XLII. Parigi scende in piazzetta.

Alle riunioni di palazzo interviene sempre Victor. Io talvolta assisto, non visto, agli incontri del giorno dopo tra i condomini più anziani che, sul portone o nell’atrio, riprendono punto per punto gli argomenti in programma e ricominciano a discutere, con toni più accesi e meno remore. Non occorre stare con l’orecchio alla porta o spalancare la finestra per udirli; è sufficiente essere a casa perché le loro voci arrivino distinte sino a me.
Io e Algernon abbiamo accompagnato Victor fino al circolo di quartiere frequentato dai pensionati di giorno e affittato per proiezioni, appuntamenti culturali e liti condominiali la sera.

Io e il cane abbiamo disertato e ci siamo diretti ai giardini. In strada Algernon si è fermato per indagare sul collega che lo aveva preceduto alla base del lampione; io intanto constatavo l’assenza di molte persone che generalmente incrocio alla stessa ora, già assicurate alle mete estive.
Un portone si è aperto e ne è uscito un giovane uomo che ho amato all’istante: camicia bianca, cravattino, fusciacca, pantalone nero e scarpa lucida. Ha portato sul marciapiede la custodia di un contrabbasso ed è rientrato per prendere la giacca e un amplificatore. Si è chiuso il portone alle spalle e ha iniziato a concentrare tutta quella roba in una vettura a tre porte, cominciando dalla gruccia su cui stava appesa la giacca. Da ultimo è riuscito non so come a far scivolare in macchina il contrabbasso: il riccio sul cruscotto e il polmone inferiore appoggiato allo schienale dietro.
Uno strumento musicale chiuso dentro una custodia non ha eguali per fascino e un uomo in smoking altrettanto. Il primo evoca studio, dedizione, arte e il secondo garantisce stile e se non altro è bello da guardare.

Comunque la macchina è partita senza che il tizio si accorgesse di noi e il mio innamoramento si è spento dopo pochi passi, girato l’angolo. Il tempo che si accostasse un uomo sulla sessantina per chiedere dove si facesse della musica quella sera. Le indicazioni che aveva corrispondevano alla piazzetta poco più in là: lui si è avviato e noi lo abbiamo seguito.

 

Quattro musicisti stavano per iniziare a suonare per un discreto numero di persone radunato attorno. Si accordavano e facevano qualche battuta; il fisarmonicista, seduto su uno sgabello, teneva con una mano lo strumento appoggiato al ginocchio mentre terminava di fumare la sigaretta.
Imbruniva lentamente e a poco a poco scompariva alla vista il filo che di ramo in ramo contornava la piccola piazza quasi per metà e una serie di lucciole elettriche compariva al suo posto, via via più splendenti con il calare della notte.
Le coppie – di ogni età – hanno attaccato a volteggiare alle prime note di valse musette. Non davano l’impressione di trovarsi lì per caso, anzi. Parevano conoscersi ma soprattutto conoscevano bene i passi, come se fossero frequentatori dello stesso corso di danza.
La musica e l’atmosfera d’altri tempi erano piacevoli e io mi sono ritrovato fermo a guardarli con le labbra piegate in un sorriso compiaciuto e il cane che esitava un poco, aspettando che riprendessi a camminare, e poi si sdraiava ai miei piedi. La stessa aria compiaciuta aveva Madame Mercier, che attraversava la piazza, tenendo per mano la nipote più piccola, visibilmente annoiata.
Accanto a me una vecchia coppia: lui con le braccia conserte e lei, ancora bella, abbracciata a lui con le mani appoggiate alla sua spalla, che abbozzava qualche passo. Non lo ha trascinato sulla pista – era evidente che lui era incapace di seguire la musica – ma il suo entusiasmo è stato contagioso: dopo poco lui ha preso a battere la mano sul braccio di lei provando a seguire il ritmo.

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Supplemento.

Cette semaine on se revoit Jeudi.