XXXVI. Giovane Napoleone.

Oggi ho pranzato con Jerome, una salade périgourdine e un bicchiere di vino da Marius, vicino al chiosco.
Jerome ha detto di aver visto un giovane diplomatico all’opera in un campo da gioco del quartiere in cui abita sua sorella.Ha colto il dialogo tra il ragazzino di tredici-quattordici anni e due bambini che di anni ne avevano meno della metà. Dividevano il campo e mentre il primo giocava a palla con i coetanei gli altri due si divertivano fra loro.

La palla è stata lanciata fuori e il grande ha ordinato ai bambini di andare a prenderla, senza ottenere nulla. Allora è ricorso all’attrattiva della competizione, proponendo loro una corsa fino al pallone e facendo pronostici,  sono certo arriverà prima Simon.
I bambini hanno ceduto alla lusinga, precipitandosi sulla palla. Il più veloce ha alzato il braccio in segno di vittoria davanti a Jerome, che stava camminando lungo il campo, la borsa con la spesa per Nathalie in una mano e la lettiera per la sua vecchia gatta grigia nell’altra.
Lo scopo tuttavia non era stato raggiunto e lo stratega ha portato a compimento il piano introducendo un’ultima regola alla gara: vince chi la riporta qui, a me.

Jerome avrebbe voluto stringergli la mano e poi ha pensato che ha passato la vita a guardarsi da uomini della stessa tempra. Comunque, quando ha  raggiunto la fermata dell’autobus, un’ora dopo, ancora rideva.

Desolante. Sconfortante. Scomodo e avvilente. Cerco di uscirne sdrammatizzando con la dignità rimastami. Una giovane amica, una studentessa in chirurgia che rimedia uno stipendio servendo ai tavoli da Marius all’ora del pranzo, ha sfogato al nostro tavolo la delusione per aver constatato una volta di più la maleducazione di molti. Era disgustata, ma credo continuerà a confidare nell’animo umano per almeno altri vent’anni.
Dal canto mio ho raccontato come si possa rimediare qualche soddisfazione dicendo prego a chi non ci ha detto grazie. Lei ha trovato geniale il mio comportamento e io mi sono beato della mia geniale intelligenza.
Poi però ha giustificato: ma tu hai più esperienza di me. Così, la creatura stretta nel grembiule rosso con l’iniziale di Marius ricamata sul petto, ha inferto un colpo alla mia vanità con l’ingenuità di chi ferisce senza avvedersene.
Desolante, sconfortante, scomoda e avvilente constatazione: è evidente la differenza di età che ci divide. Non farei nulla per nasconderlo, ma devo ammettere che suscita un certo disappunto sentirselo dire da chi probabilmente ci considera maturi, saggi e maturi.
Non è fastidioso, ma è strano. Non ricordo quando ho smesso io stesso di considerare gli altri saggi e maturi e tutto a un tratto qualcun altro mi osserva allo stesso modo.
Ho sdrammatizzato. Adesso sto meglio.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.