XLIV. Molto rumore per nulla.

 

È più vecchio di un anno eppure questa volta si è risvegliato dall’operazione come se nulla fosse. Ha fatto qualche passo al mio fianco, senza mai perdermi di vista.
Devo convincermi di quanto vado dicendo agli altri: Algernon ha una gran voglia di vivere ancora. Lo dico ma poi sono il primo ad avere paura ogni volta che lo consegno al lettino della chirurgia. Il corpo di Algernon è stato inciso, aperto ed esplorato più volte di quanto sia mai capitato a tutti i cani che ho posseduto. Victor stamane cercava di inventariare ciò che è rimasto al suo interno. D’ora in poi dovrà fare a meno della milza, cosa che a una settimana dall’intervento sembra non procurargli nessun problema: stesse abitudini, stessa vita.

La sua reazione arricchisce la nostra vita. Lui è la bottiglia di vino invecchiato, un vino importante che esalta il cinghiale in salsa di cioccolato. Non mi intendo di vino, ma lo voglio descrivere rosso, di un rosso violaceo con riflessi sanguigni, corposo e speziato. In assenza del vino la pietanza è manchevole, non può esprimere in pienezza la sua saporosità. E in assenza di Algernon noi siamo soli in casa, disponiamo di una poltrona di cui non sappiamo più cosa fare e compiamo istintivamente gesti che non servono a nulla, guardiamo in direzione di un angolo dove non c’è nessuno.

Sono andato a riprenderlo in clinica senza sapere se quel pomeriggio sarebbe effettivamente rientrato con me. Victor gli aveva procurato qualcosa di goloso sin dalla sera precedente e quando mi hanno detto che rifiutava di alimentarsi, ho portato con me la sua ciotola e la ghiottoneria in lattina. Ha divorato il pasto e non ci sono stati dubbi: Algernon va a casa, ha detto il veterinario.
Abbiamo ascoltato Burt Bacharach, perfetto per quel viaggio di vittoria e di bene. L’automobile era piena di bene.
La mattina seguente ha mostrato di voler riprendere il suo posto al chiosco ed è stato con me sino all’ora della consueta passeggiata. Abbassavo lo sguardo di tanto in tanto e mi compiacevo di vederlo in postazione, con i suoi peli bianchi, gli zigomi segnati, la ferita ricucita e le macchie della pelle che sono sopraggiunte con l’età.

Durante la passeggiata Algernon ha intimorito con la sua presenza una mamma che ha scansato il passaggio del cane compiendo un disagevole cambio di direzione e imponendolo alla figlia. Mi domando a chi possa venire in mente che un cane di quella età possa costituire un pericolo. No, non me lo domando; lo constato, piuttosto. Sarebbe sufficiente una quantità minima di buon senso per comprendere che un animale va giudicato in sé – età, intenzioni, affidabilità del padrone – e che allontanare un bambino senza permettergli di imparare come si avvicina correttamente un cane significa mettere in circolo un altro essere umano pronto a polemizzare gratuitamente su un argomento che ignora.

Del resto gran parte dei giardini di quartiere sono territorio di due categorie di frequentatori, dissimili e distanti, che nutrono l’una per l’altra una cordiale, radicata antipatia. Da una parte stanno i possessori di cani con i loro compagni e dall’altra i possessori di bambini, nonni o genitori, con i loro eredi. Non c’è modo di stabilire dialogo. Gli uni evitano gli altri. Il padrone di cane sfiora l’angolo dei giochi e finge di non accorgersi della disapprovazione del gruppo parentale; va oltre e solidarizza con gli altri padroni di cane.


Oggi ho visto un vecchio rintanato all’ombra del muro di cinta del parco, seduto sullo zoccolo del muro coperto per metà di muschio ora arrugginito dal sole. Pareva un barbone, uno dei tanti che ci guardano passare, indifferenti e infastiditi. Ma aveva qualcosa di diverso che l’occhio ha catturato perché la mente ritornasse più tardi su quella immagine e vi indugiasse. Vestiva un impermeabile corto e chiaro, un trench coat color miele sotto il quale erano visibili giacca e cravatta.
Con il caldo di questi giorni.
Con il nodo perfetto, calata perfettamente sull’abbottonatura della camicia.
Un uomo di bell’aspetto. Probabilmente con gli occhi chiari.
Teneva fra le mani il ginocchio nudo: il pantalone lungo e grigio racimolato in alto per scoprire il polpaccio, magro e glabro, bianco come la pelle dei vecchi, l’involucro che ha trattenuto l’energia della giovinezza e si assottiglia con gli anni, trasparente e delicata come la membrana che la lunaria matura lungo l’estate.
Si massaggiava quel pezzo di gamba come se non gli appartenesse. Come se accudisse un compagno che lo aveva seguito sempre e ora aveva bisogno di aiuto.


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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.