XXXIII. Annuso, ergo sum.

Sto poco bene e rimango a letto. Mi accade assai di rado di fare il malato, a letto per giunta. Ho passato la notte a escogitare un modo per separare la testa – pesante, pesantissima – dal resto del corpo e riporla momentaneamente sul ripiano della cucina, giusto il tempo di riprendere fiato. Riflettevo tenendo il fazzoletto sotto il getto dell’acqua fredda per distenderlo sulla fronte e spegnere l’incendio. Credo di aver anche fantasticato sulla possibilità di addormentarmi con il capo sul ripiano nel frigorifero.

Victor è stato dolcissimo: mi ha sentito scendere dal letto e si è informato sulla mia salute, offrendomi il suo aiuto. Poi, mentre cercavo di formulare una risposta, si è girato su un fianco e ha ricominciato a dormire profondamente. Dunque sarei morto in solitudine.

All’alba ho preso sonno e solo al risveglio ho potuto constatare che ero riuscito a raggiungere il letto. Sul comodino ho trovato un biglietto di Victor, che nel frattempo era tornato lucido e aveva avvertito Miguel della mia prossima fine: che ereditasse pure il chiosco. Il biglietto condensava in uno stile efficace benché primitivo tutto quanto era necessario sapessi: Algernon aveva già fatto una breve uscita, la colazione era pronta, in caso di febbre un primo soccorso era già sul tavolo ma per provare se di febbre si trattasse avrei dovuto scovare io il termometro perché Victor non lo aveva trovato. Conservo quel biglietto: mi ricorda che sono parte di una famiglia e inoltre che rimarrà improduttivo sperare in uno slancio sentimentale verboso da parte di Victor. Baci  stava a margine del foglio e poi ancora non ti disturbo, telefona quando stai meglio.

Volevo prendere una boccata d’aria e provare se ero ancora in grado di mantenermi in equilibrio su due gambe. Sono uscito con Algernon in tarda mattinata e ho ritrovato la joie de vivre qualche isolato più in là, tanto da poter assicurare il cambio di guardia al lavoro nel pomeriggio.
Rientrando ho sentito una voce conosciuta, roca e vibrante, che si rivolgeva al cane; era Madame Roüan, che stava tornando dal mercato trascinando il carrellino della spesa e ansimando un poco. Madame non ha mai fatto mistero della sua debolezza: persevera con il vizio del fumo malgrado il suo cuore abbia già lanciato inconfutabili segni di non gradire affatto.
Ultimamente la sua condotta indisciplinata le è costata un ricovero in ospedale. Ne è uscita ammaccata, affaticata nel corpo e ferita nell’animo: proprio lei che ha sempre tratto gratificazione dall’arte culinaria si accorge ora di non riconoscere i sapori che erano familiari. Lo confessa abbassando lo sguardo e scuotendo la testa.
Poi con una mano liscia i corti capelli grigi e sorride: ho comprato l’aglio. E mentre lo dice solleva la patta che tiene chiuso il carrellino e un intenso profumo sprigiona da uno dei sacchetti di carta che lei ha riposto con ordine. D’improvviso io e lei – Algernon prosegue lento verso casa – siamo in una nuvola aromatica; un ventre materno perché l’odore dell’aglio sta alla base degli odori in cucina, come la cipolla. Madame Roüan mi dice che lo voleva fresco ed è sodo e rosato come desiderava, e lo voleva grosso perché è più facile da pulire.

Ricordo che l’estate scorsa, una mattina, tornando da una consegna alla galleria d’arte di Monsieur Alain ho indugiato sulla figura di donna che mi precedeva sul marciapiede. L’avevo incrociata all’andata e adesso la ritrovavo e mi dava le spalle, procedendo lentamente.
Sessant’anni circa, curati ma non nascosti, capelli bruni con riflessi ramati, lisci, lunghi quasi a poggiare sulle spalle. Indossava una maglia con maniche corte e collo di camicia, bianca, un foulard ecru e beige con venature scure marroni appena percettibili, che lievemente le cingeva il collo e ricadeva libero e una gonna di lino, color juta, un tubino poco oltre le ginocchia.
La prima cosa che avevo notato al vederla erano state le sue scarpe: chic, irresistibilmente chic. Un mocassino scamosciato, crema e cipria, la nappina sulla linguetta alta, trafori su punta e tomaia.
Solo al momento di superarla, però, le narici hanno colto il suo profumo, un balsamo che ho cercato di inalare ancora. Il tempo di superarla e il tentativo di trattenere la percezione di dolcezza e di eleganza, delicatezza e misura.

cropped-cropped-logo-url.jpg

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.