XX. Il lenzuolo cubista.

È stato steso storto anche oggi. Scosto la tenda della finestra davanti al tavolo della colazione per vedere come si è svegliato il cielo di Parigi e lascio che filtri un poco nella stanza. Accendo solo la luce nel cucinino e porto burro e pane sulla tavola in penombra.
Accendo il gas sotto il caffè e sento alle mie spalle Gwendolen che si avvicina e si siede tra il frigorifero e il termosifone. Le do il suo biscotto a forma di osso; lei lo tiene tra gli incisivi e va a mangiarlo sul letto, nella fossa tiepida dove ha dormito. Ne tengo un altro per Ernest che fa quello che vede fare a lei ma il sonno lo rallenta e il biscotto gli cade di bocca.
Lo vedo anche dal mio posto a sedere mentre imburro la mia fetta di pane e sbadiglio: un lenzuolo matrimoniale fucsia che pende dal balconcino del secondo piano, sghembo e asimmetrico come una tela cubista.
È l’unico palazzo del cortile ad avere i balconi; è la costruzione più recente, con i vetri fumé fra le colonnine di cemento. Non ricordo chi ci abitasse prima, ma ora nell’appartamento del secondo piano vivono un giovane uomo – di media altezza, con la barba per sembrare un uomo e uno strabismo che inizialmente passa inosservato e poi diventa la sua caratteristica – e la moglie, non grassa ma di costituzione robusta, con gli occhiali grandi e le gambe che si divaricano sotto il ginocchio.
Talvolta il dislivello tra una molletta e l’altra è abissale e comunque non ho mai assistito a un tentativo di maggior equilibrio. E ormai spio ogni suo bucato che in casa è diventato un caso di cui si da notizia a colazione, tra il meteo e le notizie della prima pagina:
– ci risiamo.
– Com’è questa mattina? – urla Victor dal bagno mentre si rade.
– Spettacolare. Si è superata.
In verità oltre l’apparente trascuratezza di quel balconcino disarmonico ho compreso che quei due giovani coltivano la sostanza stessa dell’armonia: vivono in autonomia l’amore di due individui affetti da ritardo mentale.
Ho scambiato qualche parola con lui per la prima volta in cortile mentre rientravo con la bicicletta e da allora quando mi incontra mi saluta e poi mi chiede se sono stato in bici di recente e mi ripete che lui la usava molto in passato e vorrebbe comprarne una. Come se lo rassicurasse avere un argomento sicuro per poter scambiare la parola, senza il bisogno di cercarne altri.
Ho creduto che lei si ricordasse di me per avermi visto parlare con il marito e le ho sorriso al mercato quando ci siamo ritrovati fianco a fianco ma ha mostrato fastidio. Così aspetto di vedere come stenderà il prossimo lenzuolo e sto a guardarla quando pulisce i vetri, ripassando lo strofinaccio nello stesso angolo. La pulizia è una sua ossessione, uno dei lacci che rendono la sua vita più faticosa: la domenica mattina la vedo spolverare sul balconcino ancora in camicia da notte.
Ma quando il suo braccio stringe il braccio del marito lei è sempre sorridente. Li incontro sul marciapiede e quasi sempre lei evita lo sguardo; ha sempre le labbra e gli occhi truccati, si aggiusta i  capelli dietro le orecchie e regge la borsetta come se giocasse a fare la signora.
E quando sono insieme parlano sempre, sottovoce, e ridono.
Queste cose accadono dietro i balconcini con i vetri fumé, dove ci si ama sotto le lenzuola fucsia e si stende all’aria la propria fragilità sghemba perché profumi di libertà e di fiducia.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.