XXIII. (Il padre) L’amico della sposa.

 

Daniel e Sara hanno deciso di sposarsi. Sara me lo ha detto mentre scorreva la colonna dove sa di trovare il mensile di arredamento che legge. Come di consueto aveva l’aria di chi cerca una logica con cui disporre i molti impegni della giornata, il figlio più piccolo appeso a un braccio con il naso che colava e la borsetta a tracolla soffocata dalla sacca della spesa. Sfilato il giornale e rimesso a posto la rivista sulla Casa in campagna che usciva dall’espositore insieme al mensile che stava un piano più su, mi ha dato il borsellino perché cercassi le monete mentre lei recuperava un fazzoletto dalla tasca e ripuliva la faccia del piccolo Gilbert. Quando ha finito di strofinargli il naso e il figlio ha ripreso a respirare, mi ha detto “Daniel pensa che un matrimonio sarebbe divertente”.
L’idea è venuta alla figlia più grande, Marie, che ha tredici anni e attraversa una fase di romantica predisposizione all’innamoramento. Pare cambi il soggetto dei suoi sogni rosa con una certa regolarità e frequentare i corsi di danza, di nuoto e di inglese – il martedì, mercoledì e venerdì –  non fa che complicare la situazione aggiungendo candidati a quelli già selezionati durante le consuete ore di scuola. Con la madre consuma i film d’amore raggomitolata sul divano e l’idea del matrimonio dei genitori deve esserle venuta sui titoli di coda di una commedia sentimentale.

Fatto sta che Sara e Daniel hanno intenzione di farlo sul serio e la sposa ha pensato a me perché le facessi da chaperon alla ricerca dell’abito da cerimonia.
Sara aveva in mente un luogo preciso. Ci siamo dati appuntamento nel pomeriggio in rue S.B. dove lei è arrivata trafelata al suo solito e io l’ho raggiunta in bicicletta.
Il negozio a cui pensava sta all’angolo di rue V. con rue M. ed è piccolissimo. Si suona il campanello e si aspetta che una ragazza dai capelli ricci e una vita sottile venga ad aprire; una volta dentro è chiaro che ci si vorrebbe trattenere a lungo.
Le pareti sono foderate di carta tappezzata a righe, avorio e bordeaux, e una serie di cappellini retrò stanno sospesi su due lati del muro sopra gli armadi in cui stanno gli abiti da sposa, appesi a grucce rosse; un tavolo di legno scuro da un lato e due sedie di legno scuro, foderate di bianco, dall’altro.
Gli abiti sono vintage, capi unici che sono già stati indossati almeno una volta. Sara aveva riservato l’atelier per cui era presente anche il sarto, portaspilli appuntato al cuore.

Abbiamo trascorso un’ora piacevolissima. La commessa individuava l’abito fra gli altri, lo sfilava e lo isolava e allora emergevano i dettagli: il ricamo, il tulle, l’organza, i pizzi, i nastri, le piume, i minuti bottoni di stoffa cuciti in lunghe fila, sulla schiena o sulle maniche, la coda  racimolata sulla gruccia e poi sciolta a prolungare il profilo della gonna e conferire movimento.
Un trionfo di eleganza in fogge d’altri tempi, di cura artigiana: io ero felice per Sara e poi adoro farmi sorprendere dalle cose belle. Così mi perdo sempre nei racconti di Jerome, vecchio amico a cui le case di haute couture hanno affidato per più di cinquant’anni la confezione dei ricami, la cesellatura dei bordi e degli scolli.
Sara ha riconosciuto subito il suo vestito. L’ho visto quando è comparso il sorriso un po’ trattenuto, soddisfatto, che le illumina tutto il viso, distendendo le guance e socchiudendo gli occhi. È lo stesso sorriso che Sara adopera quando incassa i complimenti per la sua soupe à l’oignon o quando ci mostra le copie in bianco e nero degli scatti che ha preparato per il corso di fotografia. Il sorriso con cui guarda i suoi figli è diverso, colmo di quella tenerezza che addolcisce i contorni delle labbra, arcuandole appena.

