XXXV. Lavori in corso. Aperta parentesi.

Ho tinteggiato io l’appartamento. O meglio, sinora una parte di esso, la più malconcia. Io proprio mi diverto a fare questo genere di cose, anche se non ho metodo. Ma ho il senso dell’ordine e per quanti errori possa fare eseguendo un lavoro, poi trovo modo di rimediare. Così arrivo alla rifinitura per un naturale senso di equilibrio e sobrietà.
Equilibrio e sobrietà appartengono anche a Victor, o meglio lui le apprezza quanto me. Tuttavia lui crede che le cose vadano fatte con gli strumenti giusti, secondo una logica sequenza e sporcando il meno possibile. Io invece arrivo allo stesso risultato scatenando prima il caos e durando fatica poi a domarlo.
Lavorare insieme è praticamente impossibile e decisamente frustrante. Però, per quanto metta in discussione il mio modo di procedere, di solito Victor loda il lavoro finito.

Tinteggiare una cucina, per quanto piccola sia, significa ricoprire i mobili di giorno e scoprirli la sera per poter cucinare, a meno che si decida di sopravvivere con cibi pronti o freddi. Questo non è divertente, fare e disfare intendo. Stendere teli sul mobilio e applicare strisce di scotch di carta è la parte del lavoro francamente più noiosa. Segue la parte creativa, quella in cui si stende la vernice … e si sporcano i primi indumenti.
Allora ci si ricorda di abiti più vecchi e si va alla ricerca: si trovano il pantalone di una tuta un po’ fuori misura e una maglietta corta che si può sacrificare alla causa. Magari un foulard di cotone che legato in testa può tornare utile e fa tendenza.
Sulle prime non ci si rende conto di quanti attrezzi possano essere necessari. Ho una predisposizione per ‘improvvisazione ma so anch’io a cosa servano carta vetro, spatola, pennelli di dimensioni e inclinazioni diverse. Il rullo rimane comunque l’alleato insostituibile.

Durante l’impresa dall’arredo fantasma emergeva la poltrona di Algernon, senza la quale lui non avrebbe saputo dove riposare, diventando inquieto e ostacolando il lavoro. Con la poltrona in vista, invece, calma piatta e cantiere in opera.
Il programma era pressappoco questo: passeggiata la mattina appena svegli e pasto frugale al ritorno. Poi Algernon prendeva posto, attaccando quasi subito a dormire, e io potevo cominciare. Quando necessario la poltrona – e il cane con lei – veniva spostata; di fatto Algernon ha stazionato in diversi punti della stanza continuando a russare e scalciare nel sonno. Alzava solo la testa e mi fissava con sguardo assonnato, a palpebra sollevata per metà, e bocca chiusa, come per domandare spiegazione, ma senza grande interesse, per cortesia, tanto per partecipare a qualcosa che pareva esaltarmi tanto. Se i suoi spazi erano garantiti e non gli si dava troppo fastidio, non aveva nulla in contrario a tutta quella confusione … non ne comprendeva la ragione ma se mi rendeva felice pareva felice anche lui.
In effetti la confusione era tanta. I quadri stavano contro la parete della camera da letto, appoggiati l’uno all’altro, con spessori divisori e pile di libri alla base per evitare che scivolassero. Su due colonne di scatole di cartone impilate, due colonne bugnate, avevamo poggiato una tavolozza da disegno e su questa coricato le cornici d’argento e quelle più vecchie di legno, con le nostre fotografie. I secchi di vernice stavano vicino alla porta d’ingresso, su un tappeto di giornali e la sera riponevo accanto anche la scala che andava decorandosi di giorno in giorno di medaglie di fogge diverse ma dello stesso colore: quello delle pareti di casa.
La parentesi di scompiglio legittimava comportamenti fuori dall’ordinario: non accedendo all’armadio gli abiti stavano fuori – le grucce appese al binario su cui scorre la scala della libreria – si usavano poche stoviglie e la lampadina penzolava dal soffitto orfana del lampadario diffondendo una luce nuova, il tutto all’insegna di una rilassante precarietà.
In quei giorni ho rivisto, o meglio risentito, i miei film preferiti. Sentiti e risentiti mentre stavo abbarbicato sulla scala. A fine giornata avevo accumulato un discreto numero di custodie DVD da riporre; vecchi musical e storie che conoscevo a memoria tenevano compagnia e rendevano le stanze in cui sembravamo vivere accampati le più confortevoli in cui mi potessi trovare.
A fine pomeriggio passava Miguel con il resoconto della giornata al chiosco, qualcosa di buono da mangiare insieme prima di cena e i dettagli del convegno che si era svolto nel suo letto la notte precedente, dal primo abboccamento all’ultimo esercizio fisico. Vederlo chino su una scatola, con la maglietta sollevata sulla schiena irrigidita per lo sforzo e la vita dei jeans distrattamente calata sugli stessi fianchi di cui aveva appena lodato la predisposizione, richiedeva forza d’animo per deviare il pensiero sulla voluttà che può venire da una pera capovolta (ndr. Victor).

cropped-cropped-logo-url.jpg

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.