XXI. Sono di Parigi, la campagna non mi fa bene.

Sono di Parigi, la campagna non mi fa bene. Sono parigino e non mi muovo. [Colette, Mitsou]

In effetti io in città sto proprio bene. Mi piacciono le consuetudini di quartiere – stesse facce, stessi movimenti – e di orario – nel senso che, per esempio, se percorro in bicicletta il parco alle sei la sera la scena è sempre la stessa: una moltitudine di persone in tuta e calzoncini da jogging, fascia nei capelli e musica nelle orecchie, saltellante lungo il viale che circonda il parco e che è percorribile anche dai ciclisti. Nell’insieme soldatini che avanzano molleggiando in file scomposte; pare che tutto il viale sobbalzi e io attraverso su due ruote queste onde che si alzano e si abbassano ubbidendo all’attrazione della luna.

Mi piace scambiare quattro chiacchiere e so dove assicurarmi l’anonimato quando occorre; mi piace sapere di trovare in un angolo della città ciò che voglio o sapere di poter disporre degli strumenti appropriati per cercare qualcosa di nuovo.
E in città mi muovo volentieri. Non solo in bicicletta. Come tutti i parigini io e Victor facciamo largo uso del Métro e siamo tra quanti navigano regolarmente sulle rotte degli autobus cittadini.

La convivenza forzata nei mezzi di trasporto può rivelarsi scomoda, soffocante, spiacevole anche, ma il più delle volte è soltanto curiosa. Ci si osserva tutti fingendo di non farlo: il modo di tenere le gambe, il volume della voce, un orlo scucito, un bel paio di scarpe, il gesto di riporre qualcosa in borsa e richiudere la cerniera.

Credo di essere rimasto tra i pochi a leggere un libro di carta; stanno tutti in intimità con il loro telefono: sbrigano la corrispondenza, finiscono un lavoro, leggono, ordinano la spesa. Vero è che anche prima potevi continuare a distanza di parecchie fermate a ignorare il contenuto del libro di chi ti stava seduto di fronte, ma adesso l’atmosfera è rotta, il fascino prodotto dalla ricostruzione immaginaria della personalità altrui vanificato. Si può supporre tutto e il contrario di tutto: troppo facile, troppo banale.
Tanto per gradire, talvolta mi sono finto inglese ringraziando chi mi faceva passare per scendere o chiesto scusa in qualche altra lingua per aver cercato di guadagnare l’uscita penetrando il corridoio di corpi in stand by. È divertente, ma si deve esser certi di allontanarsi in tempo, sennò si rischia di trovare chi conosce la lingua: imbarazzante dover ammettere di non saper dire altro.

Nella maggior parte dei casi comunque guardo fuori: la città scorre e scorrono le persone. Per Robert Doisneau Parigi era un teatro e lui lo spettatore che aspettava che accadesse qualcosa.  Aspettava e poi metteva a fuoco. Diceva che ci sono giorni in cui si è semplicemente felici di guardare e lui desiderava condividere questo piacere, lasciare traccia di ciò che amava. [J.C.Gautrand, Robert Doisneau 1912-94].
Aspetto anch’io e poi prendo nota: uno scenario, un gesto, un incontro. Ovvio che preferisca ricordare qualcosa di buono, nobile, armonico, ma questo non significa ignorare i toni bui; del resto solo chi osserva dall’ombra può accorgersi della luce e sapere che è il loro incontro a generare figure e contrasti altrimenti impossibili.

Guardo fuori mentre l’autobus rallenta e vedo una signora che trattiene con una mano il bavero rialzato del suo giaccone di panno a campana, a proteggere il collo dal freddo di questa mattina. Con l’altra mano, calzante un guanto di pelle nero, si tira dietro il carrellino della spesa.
Guardo passando davanti il negozio del Mastro cioccolatiere dal 1930 e vedo un uomo intento a scegliere quale tipo di cioccolata acquistare, gli occhi fissi sulle confezioni, l’indice alzato e appoggiato al labbro superiore, la bocca socchiusa come a trattenere ancora un poco l’ordinazione alla commessa.
Vedo una donna che all’apparire del semaforo verde si avvia con passo deciso trainando un cucciolo di boxer che durante l’attesa aveva valutato con scrupolo la base del platano alla loro destra per poi decidersi a sollevare la zampa posteriore e procedere secondo natura. Strattonato ha dovuto mettersi in cammino prima di riuscire a interrompere il flusso liquido di secrezione renale, lasciando una traccia del loro passaggio senza che la sua padrona si accorgesse di nulla.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.