XXX. Esequie di campagna, esequie di città.

Sempre affabile, modesto. Io lo trovo supponente e certamente lo è sua moglie che sorride sempre ma non risponde perché finge di non aver udito la domanda. È Albert, il cugino medico di Victor che si è fatto un nome nella cardiochirurgia pediatrica a Parigi e mi pare tenga molto più a quello che al nome della sua famiglia di origine: la numerosa parentela dei Laurent, allevatori di vacche di razza normanna in Seine-Maritime. Sempre affabile, modesto. Victor lo dice con affetto e io glielo lascio credere.
Preferisco di gran lunga il sorriso largo di David, il terzogenito di suo cugino Adrien. È diventato un uomo conservando i riccioli biondi e lievita nei suoi occhi chiari la stessa pasta di bontà, la stessa mescola di ingenuità e scaltrezza che ho conosciuto quando era un ragazzo e il padre scopriva che a centrare il palo della luce a margine del campo era stato suo figlio con la mietitrebbia dopo aver trascorso la serata al pub.
Con le mani giunte scuotendo le braccia racconta di avere un bambino di pochi mesi a casa: dovete vederlo, è bellissimo. Scuote le braccia possenti come a dire che non gli pare vero di aver meritato tanto. E ci invita a casa sua per una tazza di sidro: sempre accogliente.
C’è tutta la parentela nel giardino della casa del vecchio Emilien che lunedì sera ha dato da mangiare per l’ultima volta al suo cane Gusta, l’epagneul breton che aveva voluto per la caccia ma con cui faceva solo lunghe passeggiate nei boschi di querce e faggi. Ma questa volta la vicina lo ha sentito abbaiare più a lungo del solito, tanto da credere che Emilien si fosse dimenticato di riempirgli la ciotola; invece Gusta aveva fiutato nell’aria il cambiamento e non gli andava più di mangiare.

Al funerale nella chiesa di Nointot oggi c’è ancora più gente. La gran parte dei presenti accompagna la bara in chiesa e poi aspetta fuori che esca per scortarla al cimitero. Stanno fuori e discutono della vita e della morte che ne fa parte. Rimango fuori anch’io a parlare perché non ho molte occasioni per farlo e li rivedo volentieri; loro che sono sempre affettuosi con me che quasi per tutti sono l’amico di Victor.
Tra i più vecchi c’è Gustave che non capisce perché suo figlio e Margot gli impediscano di urinare dietro la canonica dove nessuno lo vede. Margot è rimasta fuori della chiesa per controllarlo e lui ha un bel dire che alla sua età non si può trattenere. Resiste a lungo e finalmente, quando il parroco passa dall’aspersione all’incensazione, Gustave ripara dietro un cespuglio di biancospino dietro cui il suo soprabito leggero è chiaramente visibile a tutti. Lo portava al suo matrimonio nel 1966 e lo porta ancora nelle occasioni di riguardo.
Margot che lo aveva perso di vista lo ritrova a braccia conserte mentre domanda a un cugino come stessero andando gli affari di Emilien. Gustave non ha mai posseduto un’azienda grande quanto quella di Emilien ma si compiace del successo come se fosse il suo. Più che altro è il figlio di Emilien ad aver introdotto migliorie sostanziali negli ultimi dieci anni: grandi numeri, larga scala, ecosostenibilità e benessere animale. Un vecchio contadino come Gustave non comprende proprio tutto ma capisce che è la direzione giusta e approva.
– Sentito che belle parole ha letto il figlio in chiesa?
Quello che è riuscito a sentire gli è piaciuto e sembra voler dire che anche lui vorrebbe qualcosa di simile al suo funerale.

L’anno scorso a Parigi, quando è morto Monsieur Poulain, in chiesa eravamo meno di dieci. Non era un uomo molto amato nel palazzo e il figlio non ha mai dimostrato un attaccamento sincero quando era in vita e non lo ha improvvisato quando il padre è morto.
La bara non era ancora scivolata nel carro funebre che il responsabile dell’impresa di Onoranze Durand – di Durand e figli – già sparecchiava il tavolino a lato del portone principale: via la fotografia, via il libro delle firme, via il lume e un energico scossone per scrollare la tovaglietta viola bordata a lutto.  Poi libera la giacca di due taglie più piccola che ha tenuto abbottonata durante la funzione e scivola al posto di guida.
Monsieur Leval sulla soglia avvicinava Victor per dirgli che forse non è l’occasione migliore ma bisognerebbe parlare dell’autoclave condominiale e nel tragitto di ritorno a casa le signore del numero civico 31 e quelle del numero precedente facevano l’inventario delle vedove sopravvissute ai loro mariti.
E io ricordo come un incubo di essere caduto nella tentazione di dimostrare di sapere più di quanto sapessi; ricordo di aver detto a Madame Mercier e alle sue amiche che Monsieur Poulain era cardiopatico. Di averlo detto per averlo udito dire da qualcuno che probabilmente stava parlando di un’altra persona; ma ormai era troppo tardi e ancora oggi sono in molti a compatire la debolezza di cuore di Monsieur Poulain.

Stasera, durante il viaggio di rientro a Parigi, ho lasciato che Victor ordinasse i pensieri che lo rendevano silenzioso. Non lo è mai alla guida e non tiene mai entrambe le mani sul volante; se lo fa è perché sta riflettendo a molte cose.
Deve aver fatto le sue constatazioni perché alla fine mi ha detto:
– mi raccomando, quando toccherà a me diffondi la notizia solo a esequie avvenute.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.