11. La Vache qui rit.

– Voglio provare a fare a meno dello zucchero – Victor dice finalmente qualcosa sedendo a tavola per la colazione e infilando il tovagliolo nel collo sfatto della maglietta con La Vache qui rit.
Mi siedo anch’io anche se ho già finito il mio caffè. Gli metto davanti il pacchetto di fette integrali che si è comprato ieri sera e provo a dire che sta esagerando.
– Ma lo so. Non sono preoccupato – risponde alzando lo sguardo su di me e finendo con le labbra protese in un bacio per chiudere l’argomento. Non ha voglia di parlarne ma poi torna continuamente allo stesso punto. Io faccio la mia parte e talvolta faccio finta di nulla.
Lunedì è stato dal medico con il risultato delle sue ultime analisi e si è sentito dire che deve approfondire con altri esami. Ha qualche chilo in più e lo sappiamo e adesso sappiamo entrambi che gli gioverebbe fare del movimento perché glielo ha ripetuto il dottore. Ci aspettavamo il solito rimprovero del dottor Cluzet; non la necessità di prenotare un’ecografia.
Victor fa una delle sue battute e si alza da tavola. Ma non va a cambiarsi come al solito; si lascia scivolare sulla poltrona accanto a Gwendolen. Le solleva il muso per poggiarlo sulle sue cosce e quindi inizia ad accarezzarla. A lei non pare vero che questa mattina ci sia un supplemento di attenzioni e allora stira il suo corpo tiepido contraendo le zampe posteriori, piegando le falangi all’interno e distendendole piano con evidente soddisfazione.
Gwendolen è gelosa di Victor e al risveglio lui la ritrova sempre vicina. Addormentata – allungata al suo fianco – o seduta composta all’altezza del suo viso per scoraggiare qualsiasi altro avvicinamento, mio o di Ernest. Nel caso frigna a bocca spalancata e preme contro il corpo di Victor piegandosi su di lui per fiutarne l’alito o trattenere tra i denti la punta del suo naso senza fare pressione. Senza che nel frattempo la sua coda cessi di battere energicamente sul letto.

Presto Victor si ferma a pensare. Con una mano tira da sotto le natiche la vestaglia, quella orrenda vestaglia bordeaux che non riesco a convincerlo a mettere via.
Anche questa notte l’ho sorpreso a pensare. Sveglio.
– Dove vai? – mi ha chiesto.
E quando gli ho detto che scendevo a scaldarmi del latte per la tosse si è offerto di farlo per me.

Vederlo in questo stato mi porta a pensare al passato. Io che ho imparato solo da qualche anno quanto sia meno macerante guardare avanti mi commuovo con i ricordi. E me ne vengono in mente tanti: spaventa il tempo che passa quando passa piacevolmente.
Non deve saperlo. Victor è divertente ed è un uomo libero: pretende la sua libertà e a me ne ha data più di quanta avessi bisogno. È Victor e questo è tutto per me.
Ieri sera stava fuori del camerino di prova di un negozio al centro commerciale mentre io misuravo i pantaloni. Sembrava applicarsi seriamente sul giudizio tutte le volte che tiravo la tenda e mi mostravo a lui.
– Prendilo. Ti sta bene – Victor si comporta con i miei acquisti come farebbe con un bambino accordandogli un giocattolo. Per vederlo felice.

Quando era toccato a me finire in ospedale Monsieur Bruel non aveva esitato davanti alla mia richiesta muta di una parola di conforto. O meglio di una promessa che sarebbe andato tutto bene.
Aveva semplicemente detto che chi si prende cura degli animali non può ammalarsi: perché loro hanno bisogno di noi.
Eccentrico Monsieur Bruel che gira nel quartire con il cane e vive con cinque gatti, uno dei quali un giorno lo ha seguito sul bus. È di Brantôme – Périgord – ed è venuto a Parigi da solo quando aveva quindici anni. Ha imparato a fare il sarto e ha lavorato quarant’anni per Dior ma racconta sempre la stessa cosa: trascorse la prima settimana in atelier a cucire a macchina delle linee rette tracciate a ripetizione dal responsabile di sartoria. Linee verticali e linee orizzontali sovrapposte senza scopo:
– dovevo dimostrare di saper cucire diritto.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 25 février.