3. I pinguini ingrassano.

– Buongiorno- Mi arriva alle spalle il vecchio ambulante di cui non conosco il nome perché non ho mai sentito nessuno pronunciarlo. Non mi chiede se voglio comprare qualcosa della mercanzia che espone sulla cassetta della verdura che ha appoggiato a due scatole di cartone: biro, accendini, antistress, custodie-iphone con gli strass, libri usati.
Passa dietro al suo banchetto e sta con le mani nelle tasche della giacca blu trapuntata a rombi, scolorita sui bordi di velluto.
– Buongiorno. Ho visto che ha dei libri – allungo la mano verso la pila di bestsellers in un angolo, sei o sette un po’ sformati, e lui sorride facendo cenno di sì – pensavo di chiederle se posso portarle dei libri che ho a casa.
– Va bene.
Adesso sono io a sorridere e fare cenno di sì. Chino il capo sulla bancarella e poi cerco di nuovo il suo sguardo:
– allora glieli porto e lei vedrà se le possono interessare.
– Va bene. Io sono sempre qui – e apre ancora di più al sorriso le labbra sotto i peli grigi di un baffo ben tagliato.
Pensavo di portarli in biblioteca per lo scambio libero tra lettori ma possono essere più utili a lui. Sono doppioni – miei e di Victor prima di unire le nostre biblioteche – oppure acquisti che ci hanno lasciati indifferenti. Sono in una borsa dall’ultimo riordino della libreria.
– Allora arrivederci – gli dico alzando la mano aperta in cenno di saluto.
– Prendi un accendino – mi risponde lui e mi porge un accendino Bic rosso che tiene all’estremità con indice e pollice mentre io osservo la linea di demarcazione fra il dorso moro della mano e il palmo più chiaro.
– No grazie. Un’altra volta.
La sua sagoma esile scompare presto alla vista nel vano della vetrina del mini-market. Lo vedo nello stesso posto da anni; di lì si allontana per portare la spesa a chi glielo chiede e capita di incontrarlo davanti al portone di un palazzo che si intrattiene con chi si è fatto accompagnare o mentre torna al negozio con il carrello vuoto. Sempre calmo.
Lui sa che io sto al chiosco di giornali dietro l’angolo ma forse ha dimenticato la volta in cui io e il vecchio Algernon interrompemmo il suo pranzo nel giardino degli Archives nationales. Io invece ricordo il suo gesto perché fu generoso e inatteso. Al termine di un corridoio stretto tra due muri alti di bosso il cane curvò a sinistra e fu il primo ad accorgersi della presenza di quell’uomo, seduto sulla panchina meno esposta del parco, con le gambe magre e lunghe accavallate, intento a mangiare un panino.
Algernon cercò di avvicinarsi per annusare il suo pranzo e malgrado io lo trattenessi e stessimo già passando oltre, l’uomo strappò con energia molto più che un angolo del panino e glielo offerse. Poi stette a guardare la soddisfazione con cui il cane inghiottiva e deglutiva compiaciuto e a me che lo ringraziavo ed ero evidentemente dispiaciuto per averlo disturbato rispose ridendo.

Torno al lavoro e ricevo un messaggio di Nora:
PIACIUTI I PINGUINI?
GRADITI. INDOSSATI DIVENTANO PINGUINI OBESI.
PEGGIO DEGLI HOT-DOGS?
Le invio un emoticon con il pollice alzato e un’altra che ride alle lacrime.
I calzini con i bassotti li aveva regalati lei a Victor. Quelli con i pinguini glieli ho presi io ieri sera mentre facevo la spesa con lei. Sul polpaccio di Victor ai bassotti scompaiono testa e coda: rimangono dei würstel smilzi e allungati.
Si deformano anche i pinguini – il ventre si gonfia e divaricano le zampe – ma Victor li trova divertenti e ieri sera li ha messi per uscire.
– Quelli al ginocchio sono quasi normali ma questi sotto sembra che debbano scoppiare – ha detto ancora senza pantaloni. Io stavo finendo il caffè e l’ho osservato sfilare davanti al divano. Sopra il divano Ernest ha continuato a dormire riverso mentre Gwendolen ha cercato di capire cosa facesse Victor avanti e indietro.
È andato a finire di vestirsi e mi ha messo fretta:
– è meglio che ti sbrighi con quel caffè. Non è facile trovare posteggio lì attorno.
Partiamo sempre più in anticipo in qualsiasi occasione e poi aspettiamo.
In effetti non abbiamo trovato un posto dove lasciare la macchina sulla piazza in cui affaccia il cinema. Ma avevamo tempo.
Abbiamo camminato sotto la pioggia fitta lungo i muri dei palazzi, al riparo dei balconi. Victor non ha voluto prendere con sé l’ombrello – poi non sai dove metterlo, gocciola, te lo rubano, te lo dimentichi – ma non è stato così male: erano aghi sottili di umidità come se Parigi fosse stata sotto l’effetto di un gigantesco vaporizzatore. L’ho trascinato nella corsa in un attraversamento col rosso sull’asfalto bagnato e sulle rotaie lucide di pioggia che riflettevano le luci delle insegne.
In biglietteria c’era poca gente e siamo entrati quasi subito in sala. Victor mi ha fatto scegliere i posti a sedere ma poi mi sono spostato dove voleva andare lui: ha ragione, si vede meglio indietreggiando.
Il film era piacevole. Come ce lo aspettavamo – è un sequel – e Victor ha iniziato a fare commenti a bassa voce. Lo fa sempre e mi imbarazza: un commento, una battuta, un’osservazione. Siccome non parla direttamente nel mio orecchio come invece cerco di fare io con lui, penso che la sua voce disturbi i vicini come disturba me che non riesco a rilassarmi perché sto in attesa della prossima interruzione.
Ma questa volta ho pensato che non mi importava. Victor è un’entusiasta e trova piacere nel raccontare. Ho deciso di gustarmi la sua presenza accanto, con il suo caban ripiegato in grembo che sapeva di pioggia. Se avesse esagerato sarebbero stati gli altri ad azzittirlo.
Parlavamo anche all’uscita. Pioveva ancora. Anche più di prima.

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 19 novembre.

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