di quel cappello: perfetta.
– Quale? – chiedo abbandonando l’osservazione della vetrina più grande per avvicinarmi a quella  davanti a cui sta già da qualche minuto Coco, piegata un poco in avanti.
– La cloche tartan gialla e blu. Guarda l’effetto del nastro blu gros grain e del fiocco piatto  – mi dice assicurandosi il mio braccio nella morsa della mano guantata in pelle di agnello mentre l’indice dell’altra mano traccia nell’aria fredda del sabato pomeriggio il profilo del cappellino – deliziosissimo.
Rimaniamo ancora un poco ad alitare sul vetro, come davanti a una tela in un museo. Poi riprendiamo a camminare facendoci strada tra i passanti.
– Vuoi che chieda a Miguel di aiutarti per il trasloco?
– Sei un tesoro. Hai visto quel signore al semaforo? Guardagli le scarpe: stivaletto cognac stralucido. Adoro venire da queste parti.
Mi piace camminare a fianco di Coco nei quartieri eleganti di Parigi, dove la gente esce di casa con le scarpe lucide.
– Le scarpe sono importanti. Fondamentali per un uomo. Non puoi lavorare di immaginazione su un uomo che non possiede una bella calzata, la scarpa adeguata – ha detto Coco.
– Lo penso anch’io. L’altro giorno in coda alla cassa c’era un tale davanti a me a cui avrei concesso più di una cena. Quando sono arrivato a guardargli le scarpe – da jogging, sporche e già logore – ho spostato il mio interesse altrove e sono finito a fissare il sedere di una ragazza che indugiava davanti alle confezioni di tè in bustina: piccolo e appena contenuto da una gonna morbida di maglina scura.
Ride Coco e riprende finalmente il discorso del trasloco. Ha deciso di provare cosa significhi vivere con un’altra persona: a convincerla è stato Etienne, tenore lirico drammatico nel coro dell’Opéra Bastille, amore della sua vita da circa sette mesi.
– All’inizio proprio non mi piaceva: troppo originale.
– Anche tu non scherzi: sei un uomo.
– Mi sono innamorata quando a un concerto si è commosso sulla bellezza del gesto in levare del direttore d’orchestra. Quando leva la bacchetta prima di iniziare, a luci appena smorzate – e mima il gesto restando con il braccio in aria. Quando lo cala diventa più prosaica:
– comunque abbiamo deciso di mettere il mio Mare in tempesta di Monet nell’angolo della colazione dove tavolo e sedie sono bianchi e poi sostituiamo le sue vecchie bergères con un divanetto e la mia storica poltrona scozzese. Sai che abbiamo un sacco di doppioni nei libri?
– Buon segno. Successe anche a me e a Victor quando unimmo le forze.
Coco va a vivere al n. 8 di rue Alphand; la cosa che la preoccupa di più è la passione di Etienne per le mantovane. La infastidisce e torna spesso sull’argomento.

Ci sediamo su una panchina al parco e davanti a noi,  seduto su un’altra panchina con una borsa di plastica a fiori appoggiata al fianco sinistro, un uomo sulla sessantina mangia un panino. Sta seduto sul bordo per evitare lo schienale reclinato e tiene con entrambe le mani il suo panino.
Ha l’aria un poco lasciva, è piuttosto in carne e porta a tracolla un borsello di tela e in testa una coppola nera sformata. Tiene il panino come se solo quel pezzo di pane lo conoscesse intimamente, lo addenta con voracità, con morsi regolari e veloci.
Come se altrove fingesse di essere qualcos’altro, mascherando un’esistenza vuota di affetti e di ambizioni. Come se in quel panino trovasse una concreta soddisfazione.
Non alza mai lo sguardo verso di noi.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.