XXXIV. Ho visto il morto. Sta bene.

Non ci voleva molto per capire che i due costituivano una coppia. Li ho visti anche insieme ma più spesso separatamente e comunque mai soli. E mai troppo lontani dal giardino sotto casa o dal piccolo alimentari dove faccio anch’io le mie compere.
Lui stazionava sulla panchina in qualsiasi stagione. Berretto di panno nero, sulla settantina e anche di più, sguardo sulle prime inebetito, ma ad un più attento esame fisso e penetrante. Come se da quella panchina, con la sua mole floscia, sorvegliasse i passanti e loro dovessero sapere di essere sotto controllo.
Passare dinanzi a lui, pur mostrando di non far caso a lui, significava sentirsi addosso i suoi occhi sferici e protesi all’infuori come quelli di un pesce.

A lei, di nero vestita, è capitato che riuscissi a strappare qualche parola. O forse è stata addirittura lei ad avvicinarmi, per via del cane certamente. Anche loro ne avevano uno, me lo rammento bene.
Lo ricordo già vecchio e rallentato nell’andatura e ricordo anche il loro affetto per questo mastino napoletano, dondolante, nero come loro e con lo stesso sguardo del padrone, ottuso e fiacco.

Gentile lei e tutto sommato anche lui, le poche volte che ha ricambiato un cenno del capo perché altre persone sedute con lui mi avevano salutato. E a quanto pare anche salottieri con i loro conoscenti di panchina.
Italiani del sud, chissà quando importati a Parigi e perché. Non sono stato in Sicilia, ma li credevo siciliani, per via della lingua, e allora pensavo ai muri ocra scrostati dei palazzi barocchi e i campi arancione, le tende bianche piene di sole, il senso dell’onore. Cliché insomma, ma più di tutto le tonalità e i profumi della terra di cui ho letto nei romanzi e che ho amato nei film. Lui però non era il principe Fabrizio Salina; piuttosto Don Calogero.
Solo nella mia testa. Come nella mia testa è andata maturando l’idea che il padrino si fosse ammalato e fosse morto. Non lo vedevo da un po’: un elemento in meno nella scenografia nella quale sono solito muovermi.
Non potevo darmi altra spiegazione; se fosse stato vivo non sarebbe stato altrove: avrebbe presidiato la sua panchina come sempre e registrato il mio passaggio. Rimase morto per alcune settimane.

Poi, stavo cercando di evitare Monsieur Leval, quando l’ho visto passare. Lo sguardo ebete e la coppola nera, un sacchetto del pane in mano. Mi ha fissato ed è andato oltre.
Pensavo che vedere un morto che si rianima mi avrebbe fatto maggiore impressione.


Credo di dover riferire una conversazione telefonica avuta con Coco.
Non che le nostre conversazioni non contengano sempre elementi di natura piuttosto curiosa, ma ritengo che le ultime osservazioni di Coco possano risultare utili al resto dell’umanità meno attenta e quindi ne lascio memoria scritta.
Ho cercato Coco per un saluto e ho trovato al solito un’accoglienza benevola e ilare. Tuttavia una constatazione di natura sociologica aveva tinto di grigio le prime ore della giornata di Coco che era stata al mercato in cerca di filo da rammendo. Non che ignorasse di poterlo trovare altrove, ma intendeva unire alla necessità il piacere effimero di un’immersione tra le bancarelle del mercato.
La dura realtà che gli è costata la resa è stata l’assenza quasi totale di mercerie ambulanti. A quanto pare però i Tempi Nuovi hanno moltiplicato in strada i venditori di calzini, di tutte le lunghezze, di colori improbabili e di fibre serenamente ricavate per sintesi.
Ho colto tutto il suo sconcerto nella voce, ferma ma grave. Il suo animo romantico doveva giustificare il Cambiamento e credo abbia trovato consolazione nel fatto che chi non potrà più rammendare i suoi calzini potrà comunque agevolmente acquistarne un nuovo paio.
In ogni modo ho compreso che Coco non era in vena di chiacchiere a vanvera e sono scivolato rapidamente al congedo, sapendola assorbita da più alti ragionamenti.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.