XXIX. Ascensorista a cinque stelle.

Sono incredibili gli incontri che si possono fare per strada quando ad accompagnarci è il cane. Perché prima o poi qualcuno sarà colpito dall’animale e avrà voglia di dirlo, per provare di amare i cani, per ricordare di averne posseduto uno o semplicemente per fare due parole, come accade con i vecchi.
Perfetti sconosciuti, che non incontrerò più o che poi mi salutano quando mi rivedono, mi raccontano qualcosa della loro vita e io mi stupisco ogni volta di quanto tutto ciò sia piacevole e infinitamente curioso.

Ieri un tale che stava dietro di noi sul marciapiede, ci ha oltrepassati dicendo che Algernon non era più giovane, forse più vecchio di quanto fosse lui fatte le debite proporzioni. Ho dichiarato l’età del cane e lui mi ha detto di averne avuto uno che aveva raggiunto i sedici anni. Mi ha chiesto il nome ed è stato accontentato; al nome ho aggiunto qualche spiegazione, come faccio sempre, perché Algernon è stata una scelta inconsueta, una citazione dell’Importanza di essere onesto di Wilde e forse un richiamo affettuoso alla Normandia di Victor, ma non abbiamo mai appurato se davvero si tratti di un soprannome normanno.
Wilde lo leggo da quando ero un ragazzo e fa ridere Victor che ama il gioco caustico della parola.  L’autunno in cui ci venne affidato il cane, che aveva già cinque anni e un passato da dimenticare come il nome, totalmente inadatto a lui, avevamo da poco visto lo spettacolo di Pierre Laville e la scelta di ribattezzarlo Algernon ci piacque molto.

“Io l’ho conosciuto Pierre Laville” mi sento dire e capisco che si tratterrà ancora. Lo osservo meglio: un giubbotto smanicato, una camicia a quadri felpata e una sciarpa colorata che non ha nulla in comune con il resto. Una combinazione quantomeno originale, un azzardo disinibito che l’uomo indossa con soddisfatta comodità. Un cappellino di cotone a lunga tesa è calcato sul capo, ha grandi occhi tondi e il labbro inferiore sporgente nel mezzo, come se fosse stato afferrato a metà e poi allungato verso il basso: una sorta di scaletta che le parole utilizzano per uscire di bocca, come i passeggeri scendono la scala di un aereo. Immaginarsi il mio divertimento quando mi sono accorto che sul suo cappellino campeggiava la scritta  areonautica militare (!).
Si spiega e racconta di aver lavorato come ascensorista per quarant’anni, in una ditta importante che serviva gli alberghi più prestigiosi di Parigi. Mi dice di aver conosciuto Truffaut – un signore – Trintignant, Lelouch, Galabru e gli spiace che sia morto. Ci tiene a precisare di aver rifiutato una raccomandazione per un altro lavoro pur di continuare a fare l’ascensorista, mestiere pesante, un caffè veloce la mattina e poi via, ma mi piaceva e lavoravo in posti eleganti .
Ci tiene anche a dire che conosce bene Parigi, è parigino da generazioni e non si è mai trasferito dal quartiere in cui è nato.
È Algernon a decidere che la conversazione può aver fine. Si allontana e io devo seguirlo. Beh, buonasera signore. Buonasera a lei, arrivederci.

Victor mi dice di voler introdurre qualche ricetta nuova fra quelle che tradizionalmente propone in gastronomia, qualcosa che rappresenti i suoi gusti personali e mantenga un carattere territoriale. Ha cercato ispirazione nel Vexin facendo qualche giro in macchina nei giorni di chiusura e ha voluto con sé Algernon, che temo però lo abbia deluso: trascorre la maggior parte di tempo con me ed è abituato a riposare dopo la passeggiata di prima mattina. Dunque è stato poco collaborativo ma Victor lo ha detto ugualmente indispensabile; se non altro gli faceva piacere sapere di viaggiare con l’amico di sempre al seguito e hanno diviso la colazione lungo la strada.

Oggi invece Victor si è svegliato con l’intenzione di tornare a vedere Monet al Museo d’Orsay e questa sera, a tavola, era felice. Felice di essere riuscito a concentrarsi su due o tre quadri che non aveva mai guardato veramente; ne ha parlato a lungo, in particolare del Campo di tulipani in Olanda.
Lo abbiamo visto insieme più di una volta ed è tra i miei preferiti ma non lo è mai stato per Victor. Oggi lo ha guardato a lungo, spostandosi da un lato all’altro della stanza, avvicinandosi ad esso e allontanandosi, approfittando dei momenti in cui davanti al quadro non c’era che lui, fino a quando si è accorto che le pale del mulino – quasi al centro, un po’ sullo sfondo – giravano. Non erano certamente ferme e quindi c’era vento e il vento Doveva scomporre i campi di tulipani. Allora ha cominciato a osservarli aspettando di coglierne il movimento. Non si era sbagliato: lentamente i suoi occhi hanno percepito l’ondeggiare dei fiori, fino a che li ha visti scomporsi e sovrapporsi, docili alla corrente.

Si è alzato da tavola prendendo il suo piatto e poggiandoci sopra il mio per riporli nel lavello e ha continuato a raccontare. Io mi ricordo quelli screziati di rosso scuro, viola e blu, più grandi, in primo piano ho detto mentre lui dondolava di fronte a me, piegato al vento come il tulipano per rappresentare meglio quanto andava descrivendo con tanto entusiasmo. Assecondando il vento le posate, accumulate sui piatti, sono precipitate a terra, la forchetta sulla zampa di Algernon che si è scostato, sdegnato.

Poi dal cucinino Victor ha detto di aver camminato lungo rue de la Légion d’Honneur dietro un tale che calzava scarpe da ginnastica bianche, le più grandi che avesse mai visto. Erano davvero enormi; con l’imbottitura alla caviglia e un’alta intersuola gli hanno ricordato due imponenti navi da crociera, i buchi per il passaggio dei lacci gli oblò, la caviglia magra nel calzino bianco un fumaiolo.
È stato un bene che Victor avesse visto due navi avanzare su un marciapiede di Parigi perché mi ha rammentato che a breve Monsieur Vautier partirà per la sua vacanza norvegese e visiterà la costa a bordo del postale dei fiordi. Domani passerà come sempre al chiosco, Le Monde per sé e Vogue per la moglie, che a suo dire si preoccupa eccessivamente della sua salute da che lui è stato ricoverato per un infarto. Devo ricordarmi di augurare loro buon viaggio.

 

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.