XXV. Un altro Monet.

– Credo che si arrivi a un punto in cui è troppo tardi scegliere la convivenza – è malinconica Coco. Come lo si può essere in un paio di pantaloni palazzo rosa, ma malinconica.
– Vivete insieme da tre mesi!
– Sì, ma ciò che conta è che io non ho voglia di trascorrere altro tempo nel suo appartamento.
– Coco, tesoro, mi eri sembrata felice – cerco di rallentare la sua andatura – se vuoi spingo io il carrello.
– No, lo faccio volentieri.
– Allora non saltare le corsie: io devo fare la spesa.
– Etienne è una persona speciale. Davvero. Pieno di attenzioni… – si ferma davanti allo scaffale del tonno in scatola mentre io avrei bisogno di appoggiare sul fondo del carrello la confezione di 12 litri di latte dieci metri più in là. Reggo la scatola e vado incontro a Coco.
– Cosa c’è che non va? – mi pare un inizio per affrontare più seriamente l’argomento.
– Fondamentalmente viviamo vite parallele nella stessa casa.
– Può essere un vantaggio. Voglio dire: è stimolante per una coppia adulta.
– Ma abbiamo tempi completamente diversi: io rientro e lui si prepara a uscire per andare in teatro.
– Per favore, me ne prendi due?
– Cosa?
– Lo zucchero.
– Perché non prendi quello di canna? O piuttosto non usi il miele?
– Due. Grazie – controllo la lista: mancano l’acqua e il dentifricio. Victor ha urlato qualcosa dal pianerottolo questa mattina, uscendo, ma non ricordo più cosa. Ah, sì: i biscotti del cane.
– Per esempio non ha saputo riconoscere la scatola Cartier.
– Tu non ti puoi permettere Cartier.
– Ma non è ciò che importa. Cartier è Cartier e la scatola rossa con i motivi in oro è un modello di eleganza – e intanto afferra un rotolo di dischetti di cotone per struccarsi – di questi avevo bisogno.
– C’è altro?
– Non lo so, non pensavo di uscire a fare la spesa e non ci ho pensato.
– No. C’è altro tra di voi che non va?
– È chiaro che non sopporta che io ascolti gli Abba e io inizio a trovare insulso tutto il tempo che passa a correre.
– Correre fa bene e poi scarica – rimetto la lista in tasca; per me possiamo pure far coda alla cassa.
– Dimentica sempre di mettere in tavola tutte le posate.
– Questo sì è un motivo valido per troncare.
Coco abbassa un poco la voce e aggiunge – e poi sono tentata di non essergli fedele.
– Questo capita anche a me, più volte al giorno.
– Non sei serio – alza lo sguardo e lo spinge lontano – guarda quel tale senza farti accorgere: ci osserva. Ha una faccia da delinquente: fa paura.
– Senti: Victor ascolta per ore musica elettronica che a me comunica angoscia, dorme abbracciato al cane e dopo aver tolto la buccia alle arance pulisce gli spicchi con il coltello. Mi ucciderei a tavola ogni volta che attacca con questa operazione che può durare anche dieci minuti per arancio. Per lui fare qualcosa di carino insieme significa cucinare per me quando io fatico per stare a dieta e non ritira i suoi film finché non li ha catalogati che significa che per anni li accumula dove capita.
Coco mi guarda con occhio languido:
– voi siete perfetti insieme.
– ma cosa dici?! Lui non sopporta il rumore che faccio quando cammino e ammetto di lasciarmi andare in casa.
– In che senso?
– Non lo so… indosso le vecchie tute sformate ed è noto che la maggior parte dei rapporti finiscono per colpa di una vecchia tuta.
Nel frattempo si avvicina il tale con la faccia da delinquente. Viene verso di me: sguardo insofferente, frangia negli occhi e qualche buco nella dentatura sul davanti:
– buonasera Monsieur Chevalier. Come stanno i cani? – mi chiede sorridendo poco per nascondere la mancanza di due incisivi.
Lo conosco da quando con il vecchio Algernon incrociavo i suoi passi e quelli del suo piccolo bastardo, Fifi. Trovavo divertente che quel tipo da forca – che certamente delinque – avesse dato al suo cane un nome vezzoso e ne parlasse con la premura di una madre. I nostri percorsi di padroni di cane correvano paralleli e abbiamo imparato a riconoscerci come mattonelle dello stesso quartiere.
Lui è sempre cortese con me. Rispettoso direi perché affetta maniere formali che io cerco di ricambiare.
Ho detto qualcosa sui timidi progressi di Gwendolen e lui si è accomiatato mentre Coco interrogava da vicino i lineamenti di quel volto come avrebbe fatto un antropologo criminale.
– Con queste amicizie puoi stare tranquillo in zona – ha commentato Coco mentre lo guardava prendere posto alla fine della coda.
– È una vecchia conoscenza. Una persona gentile.
Non abbiamo più detto nulla. È arrivato il nostro turno in cassa e ho pagato la spesa.
Una volta fuori Coco ha come svuotato il sacco:
– ciò che mi rende incredibilmente triste è dover portar via il Mare in tempesta di Monet. Io non posso proprio farne a meno: deve tornare a casa mia. Ma a Etienne piaceva davvero molto: diceva che gli faceva bene guardarlo. Credi che sarà difficile trovare un’altra riproduzione di quel quadro?

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.