XXIV. Un quarto d’ora.

Di solito coincide con i nostri rientri in città in tarda serata, ma ci sono anche stati pomeriggi trascorsi a Parigi, durante il fine settimana, che si sono conclusi con una prenotazione in gastronomia cinese per assicurarsi  la cena.
Telefono io dopo aver recuperato dalla mensola della cucina, accanto al barattolo del tè, la brochure con l’elenco delle pietanze e aver raccolto le preferenze di Victor ed espresso le mie. Facciamo parti eque di ogni piatto, di porzioni sempre generose. Personalmente prediligo il profumo e il gusto del curry e amo il sapore della carne di anatra e del bambù, mentre Victor è un cultore del riso e ordina la sua porzione dopo aver premesso che gli spiace ricadere sempre sugli stessi piatti. A me sta bene.

Frequentiamo da anni la gastronomia cinese del quartiere e temo che al telefono, riconoscendo la voce, il solito ragazzo indovini quali saranno le nostre richieste. Mi dice “un quarto d’ora” e noi mettiamo le tovagliette in tavola, piatti e posate e ci vestiamo per uscire. Andiamo a ritirare la cena senza cambi d’abito, indossando un maglione sui vestiti tenuti in casa, in compagnia del cane che nel tragitto di ritorno fiuta il contenuto della borsa.
Ci sono state occasioni in cui abbiamo dovuto aspettare qualche minuto e mi ricordo le chiacchiere scambiate durante l’attesa, seduti sulle scomode sedie approntate nel negozio, ridendo di argomenti futili.

 

Se siamo stati fuori città, Victor mi aspetta in auto e io vado da solo e allora mi piace osservare gli altri clienti e i ragazzi addetti alle consegne che arrivano con le borse termiche. L’ultima volta che ho dovuto indugiare ho seguito i gesti della giovane che al banco confezionava le portate, le introduceva in borsa e depennava di volta in volta le ordinazioni appuntate su smilzi fogli bianchi. I cuochi le passavano i contenitori in tetrapak da una stretta finestra dietro la cassa e lei – capelli lunghi e neri, sguardo timido, corpo sottile e disciplinato in una postura eretta come quello di una ballerina – provvedeva a richiuderli imprigionando il calore. Intanto io spiavo i movimenti in cucina, per quanto mi era dato di farlo, e l’abilità del cuoco nel maneggiare una larga padella.
Poi ho rivolto lo sguardo fuori, alla strada e al marciapiede, attraverso le lettere incollate al vetro e ho guardato la cornice di metallo verde chiaro di quella vetrina: retrò, spoglia ma pulita. Ho avvertito di essere parte di una grande città.
Avevo voglia di città, di quel senso di solitudine, desolante anche, e indipendenza di cui un individuo può avere coscienza solo in mezzo a tanta altra gente. Ho goduto dell’anonimato e ho pensato che non avrei voluto essere altrove: mi sarei alzato e al banco mi avrebbero consegnato una borsa di nailon annodata che io avrei trattenuto con l’indice. Sarei tornato al mio appartamento, con la persona con cui sto meglio e con il nostro cane, in mezzo ad altri appartamenti, fra altri palazzi e molte altre storie di persone che talvolta subiscono la città ma più spesso ne colgono le opportunità, ne compongono consapevolmente o meno la trama.

 

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.