XVI. Due biglietti, grazie.

A pensarci è una cosa bella: i miei interessi non sono mutati negli anni. Continuo a preferire gli stessi colori, pensare allo stesso arredo per la casa e se avessi prenotato un viaggio vent’anni fa per la destinazione ideale il biglietto mi sarebbe ancora utile perché non ho cambiato idea. Non mi considero un ottuso, dunque ne deduco un’inconscia coerenza da cui traggo invero non poca soddisfazione.

Mi è da sempre caro il teatro, tutto il teatro. E intendo l’intero bagaglio, a partire dalla lettura sul giornale della programmazione di uno spettacolo fino all’ultimo applauso, no … fino allo spuntino prima di andare a letto.colazione È liberatorio poter decidere di andare a vedere una messa in scena di cui si è letto, sapere che sarà in città mentre si sta facendo la prima colazione. Assicurarsi il posto da casa è una comodità insipida se paragonata alla visita in teatro nel pomeriggio per scegliere in biglietteria le poltrone per la sera. Si possono conservare ricordi eccitanti delle ore in coda in attesa di procurarsi un abbonamento alla stagione, con il libretto del programma in tasca e le annotazioni a penna degli spettacoli da prenotare. È come fare la coda per avere accesso a un museo: se la coda è lunga ma disciplinata è un privilegio farne parte, essere fra quanti cercano il Bello e ne traggono piacere.

Alla biglietteria di un teatro c’è il momento in cui si prende visione della mappa dei posti disponibili e io ho sempre adorato quel momento: pare di essere già in sala e di organizzare la serata  predisponendo dove siederanno gli ospiti.
Come gli strumenti si accordano in una sala da concerto, gli spettatori si accordano e diventano un pubblico prima dell’alzata del sipario. Vociferano fuori del teatro aspettando i ritardatari, vociferano al guardaroba e vociferano in poltrona. Faccio salotto anch’io in poltrona mentre spio il comportamento di chi mi sta intorno, come tutti del resto.

Non conosco molte lingue: un po’ di italiano – per via di un amico toscano che fodera poltrone in rue de la Butte aux Cailles – e un pessimo inglese, che ho tentato di migliorare ma rimane elementare. Mi sono molto applicato invece per imparare ad applaudire, l’unico linguaggio con cui si può comunicare efficacemente con chi si è dato in palcoscenico. Lingua meravigliosa, declinata in toni alti e bassi, pronunciata con ritmi diversi.
Quando la battuta passa al pubblico io calibro il mio applauso assumendo il ruolo con molta serietà e se lo spettacolo mi ha soddisfatto mi consumo le mani in un crescendo di approvazione, serbando l’applauso più caloroso per il primo attore. Se mi commuovo partecipando a un applauso corale che intende tributare affetto a un attore anziano torno a casa pienamente compiaciuto.
Victor si commuove forse maggiormente ma non è da lui percuotersi a lungo i palmi delle mani e quindi si limita al minimo indispensabile, benché mi sforzi di ripetergli che è il nostro modo di dialogare con chi sta in scena, di ringraziare.

Fino a qualche tempo fa era scontato passare ad acquistare i croissants caldi in un laboratorio aperto la notte; in qualunque parte di Parigi ci trovassimo facevamo una deviazione sino alla rampa che conduceva ai forni della pasticceria ed era bellissimo scegliere il dolce direttamente dai vassoi appena impilati nei carrelli, pronti per le consegne del giorno dopo. Poi una sera, al fondo della rampa, abbiamo trovato il locale buio senza alcuna indicazione sul suo trasferimento altrove.

Commenti sullo spettacolo e briciole di pane sul tavolo dopo una cena fredda e un bicchiere di vino, versato nel bicchiere acconcio, compiono l’ultimo incantesimo. A meno che si sia assistito a una commedia musicale perché allora rimangono in memoria le note e una manciata di versi che il giorno successivo è d’uopo canticchiare.
Per la pomeridiana di domenica meglio una giornata umida e al rientro tazza di tè caldo con biscotti e tramezzini salati o in alternativa cioccolata calda e biscotti (… senza tramezzini salati…)

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Supplemento.

Cette semaine on se revoit Samedi.