XXVIII. Il pranzo della domenica.

Mollemente. La domenica, e in specie la domenica invernale, dovrebbe trascorrersi mollemente: fiaccamente consumare la prima colazione leggendo il giornale, pigramente aggirarsi per casa e languidamente sedere in poltrona a guardare un film o portarsi nel letto due o tre libri per scegliere quale iniziare. Stare in casa significa essere circondato dagli oggetti che si sono accumulati nel tempo, il che è parecchio confortante. E se l’atto dello spolvero avesse un aspetto edificante sarebbe certamente quello di consentire di riappropriarci delle cose che ci tocca pulire.

Ma mollemente non si riesce quasi mai a far nulla. Inizia la settimana e già si fanno programmi sulla domenica: archiviare le fatture, aggiustare finalmente il ripiano dell’armadio, travasare i fiori del balconcino, stirare, andare in cerca di un lampadario per l’entrata.

Capita anche la giornata oziosa: basta avvedersene e non sprecarla. A noi piace scendere per una passeggiata, magari la colazione fuori, e poi pensare insieme cosa acquistare per pranzo.

Ma nessuno quanto Roberto sa cosa significhi un pranzo della domenica. La famiglia di Roberto è senese e lui ogni anno fa visita ai cugini e ritorna con olio, pecorino e una propensione marcata ad aspirare una serie di consonanti, effetto dell’intenso esercizio di gorgia toscana. Anche a Parigi Roberto riesce a fare del pranzo domenicale qualcosa di speciale, mettendo in tavola qualcosa di goloso, qualcosa di bello e qualcosa che gli rammenti la sua Famiglia italiana.

Il padre di Roberto è tappezziere e gli ha insegnato il mestiere ma lui ha assecondato un gusto innato per l’arredo divenendo un abile restauratore di sedie, poltrone e divani di ogni stile. Acquista tessuti bellissimi in tutta la Francia e naturalmente in Italia e in casa ha campionari ovunque; io ci passo le serate a sfogliare quei quaderni dalle pagine di seta, cotone, velluto, lino.

Roberto non è bravo in cucina e non ha la pazienza di diventarlo. Una domenica abbiamo preparato insieme gli agnolotti al ragù. Ha cotto il sugo come lo faceva sua madre, con gli ingredienti della tradizione e il tempo necessario; la pasta ripiena però l’abbiamo recuperata in un supermercato vicino casa. Victor inorridisce, io invece capisco lo spirito che anima il suo entusiasmo e finisco per convincermi di aver mangiato un ottimo primo piatto domenicale.
Perché Roberto non è un cultore della qualità del cibo ma di ciò che rappresenta. Me lo ha insegnato quando mi ha offerto il primo caffè. Me lo ricordo bene: tirò fuori la caffettiera, ne fece due parti e lentamente, con gesti metodici e misurati, introdusse acqua e caffè nei reciproci scomparti. Chiuse, strinse un’ultima volta e poi mise sul fuoco.
Non avevo nascosto il mio piacere nell’osservarlo e Roberto mi chiese se conoscessi Eduardo. Certo sapevo chi fosse ma a lui non bastava. Prese dalla libreria a muro, scostando qualche campionario in bilico, un volumetto, Questi fantasmi, e lesse due pagine, in italiano.
Capivo poco, ma mi piaceva la melodia, anche se a leggere non era un napoletano. Ha tradotto e intanto ha versato il caffè nella tazzina. Il migliore caffè della mia vita. Mi pareva di vederlo Pasquale Lojacono sul balcone intento a centellinare il caffè e spiegare quanto ci tenesse a quel suo poco di sfogo quotidiano.

Filosofia, pare scontato e ozioso, ma non è per tutti: bisogna arrivarci alla poesia, alla serenità attraverso una tazzina di caffè. Non basta sorbirla, bisogna prepararsela, indugiare sugli odori e controllare il colore: è una nostra creatura e va accudita perché ci dia soddisfazione.
Io e il cibo siamo sempre stati in ottimi rapporti. Io a tavola mi diverto e penso di dovere al cibo molte delle circostanze più felici della mia vita. Tempo fa constatavo come l’immagine di due avanzi nello stesso piatto possa rappresentare la riuscita di una cena.
Dopo una serata passata in compagnia di una coppia che non frequentavamo da anni, ma con cui eravamo stati sempre in contatto, se non altro telefonico, osservavo il campo di battaglia: tovaglioli spiegazzati, briciole di pane, fondo nei bicchieri, posate spaiate.

Nel piatto di portata c’erano un pezzo della torta fatta da Victor e una parte del dolce preparato dalla nostra amica: era la sintesi perfetta dello spirito con cui ci eravamo riuniti. Entrambi avevano cucinato per gli altri e, dopo averne mangiato, una fetta della nostra torta era stata impacchettata perché loro potessero consumarla a colazione il giorno successivo e altrettanto Reri aveva voluto che il suo dessert avanzato rimanesse a noi. Il significato e l’esito della serata stavano tutti in quel piatto. Evidente.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.