21. Ancora senza titolo.

Ho chiesto al veterinario di portarlo a casa per la notte. Domani mattina Algernon deve tornare in clinica.
La temperatura del suo corpo non accenna ad aumentare malgrado la terapia, il pullover, la coperta e il mio vecchio giaccone. In macchina mi rendo conto di sentire una felicità insulsa, come se lo avessero guarito. Invece è solo la mia ostinazione a voler credere che il momento sia felice: il mio cane è con me e presto saremo nel nostro appartamento, al solito. La giornata sta finendo e domani pare lontano.
Durante la cena il naso umido di Algernon non bagna l’avambraccio di Victor, le labbra non poggiano sulla sua coscia. Come lo abbiamo adagiato sulla trapunta ai piedi del tavolo è rimasto: stessa posizione, ugualmente sordo a ogni stimolo. Noi interpretiamo i nostri ruoli perché alle sue orecchie giungano i soliti suoni. Più tardi Victor sistema il suo cuscino sulla poltrona e prepara un letto anche a me: un cuscino e una coperta sull’altra poltrona, tra lui e il cane.

La luce rimane quasi sempre accesa durante la notte. Algernon abbaia senza posa a qualcosa che lo avvicina e il contatto delle nostre mani sul suo corpo stanco, la stretta dei nostri abbracci a difesa dal male, non valgono più a nulla: non reagisce al suono delle nostre voci e non reagirà più.
La mattina torniamo in clinica. Il dottore che lo ha operato tante volte si arrende: Algernon non lotta più.
Esco per telefonare a Victor e poi chiedo di poter tenere Algernon accanto fino a che Victor non ci avrà raggiunto. Resto in disparte con il mio amico stretto fra le braccia e cerco di trasmettergli tutta la tranquillità che adesso gli occorre. Quando Victor arriva lo vedo di spalle, nel parcheggio. Riconosco il gesto di asciugarsi gli occhi prima di entrare.
È come se stessimo accompagnando Algernon in stazione. Deve credere che la sua famiglia non è preoccupata per lui, che non si dispererà. Non deve credersi solo. Quando il treno si mette in marcia pesanti lacrime calde percorrono il viso contratto di Victor. Io scosto la lunga orecchia di velluto del nostro cane e sussurro: vai e non mangiare le solite porcherie.

L’altro giorno, poco prima di partire per raggiungere la clinica, stavo seduto accanto a quella cuccia improvvisata ai piedi della sua poltrona e lui aveva allungato il muso su di me e aveva attaccato a leccarmi la mano: gesto inconsueto per quel vecchio cacciatore restio alle dimostrazioni di affetto seppur grato a chi lo ricopriva di tenerezza. Mi stava già salutando.