8. Rinnovo l’abbonamento.

Tutto perfetto. Per me è stato tutto perfetto. Ho compiuto gli anni; non me ne importa nulla di compiere gli anni, anagraficamente intendo. Tanto un giorno all’anno scade comunque l’abbonamento. Ne avevo una trentina quando ho iniziato a riflettere sul fatto che compiere gli anni significa che l’anno è compiuto, cioè passato. Non se ne compiono 32: in realtà inizia il 33simo.
Io comunque ho ciò che mi sento. Mi sento un corpo acciaccato e potrei inserire nella carta di identità la parola artrosi perché ormai mi connota: avrò gli occhi grigioverdi sino alla fine dei miei giorni e sino allora avrò l’artrosi. Mi sento però su per giù lo stesso Sébastien di dieci anni fa: stesse intenzioni, stessa curiosità nella vita, stessi gusti, stesse malinconie anche. Coerente o molto noioso, dipende dai punti di vista.

Diverso però il modo di trascorrere il giorno del compleanno. Da quando vivo con Victor è diventato un pretesto per dedicarmi un’intera giornata senza sentirmi in colpa per averlo fatto. È necessario non programmare nulla – così da evitare la delusione quando si constata che non è andata come avevamo desiderato andasse – ed è fondamentale ignorare che ora sia  per l’intero arco della giornata. Terzo requisito: dedicarsi ad attività banali.

Banalmente ho fatto colazione mentre il resto della famiglia ancora dormiva e poi ne ho fatta una seconda con Victor e mi sono versato altro caffè mentre lui imburrava una fetta di pane tiepido e l’adagiava a fianco della mia tazza. Con la voce ancora impastata di sonno, Victor ha intonato gli auguri e poi ha ribadito che voleva ordinare per me i libri che ho individuato da mesi nel catalogo di una libreria online. È stato divertente compilare l’ordine, come scrivere a Babbo Natale. Poi rimane il piacere dell’attesa o come dice Victor la magra speranza che il pacco non si perda per strada.

Ho coricato accanto a me Algernon nel letto, accarezzandolo mentre tornavo al capitolo V del romanzo che continua a non piacermi e che finirò per riportare in biblioteca senza averlo terminato.
Ho ascoltato due messaggi sonori: uno di Nora – che stonava gli auguri in versione swing – e uno di Coco che leggeva dei versi. Ad entrambe ho inviato un filmato per testimoniare la mia pigrizia in compagnia del vecchio Algernon – che loro adorano – e perché mi era venuta voglia di cantare. Cantando ho ringraziato le mie amiche.

Sabato grigio a Parigi: già di per sé un regalo squisitissimo. Cielo grigio sul parabrezza della nostra automobile che infila il périph. Victor mi ha regalato il suo pomeriggio e ho potuto scegliere di spenderlo in un ipermercato dell’arredo dove le famiglie corrono a frotte nei pomeriggi umidi e dove non avevo nulla da acquistare.

Mi diverte immaginare l’interno di una casa: quando ero poco più di un bambino ritagliavo mobili di cartone con cui arredare case di cartone ricavate dalle scatole di scarpe di cui mia madre si disfaceva. Ricordo come uno dei momenti più eccitanti della vita il giorno in cui mia madre acquistò un paio di stivali: stavano in una scatola da cui si poteva ricavare un intero palazzo. Mia madre non comprese cosa significasse per me quella scatola e pretese di conservarla per riporre gli stivali a fine stagione.
Mi rifeci solo anni dopo con le tavole di polistirolo che Monsieur

Corbet, maestro elementare in pensione, intendeva buttar via. Su richiesta me le diede e mi regalò pure un archetto per taglio funzionante a bassa tensione e con batteria 4,5V, strumento di precisione con cui creai un modellino di cottage che riscosse non poca ammirazione.
Adesso nelle scatole delle scarpe conservo le scarpe, ma in autunno, quando nel tardo pomeriggio gli interni degli appartamenti iniziano a essere illuminati dalla luce elettrica, ancora mi ritrovo a indovinare la distribuzione delle stanze. Lo faccio perché l’interno di una casa mi trasmette un senso di intima rilassatezza, di conforto. Come bere una tazza di cioccolata calda ma senza prendere peso.
Nel negozio ce la siamo presa comoda. Sono riuscito a far sedere Victor per qualche minuto su una poltrona bergère. Abbiamo collaudato la seduta mentre altra gente ci passava sui piedi e non faceva caso a noi. Io mi isolo facilmente nella folla, ma Victor detesta trovarcisi in mezzo; si è prestato perché sapeva di rendermi felice e io lo so bene.
La coda al caffè interno era lunga e non gli ho chiesto di pazientare tanto; piuttosto gli ho offerto uno spuntino al bistrot dopo le casse. La filosofia è quella del cibo sano in contenitori riciclabili: il risultato sta in un triste dolcetto poco zuccherato servito su un piattino incolore di carta biologica. Victor ha detto che non ricordava di aver mai mangiato un dolce più insignificante.
Ma lo ha detto ridendo.

Curiosità. La vigilia del mio compleanno ho incontrato al chiosco mentre sistemavo gli espositori una persona che non vedevo da anni. Il saluto è stato molto cordiale da entrambe le parti e ci siamo scambiati brevi resoconti delle rispettive esistenze, qualcosa sul loro sviluppo durante il periodo in cui ci eravamo persi di vista. Ho riflettuto poi quanto fosse curioso che un incontro del tutto inaspettato mi portasse a fare un bilancio degli ultimi decenni. Proprio quando sto per iniziare un altro anno di vita.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.