23. Les viviers de la Houle.

Alle 6 di mattina non avevo più voglia di dormire. Tanto il sonno non poteva ristorarmi più di così e poi non intendevo passare altro tempo a occhi chiusi sognando di essere altrove. Sogno quasi ogni notte e la maggior parte delle volte non è un’esperienza piacevole. È stato il mare a rammentarmi che la sera prima avevamo preso possesso della stanza al primo piano di una casa di pietra, bianca con gli infissi azzurri, al porto de la Houle. Non avrei voluto essere altrove.
Ho udito l’acqua e il vento prima di aprire gli occhi e quando poi ho spalancato la finestra per fiutare la presenza del mare, ho compatito la fatica di un gabbiano che si manteneva in quota, fermo con le ali tese ad assecondare la corrente. L’aria odorava di freddo e di umido e naturalmente di sale.

La casa in cui siamo alloggiati è di proprietà di un pescatore; la moglie e una figlia gestiscono la rivendita di ostriche di loro produzione – Les viviers de la Houle  – e al primo piano affittano due piccoli appartamenti. L’altro mi è parso vuoto.
Indossati i nostri maglioni e la giacca impermeabile scendiamo in strada e ci incamminiamo sul molo. Da lì riconosco Monsieur Barbé, il nostro padrone di casa – la faccia seccata dall’aria, una bocca stretta con grandi denti accavallati in disordine sotto il labbro superiore. Alzo un braccio in cenno di saluto; lui ricambia e poi torna ad annodare una corda e parlare con un tale seduto su una cassetta capovolta alla base dello scafo di una barca ormeggiata:
chi saluti?
Monsieur Barbé, non lo vedi?
Non l’ho riconosciuto, ha i denti nascosti dal berretto.

È nuvolo quando entriamo in un caffè per la prima colazione e più nuvolo quando usciamo, ma volevamo tornare alla Pointe du Grouin ed è ciò che decidiamo di fare. I bagagli li disferemo poi.
Non v’è pensiero malinconico che non sia stato mitigato dal panorama che si offre a una scogliera. Sulla Pointe le urla dei gabbiani e la signoria del vento che piega i fili d’erba, agita le armerie e le spergularie nella brughiera. Per quanta foga accumulino in viaggio, le onde si rompono contro le rocce con un tonfo sordo e diventano muri di schiuma disgregati in un subito. Ci si sente meno potenti su una scogliera e si sta bene. C’è qualcosa di più grande di noi, che vanifica la nostra vanità ma consola la nostra fragilità, la comprende.
Io resto seduto a guardare in direzione del faro e Victor rimane in piedi a pochi passi da me e fissa l’orizzonte. Credo di sapere a cosa sta pensando.
Non mi stanco mai del vento. Mi dice voltandosi.
Non mi stanco mai delle onde. Gli rispondo.

Il pranzo è stato un’improvvisata. Sulla strada del ritorno abbiamo fatto qualche acquisto e abbiamo consumato una colazione al sacco sul muretto della spiaggia di Port Mer. Deserta.
Se si esclude un giovane che ha attraversato la spiaggia per raggiungere il casotto della scuola di vela all’altra estremità e una donna che ha steso la biancheria su un terrazzo alle nostre spalle, non un’anima ha interrotto il nostro pranzo. La temperatura era piacevole e avevamo comprato formaggio e dolci e del patè di maiale.
Prima di ripartire ho letto le locandine affisse alle porte dei ristoranti: ancora gli auguri di Natale e l’annuncio della riapertura a febbraio inoltrato. Tutto molto piacevole.

La mattina di giovedì Victor ha ritrovato la macchina rigata, una riga marcata lungo la fiancata sinistra. Tutto molto meno piacevole:
c’era sempre quel furgoncino bianco, l’hai visto anche tu. Evidentemente lo considera il suo stallo personale. Nemmeno a Parigi me l’hanno mai conciata così.
Probabilmente l’idea di danneggiare l’auto di un parigino deve aver risoluto l’autore del crimine. Una rivendicazione e un monito. Un modo di comunicare, un linguaggio simbolico forse, in questo angolo singolare, suggestivo, autentico di Bretagna.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.