XLV. Conto le settimane.

Due volte la settimana, il pomeriggio, passano davanti al chiosco. Sono ragazzi di undici, tredici anni – una decina di maschi e femmine in tutto – che seguono ordinatamente una giovane donna di pelle scurissima, alta, molto bella e molto rigida, nell’andatura ma credo anche nella disciplina. Ha lunghi capelli raccolti in una miriade di treccine, porta maglie aderenti sui seni appena accennati e ampie gonne lunghe sino alla caviglia, a tinte vivaci.
Si fermano ai giardini, seduti a terra o sulle panchine apprendono l’inglese attraverso il disegno e il gioco; la loro insegnante ha un contegno impeccabile e si rivolge loro solo in inglese.

Richard dice che dovrei approfittare della propensione consumistica dei ragazzi. Lui fa il mio stesso mestiere in un quartiere dove vanta una clientela anziana e abitudinaria e ha formulato una teoria di mercato. Il vecchio è spesso anche un nonno: in qualità di vecchio è assuefatto al quotidiano di carta e continua a comprarlo; in qualità di nonno dispone di un nipote e Richard è prodigo di complimenti per i bambini capricciosi che garantiscono la resa dei nonni. La teoria è scientifica e analizza il meccanismo nel dettaglio, individuando tempi e dinamiche: il nipote di rado viene accontentato subito, il nonno cede al ritorno. Richard dice che in genere è al ritorno dal parco giochi che il nonno, vinto dall’insistenza sfibrante del giovane consumatore, si rassegna all’acquisto.
Anche oggi la classe ha fatto la sua comparsa. Ho sentito un ticchettio ritmato: era il passo regolato di Miss Jane Eyre che calzava un paio di infradito con il tacco a rocchetto; ad ogni passo il suo piede lungo e magro veniva svelato dalla balza della gonna che si ritraeva un poco, incorniciato da una sottile striscia di cuoio bianca. Algernon stava sdraiato fuori, con la testa contro l’espositore e lo hanno guardato; un ragazzo ha sorriso a lui e poi a me, considerando con generosità la scena.
Dietro a loro veniva una signora magra, che procedeva appoggiata alla sua canna da passeggio. Si è arrestata davanti al cane e ha constatato – come fanno tutti – che si trattava di un vecchio cane.

 

È vecchio come me. Io ho novantuno anni.
Complimenti signora. Splendidamente portati.
Veramente ho anche qualche mese in più. Li conto i mesi.
Fossi in lei li vanterei i mesi in più.
Quando ne compirò novantadue principierò a contare le settimane. Pensare che ho visto morire una nipote di quarant’anni. L’avevo vista nascere… io ero medico.
Intanto ha accarezzato Algernon, che si era svegliato e stava allungando le gambe posteriori considerando il da farsi. Si è accorta della ferita e mi ha chiesto cosa avesse avuto; allora ho accennato all’intervento e all’energia con cui ha reagito.
Cosa prende?
Antibiotico ancora per un giorno.
Ha un po’ di febbre?
Non mi pare. Adesso valutiamo se iniziare con una terapia per il cuore. Sta sperimentando un farmaco.
E i diuretici. Ne prende?
Ha continuato con qualche altra domanda ancora, dello stesso tenore. Quando si è congedata ho pensato: bene, a pochi giorni dall’operazione, Algernon ha fatto una visita di controllo.
Visitato da una dottoressa non veterinaria e di novantuno anni. Posso stare tranquillo.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.