XL. L’eleganza rifinita dal riccio.

Coco sarà la testimone di Sara. La prima cosa che ha detto quando l’ha saputo è che vuole assolutamente un cappellino. Deve averlo: è d’uopo. Esattamente con ugual rigore Victor non transige sui polsini su cui devono segnalarsi i gemelli; di stile, li predilige di stoffa, li pensa con cura e poi li cambia quando stiamo per uscire, secondo l’umore.
Io non oso immaginare Coco in abito da cerimonia, non come lo concepisce lei, ma so per certo che raramente una testimone potrà condividere con tanto affetto la gioia degli sposi.

Coco ha un cuore d’oro e … un giorno libero la vigilia del matrimonio: è lei ad occuparsi di Gilbert. Marie e Louis stanno con la nonna e la piccola Amandine è nostra ospite.

Amandine è arrivata per il pranzo ed è stata felice di aiutarmi a preparare l’hamburger comprimendo la carne nello stampo: prima uno strato, poi una fetta di formaggio e il secondo strato a coprire. Mi ha detto che non aveva mai cucinato, mai indossato un grembiule – della mia taglia, le arrivava ai piedi – e mai pensato che un hamburger potesse essere riprodotto in casa perché sinora lo aveva sempre visto uscire dalla confezione del Mcmenu, la domenica sera, quando mamma non ha voglia di cucinare.
Amandine ha cinque anni e la sua bambola Camille tre. Naturalmente Camille è con lei, ma ha convenuto con me che indossa un abito inadatto alla stagione; allora ecco la proposta: cambio di guardaroba e visita al museo delle bambole per raccogliere qualche idea sul modello conveniente a Camille. Nulla di improvvisato, s’intende: il piano su come avremmo trascorso il tempo a nostra disposizione era stato studiato nel dettaglio.
Il museo delle bambole piace tanto anche a me e costituisce una garanzia: una piccola visitatrice non rimarrà mai delusa e tornerà incantata dal suo viaggio nel tempo, rassicurata dall’esistenza di una clinica che potrà sempre prendersi cura della salute della sua amica di pezza e consolata dalla presenza di adulti che hanno compreso che i pupazzi sono una faccenda seria.
Non lontano dal museo abita Jerome e, data l’ora, abbiamo deciso di contare su di lui per la merenda di metà pomeriggio. Di Jerome ho già detto qualcosa: la finezza di gusto e di mano hanno fatto sì che il suo lavoro venisse conteso da alcuni fra gli ateliers parigini più importanti; il suo contributo arrivava per ultimo, a completare l’opera d’arte sartoriale. Jerome ha quasi sempre lavorato in casa e alle pareti del suo laboratorio stanno appesi molti bozzetti; lui non ne parla mai, ma alcuni recano l’autografo di chi li ha creati e qualche riga di dedica.
Adesso divide l’appartamento con Nureyev, un coniglio che lo segue di stanza in stanza.

Jerome è apparso sulla soglia e ha accennato un inchino alla piccola Amandine – schiena appena inclinata, gambe lunghe unite e pantofole perfettamente allineate – e poco dopo il naso di Nureyev è comparso dietro il suo polpaccio.
Il coniglio è un regalo della sua vicina di pianerottolo; Madame Colette aveva un debole per Jerome e non ha fatto molto per nasconderlo, anzi. È stato difficile per lui disilluderla – non avrebbe mai voluto ferire i suoi sentimenti – ma è stato necessario farle capire che non era tecnicamente possibile pensare a un lieto fine. Semmai avrebbero potuto rivaleggiare per ottenere l’attenzione dell’affascinante Monsieur Antoine, galante proprietario del caffè di fronte.

 

Inutile dire che Amandine è stata conquistata dalla cavalleria del padrone di casa, a cui ha raccontato dove eravamo stati e perché. Allora Jerome le ha proposto di confezionare insieme un abito per Camille e ha mostrato alla bambina una vecchia valigia verde, chiusa da una spessa cinghia di cuoio, in cui tiene i ritagli di stoffa: lino bianco per una casacca con il collo alla coreana e le maniche trequarti.

Amandine non ha più distolto lo sguardo dalle mani di Jerome; lo ha seguito mentre si procurava il necessario: il gesso per tracciare il modello, le forbici sul ripiano della macchina da cucire, l’ago in una scatolina di latta pastilles de Vichy, il filo bianco in un cassetto pieno di rocchetti, ordinati per tonalità e grandezza. Amandine ha allungato il collo per vedere meglio la meraviglia di quella tavolozza e poi ha sussurrato, come pensando a voce alta: il portapenne di Marie è fatto così.
Allora Jerome l’ha presa tra le braccia e le ha mostrato gli altri cassetti – altrettanti cilindri di filo, spagnolette, bobine, matasse, e altrettanto ordine – e poi i rocchetti più grandi infilzati al sostegno in legno a parete, a cui sta attaccato anche un grosso portaspilli. La bambina non credeva ai propri occhi; guardava con voracità, per timore di non riuscire a osservare tutto.
Non diceva nulla; solo quando Jerome, seduto su una poltrona del suo salottino, ha iniziato a imbastire l’abito e le ha chiesto di tornare di là per prendere il ditale in un cesto, Amandine ha cominciato a fare domande, mostrando di avere parecchie cose da approfondire.
Prima che andassimo via Jerome ha servito la merenda ad Amandine. Una crêpe dolce e succo di frutta su un grazioso vassoio da letto che Jerome ha sistemato in grembo alla bambina accomodata sul divano.

Tornati a casa, Amandine ha atteso l’arrivo di Victor: le ho detto che ha la collezione completa dei classici Walt Disney. Non le ho detto però che può essere prolisso, ma certo la piccola se ne deve essere accorta.
Victor si è mostrato squisitamente premuroso con lei, descrivendole i film perché potesse decidere quale guardare. Dopo i primi venti minuti li ho raggiunti e ho visto Amandine sconfortata; era evidente che contava sul mio aiuto. Ho scelto io. A caso.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.