XIX. I cioccolatini della carrozzeria.

– Prendi un cioccolatino – mi dice Victor prima di tornare dietro il bancone e servire due piccoli savarin di riso alla cliente.
Io rimango nel retro ma è come se lo stessi guardando. Conosco la misura con cui le sue posate afferrano il cibo senza sgualcirne le forme e la gentilezza con cui le sue mani confezionano i pacchetti nella carta a quadretti, bianchi e marroni.
Finisco di abbottonare il cappotto e rinuncio a un cremino perché la giornata è iniziata storta. Sono i cioccolatini della carrozzeria e stanno finendo: sono stati consegnati a Natale alla gastronomia di Victor ma il biglietto che li accompagnava ha svelato un mittente sconosciuto, la carrozzeria Schmitt.
Quando Victor si è accorto dello sbaglio ha telefonato per avvertire e proporre la restituzione del pacco, ma Monsieur Schmitt ha insistito con un marcato accento alsaziano: grazie ma li tenga lei.

Gwendolen indossa già la pettorina; mostro la sua a Ernest che agita la coda. A lui piace appoggiarsi alle mie gambe mentre infilo le zampe anteriori nella trama dell’imbracatura sfilacciata. E a me piace sentire il suo abbandono e il tepore del suo cranio riverso contro il mio maglione.
Sulla porta lei è impaziente di uscire e girando in tondo serra le mie gambe nello strozzo del suo guinzaglio. Poi sul marciapiede si ritrae allo scoppio dalla marmitta di uno scooter di passaggio: cerca di liberarsi dalla costrizione delle cinghie, indietreggiando e racimolandosi su se stessa. Diventa sottilissima e rapida e allora solo l’esperienza del tempo trascorso insieme mi permette di bloccare il suo dimenarsi.
Gwendolen si fida del tono della mia voce: accetta di raggiungere la macchina; sale e si siede a fianco di Ernest. Lei si siede spesso sulle zampe posteriori, composta, e poi rimane a guardare.
Guido ma dimentico di accendere il mio vecchio lettore cd. Ascoltiamo sempre la musica in auto ma adesso rimugino sul mio comportamento.
Non mi sono piaciuto e del resto la mia chiassata non ha avuto nessuna utilità. Non è tanto il fatto in sé a darmi fastidio ma il cattivo uso che ho fatto della mia insofferenza, la ridicola dimostrazione che ho dato del mio autocontrollo.
Insomma, io non sono capace di essere polemico. E tuttavia capita che io sfoghi il disappunto accumulato altrove quando sarebbe meglio non farlo. Perché non è proficuo e perché è troppo facile.
Oggi me la sono presa con un vecchio che mi ha scavalcato in fila in un negozio. Oddio, non credo che la vecchiaia vada rispettata a prescindere. Il signore con cui me la sono presa era anziano. Consapevolmente maleducato e anziano.
Io gli ho augurato buona giornata quando lui si è servito prima di me che stavo diligentemente in attesa.
– Grazie, ma non credo di ricordare. Ci conosciamo? – mi ha chiesto piazzandomi sul naso il suo loden in cashmere.
Imbruttito dalla disapprovazione gli ho risposto: no signore. Le auguravo buona giornata visto che mi è passato davanti e stava andandosene.
Si è risentito e attorno a noi si è fatto il gelo. Il negoziante ovviamente ha taciuto per non scontentare nessun cliente: non io, non lui.

Fermo al semaforo guardo attraversare un omino ricurvo sotto un giaccone di montone un po’ stinto che pare di due taglie più grande. Anche lui è anziano e ha un bel sorriso. Si muove lentamente sulla strada ghiacciata e stringe nel braccio sinistro un vaso in cui sta il moncone di una stella di Natale cui stanno appese poche foglie verdi.
Sembra sorrida per la soddisfazione di essersela procurata, magari da una sorella sposata che la stava gettando via.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.