XVII. Capodanno. Un inizio.

Quando sono rientrato a casa la scala odorava di cibo, non un odore in particolare ma l’amalgama di piatti diversi e anche il vapore dalle pentole pareva filtrare sul pianerottolo. Erano le sette di pomeriggio dell’ultimo giorno dell’anno e salendo a piedi mi è piaciuto avvertire un’aria di preparativi, udire voci estranee al palazzo mischiarsi con quelle conosciute, augurare buon anno a Monsieur Robuchon che usciva dall’ascensore con un borsone Louis Vuitton e al giovane Do – Edouard Renaud, Edo per i genitori e Do per gli amici – che scendeva due scalini alla volta nelle sue sneakers sfatte e quando mi ha visto ha mostrato imbarazzo per la borsa Galeries Lafayette che teneva nella destra. Istintivamente ha spostato la borsa dalla destra alla mano sinistra, tormentando un bel fiocco argentato che usciva per metà.

Sapevo che dietro una di quelle porte la mia famiglia aspettava me per iniziare la serata e accendere il forno. Due pizze pomodoro e mozzarella di bufala, prelevate dal frigo del supermercato meno di un’ora prima, sarebbero presto scivolate nei piatti che già erano in tavola, sulle tovagliette rosse; per dessert erano avanzati i pasticcini portati la sera prima da Sara e Daniel e la razione di dolce al cioccolato rifiutata da Coco, che dopo il pranzo di Natale della madre soffre di mal di stomaco e gira con un pacchetto di crackers salati in borsetta.

Ultima cena dell’anno noi tre soli – e uno, Algernon, dormirà già da un pezzo allo scoccare della mezzanotte – e menu smilzo perché rimangono parecchie cose da sistemare prima di chiudere la valigia: domani si parte, si torna in Bretagna per una settimana. È eccitante trascorrere la sera di Capodanno in questo modo; è la vigilia di una partenza.

Accanto ai borsoni ancora aperti sono disposte le scarpe – quelle di cui non si può fare a meno e quelle che quasi certamente rimarranno a Parigi – e su di una sedia sta lo zaino del cane, che devo controllare ancora: occorre pensare a tutte le esigenze del nostro vecchio Algernon. Victor è indeciso su quale libro portare con sé e sta rileggendo la quarta di copertina degli ultimi romanzi presi in prestito mentre io gli grido dal bagno di non dimenticare gli stivali di gomma per passeggiare in riva al mare.

libreria

Non siamo stati sicuri della partenza sino all’ultimo, ma è stato divertente programmare il viaggio senza sapere se lo avremmo intrapreso davvero. La sera mi ci dedicavo, individuavo percorsi, case in affitto, calcolavo i costi e ne discutevo con Victor; la mattina bevevo il caffè con la carta della Francia settentrionale aperta sul tavolo. Adesso che partiamo sul serio non pare vero.

A mezzanotte in punto è tradizione telefonare a Jerome o ricevere la sua chiamata; oggi è in casa di amici nei dintorni di Vétheuil.

Ripongo nel cassetto un maglione che decido di lasciare a casa, poi contemplo i borsoni e infine mi corico. Victor esce dalla doccia e mentre si infila il pigiama dichiara compiaciuto di aver fatto una scelta: lo seguiranno una monografia su Leonard Cohen  e un libro di cui aveva parlato con Jerome. Sentirlo gli ha fatto ricordare di non averlo ancora letto.

Si sistema il cuscino e mi guarda scendere dal letto: dove vai adesso? È sorpreso. Io no: gli stivali di gomma. Non ho creduto nemmeno per un istante che ci avrebbe davvero pensato lui.

Bonne année !

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.