14. Natale 1994.

 Domenica. Mattina.
– Spaghetti al pomodoro! Quanti spaghetti posso mangiare?
La voce di Victor arriva attutita dalle pareti dell’armadio in camera. Se sta tra le due ante spalancate la voce giunge in sordina, ma sembra che le cose da dire gli vengano in mente solo quando si spinge all’interno e a me arriva un borbottio remoto.
– 70 grammi – gli dico tornando alla posta elettronica.
– Non sento – ribatte lui che non riemerge di là per udire meglio la risposta. Piuttosto lo sento esultare:
– non pensavo l’avrei mai più messo. Guarda: mi va ancora! – dice comparendo in salotto con indosso il completo scozzese acquistato da Hackett a Natale nel 1994.
È raggiante. Inizia a constatare i vantaggi della perdita di peso: chi lo incontra si accorge del cambiamento e glielo dice e lui elimina ancora qualcosa dalla lista dei piatti preferiti.
Victor ha preso molto seriamente la dieta del dottor Simiot del centro diabetologico di rue Dunois: un uomo imponente che ci ha ricevuti senza indossare il camice in uno stanzino lungo e stretto. Ha giunto le mani sul petto e ha parlato per oltre mezzora a palpebre abbassate: è stato molto chiaro ma non ha consentito nessuna domanda. Victor ha fatto un tentativo all’inizio che si è spento contro il palmo che il medico gli ha levato contro.
Alla fine io ho detto qualcosa a proposito del fatto che sarebbe toccato a me fare in modo che Victor rispettasse le regole – così per congedarmi e perché ero sollevato da quello che avevo sentito – e il dottor Simiot ha mortificato l’idea e chi l’aveva espressa: questo è quello che dicono in genere le donne. L’essere umano non raggiunge l’età adulta con la maturità sessuale ma quando si rende autonomo e fa valere il suo diritto a compiere una scelta.
Nessuno mi aveva mai trattato come una donna come ha fatto lui. In fondo non è stato spiacevole: l’ho desiderato tante volte in passato.

– Vado a cambiarmi – ha detto Victor dirigendosi invece nella direzione opposta. È entrato in cucina e ha preso una cipolla nel cassetto del frigo per metterla sul tagliere; poi ha riempito per due terzi di acqua la pentola più alta.
– Meglio se te lo togli per cucinare – ho fatto notare anche se era ovvio.
– Sì, hai ragione – ha ammesso aprendo ancora il frigorifero per togliere lo scolapasta con l’insalata:
– questa la tagli tu? – mi ha chiesto posandolo sul tavolo accanto ai miei appunti.
– Attento, me li schizzi- ho protestato scansando i fogli.
– Scusa – ha detto lui mettendo la pentola sul fuoco.
Sono uscito dal mio account e stavo per alzarmi quando è arrivata una video chiamata di Jerome, dall’India. Ho passato una mano a lisciare i capelli e mi sono accertato di avere lo scollo a V in ordine; ho fatto bene: era ampiamente a sinistra.
– Eccoti qui!
– Ciao – fa lui agitando la mano davanti alla telecamera.
– Vieni più indietro sennò non riescono a vederti – dice il suo amico.
Strillo qualcosa perché Victor non si perda la chiamata.
– Così mi vedi? Vedi? Guarda – e sposta l’inquadratura – per favore può guardare qui? – e sul video compare il volto quieto di un vecchio con la barba bianca e il turbante rosso, un sikh che non riesce a restare a lungo in posa come vorrebbe Jerome. Il nostro amico si affanna a gestire la telefonata e il vecchio indiano dietro di lui sorride rivelando lunghi denti gialli e una gengiva alta e lucida.
– Super! – urla Victor.
– Non ti vedo.
– Sono qui – gli risponde Victor inginocchiandosi a fianco della sedia su cui sono seduto io. Appoggia i gomiti al tavolo e avvicina il sorriso alla telecamerina – come sta andando il tuo viaggio vecchio mio? – e gli manda un bacio.
Appena il tempo di sentirlo ridere e appare un avviso: Jerome ha disattivato il microfono.
– Non dipende da noi – dice Victor sgranchendo le gambe. Scrive qualcosa su uno dei miei fogli e lo mostra a Jerome che vediamo smarrito: hai disattivato il microfono. Jerome stringe gli occhi vicino allo schermo e prova a leggere.
– Ma guardalo lì.  È uno spettacolo – bisbiglia Victor incantato dall’immagine del nostro amico con la camicia di lino e il gilet di maglia che sta evidentemente spendendo bene il suo tempo.
Poi rivediamo il turbante rosso ma da dietro e rapidamente la telecamera passa a inquadrare l’amico di Jerome che non prova nemmeno a interagire con noi, riattiva il microfono e rimette Jerome in primo piano.
– Avevo tolto il microfono.
È lui che deve parlare e raccontarci come trascorre le sue giornate. Non vi è dubbio che si trovi a suo agio e mostra una bella cera malgrado ci dica che dopo i primi giorni non digerisce più la cucina indiana. Ma pare non importargli poi tanto.
– Domani ci spostiamo a sud, nel Tamil Nadu. A vedere i templi. Monsieur Leblanc ci è già stato.
L’altro fa capolino e ci dice che sta andando tutto bene.
Poi il collegamento si interrompe. Rimane lo stupore sul viso del nostro amico mentre si volta verso il suo compagno di viaggio che è rimasto bloccato in una smorfia: stava richiudendo la bocca e abbassava lo sguardo dopo averci salutato. Victor gli fa il verso.
In cucina l’acqua bolle da qualche minuto. Le gocce di vapore vibrano in fila sul bordo del pensile sopra la cucina a gas.

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 21avril.