In effetti l’abito le stava d’incanto. Non era la sua taglia, ma il sarto è subito comparso alle sue spalle per riprendere la stoffa quel tanto che le consentisse di vedere nello specchio la silhouette di una sposa anni Venti, molto femminile e spiritosa. Perché Sara ha saputo subito come muoversi in quella delicata architettura di ruches in tonalità cipria, sovrapposte a donare leggerezza al suo corpo magro e lungo. Lineare, chic … ho approvato subito.

Poi è stato tutto un divertimento. La prova delle scarpe tacco midi  e soprattutto una cloche in tinta, un vero gioiello: linea perfetta per il suo taglio alla garçonne, ricamata e punteggiata di perle, con un fiore a lato, larghi petali di stoffa un po’ appiattiti ed eterei filamenti terminanti in una minuscola perlina, un’antera lucida e bianca.
Usciti di lì abbiamo commentato a lungo l’esperienza; non la finivamo più di parlare, le nostre voci si mischiavano e abbiamo riso come bambini, camminando nelle strade vicine, io con le mani appoggiate al manubrio della bicicletta al mio fianco.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

Un pensiero su “XXIII. (Il padre) L’amico della sposa.”

  1. Ricevo una pagina piacevolissima. Scrive per me la penna di una cara amica:

    .. una delle cose che mi aveva colpito di più erano i prezzi.. nel senso proprio della parola: delle etichette microscopiche, adesive, sulle quali scriveva a mano il prezzo che poi meticolosamente appiccicava su ogni prodotto.. credo che oramai fosse uno dei pochi al mondo a non essersi fatto sostituire da codici a barre e prezzi digitali..
    Questo era il sig.B…in quasi 30 anni non mi rivolse mai la parola, se non per il saluto e pochissime e necessarie parole di rito quando acquistavo.
    Il suo negozio, o meglio, la sua bottega era stracolma di oggettistica artigianale.. in tutti gli angoli, di tutti i generi, una vasta gamma di bellissima inutilità.. fare un giro ogni volta era per me un rito, voleva non solo dire essere in vacanza, essere nel fine settimana del mese che si passava “al mare”, ma anche curiosare nel suo mondo.. ed acquistare di tanto in tanto un suo pezzo voleva dire portargli via qualcosa, farlo mio, portare a casa un po’ di quel mondo a parte e poi rivederlo a casa mi faceva tornare indietro a quel momento.. una sorta di magia, pure illusione ma che riesce a nutrire lo spirito meglio di qualsiasi altra cosa puramente terrena e tangibile..

    Arrivata come una delle tante volte, leggere che faceva liquidazione è stato come sbattermi fuori violentemente da quel mondo, come aprirmi gli occhi ed avvisarmi che la magia era finita..Una magia che avevo dato per scontato durasse per sempre.. Per la prima volta il sig.B. mi spiega che riesce ad andare in pensione, che, sia pur avendo casa a mentone, conta di passare almeno 6 mesi l’anno in Tailandia, terra natale della moglie.. che oramai non vanno più di moda quel genere di negozi, che la gente acquista tutt’altra roba e per di più su internet.. Ed una lacrima mi è spuntata..
    Domenica ho fatto un ultimo giro, ed anche se a lui poco importava, l’ho salutato, ma soprattutto l’ho ringraziato e gli ho augurato buona fortuna o meglio, bonne chance come da sua correzione..

    Un’inguaribile nostalgica, anche un po’ stupida come obiettivamente mi considero, senza autocommiserazione, ha fatto una foto al negozio.. per non dimenticarlo, per averlo indelebile e poterlo guardare quando posso.. E tenerlo lì nel mondo che non esiste, che crea solo illusione, ma che non posso abbandonare..

    Buona fortuna monsieur B., bonne chance!
    contessa renaudo

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